venerdì 15 giugno 2007

Il grande coltello

The big knife di Robert Aldrich (1955) Commedia di Clifford Odets, Sceneggiatura di James Poe Con Jack Palance, Ida Lupino. Jean Hagen, Rod Steiger, Shelley Winters, Everett Sloan, Wesley Addy Musica: Frank de Vol Fotografia: Ernest Laszlo (111 minuti) Rating IMDb: 7.0
Solimano
Quella notte di Fuori orario, riuscii a registrare tutti e tre i film scelti da Enrico Grezzi: Il giorno della locusta, Good Morning Babilonia e Il grande coltello. Dei primi due ho già raccontato, mi rimane il terzo, ancora sul mondo del cinema.
Nei primi dieci minuti, non credevo ai miei occhi ed alle mie orecchie: tutto - personaggi e cose - era presentato con scrupolosa esattezza e non c’era una parola in più né una in meno. Un cinema del tutto diverso da quello a cui sono stato abituato. Finché mi resi conto che il motivo era semplicissimo: non era cinema, ma teatro, di quello in cui gli attori si immedesimano totalmente col personaggio. All’origine c’è il testo di Clifford Odets, che sicuramente avrà sbalordito, emozionato, fatto piangere o almeno incuriosito migliaia di spettatori in teatro, pieno com’è di colpi di scena, di tirate amore/odio, di seduzioni tentate e riuscite, di rimpianti del passato, di fughe in avanti, di cattivi eccessivi e di buoni ipocriti: il temine enfatico è appropriato, nel male e nel bene (c’è anche del buono, nell’essere enfatici).
Charles Castle (Jack Palance) è un attore cinematografico popolarissimo, che però ha bucato con gli ultimi film. Ha cominciato tutto col fisico da pugilatore che piace alle donne, poi ha scoperto la cultura, ma colto non è, e dentro lo sa. E’ uno che apparentemente vuol cambiare, ma vorrebbe tutto, e tutto non può avere: la moglie Marion (Ida Lupino) con cui è sull’orlo della separazione, però anche Connie Bliss (Jean Hagen), che è la moglie del suo migliore amico, e anche Dixie Evans (Shelley Winters), una attricetta che si guadagna la sua giornata non solo con i film. Il produttore Stanley Shriner Off (Rod Steiger) vuole fare firmare a Charles un contratto di sette anni, Charles non vorrebbe ma è ricattabile, perché una notte, in macchina con Dixie, ha travolto un bambino ed è fuggito. Poi ci sono anche l’intellettuale che fa la corte a Marion, lo scherano lucidissimo di Stanley, il complice di Charles che ha pagato per lui: ogni parte, sia pur piccola, è scolpita con evidenza, chissà gli applausi in teatro nei momenti cruciali in cui la pancia (non la testa, non il cuore, la pancia) fa scattare l’applauso. Fra tutti gli attori è una gara a chi fa meglio, credo che sia Rod Steiger a prevalere, un po’ mi dispiace ammetterlo, ma in questo film è di un istrionismo sublime. Fra le donne, Ida Lupino è più spenta rispetto a Shelley Winters vivacissima, ma soprattutto rispetto a Jean Hagen, una seduttrice che smonta con mirabile facilità le buone intenzioni di Charles. Jack Palance è sempre lui: una bestiaccia qui giovane e credibilissima.
La storia finisce come previsto: Charles, stretto fra rimorsi, ricatti, vergogna, si taglia le vene nella vasca da bagno. Il grande coltello lo si guarda ad occhi sbarrati, perché il regista Aldrich è uno tosto: fedelissimo al testo di Odets, ma da animale di cinema, con tempi scanditi a meraviglia. Ma alla fine ti chiedi se quello che succede è poi così importante, e concludi che no, non è importante e neanche vero: non è vita potenziata, quella che si vede nel film, è esagerazione di vita, fatta poi per delle cause ognuna delle quali ha la sua coda di paglia: Charles vorrebbe essere colto e corretto senza pagare pegno, la moglie Marion fa la santa donna ma si è già costruita l’alternativa (per il momento non di letto), Connie e Dixie la mettono sul sesso, ma la spinta è il tradimento di per sé o l'aver bisogno di soldi o ansia di successo, Stanley è talmente cattivo che non ci si crede, in realtà ha pure ragione lui, si trova per le mani un attore che si è montato la testa. Mentre Good Morning Babilonia e Il giorno della locusta entrano a modo loro nel mondo illuso e disperato che si muoveva attorno al cinema, Il grande coltello è una specie di dramma privato in cui un intellettuale, Clifford Odets, fa il grillo parlante a quegli ignoranti di cinematografari (che erano poi quelli che una vera e grande cultura stavano edificando, fra errori e sconcezze).
Per cui la sensazione è un po’ da molto rumore per nulla: si dessero tutti una calmata, gli inutilmente agitati, ognuno provvedesse alla bottega sua ed al letto suo con le necessarie menzogne, non con l’ipocrisia dei buoni sentimenti, della vita nuova ( che poi è la solita) che gli si apre davanti e da ora in poi tutto darà diverso. Non è così nella vita reale né dovrebbe esserlo nella favola chiamata cinema, ma il popolo chiedeva - e chiede - favole, che sono il miglior alibi per non cambiare: la favola del chi sbaglia paga al limite con la vita (non è vero che chi sbaglia paga), la favola che c’è uno cattivissimo che manipola gli altri (non è vero, la manipolazione la cerchiamo tutti). Il pubblico, certamente usciva commosso ed emozionato dal teatro o dal cinema e se ne tornava a casa a riprendere i consueti vizi, però con biancheria fresca di bucato. Comodo.

Natalia Aspesi al cinema

I registi alla ricerca del cinema perduto
(La Repubblica 14 giugno 2007)
Il diciottenne che detta legge nella famiglia di buona cultura imponendo tutto ciò che per lui, informato solo di marchi e mode, significa successo, dice, con una smorfia di sprezzo e disgusto: «"Le vite degli altri"? Una vera porcata, ho resistito solo cinque minuti». Gli adulti che il film lo hanno amato, tacciono, furenti e rassegnati.
Da dove cominciare a spiegare all´arrogante giovane, che del resto non ascolterebbe, perché questo film, pur con i suoi difetti, è importante e dovrebbe esserlo soprattutto per lui?
Per la sua generazione costretta in gran parte alla superficialità e all´ignoranza, privata della conoscenza e della curiosità del passato, immobilizzata nel vuoto delle mille trappole elettroniche in un presente spento e incolore, che si rifiuta di diventare futuro. Non è una cosa nuova: da noi la cultura è stata spesso ridicolizzata, ancora oggi è usata come un insulto la frase «intellettuale di sinistra», e il massimo dileggio accompagnato da risata è «radical chic», con cui si marchiano i colpevoli di eleganza culturale (di sinistra) che non sanno apprezzare le Spose perfette e la pubblicità con i peti. È accertato quindi che la vera macchia della cultura è quella di essere identificata con la sinistra, al punto che quelli che si potrebbero definire intellettuali di destra fanno di tutto per nascondere la loro eventuale cultura quale vergognosa pecca che potrebbe suscitare sanzioni e sberleffi.
Il dolente appello di Bernardo Bertolucci su Repubblica ribalta la situazione e ci apre gli occhi sulla realtà: è la sinistra che lui ha votato e che è diventata governo a non mettere in primo piano la cultura, a non averla inserita nei suoi programmi elettorali e a occuparsene oggi solo marginalmente, promuovendo manifestazioni fini a se stesse, senza però capire la necessità d´impegnarsi in un grande progetto che coinvolga tutti quelli che vorrebbero fare e vorrebbero sapere e partecipare. Nel caso del cinema, secondo Bertolucci e il gruppo Centoautori cui aderiscono registi, attori e sceneggiatori, più film si producono, anche a basso costo, più possibilità ci sono che se ne facciano di belli. In Italia, diversamente che negli Stati Uniti, nessuno si fida a impegnare denaro in un´industria che non moltiplica in un baleno i profitti, come invece capita (ma capita anche il contrario) quando ci si accoda ai massimi furbetti. Perciò dovrebbe essere il governo prendendosi a cuore la cultura, e quindi il cinema, a farsi carico del fiorire creativo di nuovi e vecchi autori, finanziandoli con una certa larghezza. Semplificando quel che dice Bertolucci: se si girano dieci film e solo due sono interessanti, girandone cento i belli saranno almeno venti (ma i brutti, anziché otto, saranno ottanta). La tesi è vera solo in parte, perché poi all´ultimo Festival di Cannes, Palma d´oro e Camera d´oro Opera Prima li hanno vinti due film venuti dalla Romania, la cui cinematografia è quasi inesistente: due film finanziati in parte dalla Francia che crede nel cinema d´autore, come da noi non succede, e finanzia opere di ogni paese anche marginale, mentre appunto noi stentiamo a finanziare un modesto gruppetto delle nostre. L´esclusione da Cannes dei due film italiani (Olmi e Luchetti) è stato un errore che ogni tanto un Festival commette: anche "Le vite degli altri" l´anno scorso era stato rifiutato. Ma è come se in qualche modo si sia persa la fiducia nel paese Italia, non solo nel suo cinema e non solo a Cannes, tanto da escluderla in altre occasioni, sportive o artistiche. Anche gli italiani forse la stanno perdendo, e a parte l´indifferenza della politica, come è possibile fare cultura e trasmetterla soprattutto ai giovani, se non c´è più slancio verso il futuro, se ci si dibatte nello scontento, se non si crede più né in se stessi né nel paese? Bertolucci e altri colleghi, come Bellocchio, lamentano il fatto che in Italia, a differenza di altri paesi europei, non sia nato un canale come Arte, il cui compito è fare e diffondere cultura. È un peccato, certo, anche se non sempre si può essere disponibili alla cultura continuata: e per esempio quando mi è capitato di vedere il canale francese, spesso non ho resistito granché, ci sono serate in cui anche l´impegno, anche la poesia, risultano indigesti.
Però tra quelle trasmissioni autoriali e l´orrore delle nostre che aspettano solo un assassino, un´erinni, un ricattatore, un imbroglione e un mascalzone purchessia per farne un divo conteso e ammiratissimo, la televisione, o almeno la Rai, potrebbe trovare il modo di rispettare i suoi utenti paganti smettendola di rimestare comunque nella volgarità, nella violenza, nell´illegalità e nei rutti. Ma fino a ora la politica, con i suoi esponenti piazzati nei posti dirigenziali, alla televisione, ai telegiornali, ai talk show, non ha chiesto cultura, non informazione, non pensiero, non poesia, ma gelidi spazi quotidiani per tutti i partiti e per più uomini per ogni partito. Una gragnuola di facce e di commenti, «dice la maggioranza, commenta l´opposizione», talmente risaputi e avvilenti che ormai siamo in tanti a guardare sul satellitare, all´ora dei notiziari, soltanto i coltissimi Simpson.
P.S. Nell'immagine, Claudia Cardinale ne Il Gattopardo.

giovedì 14 giugno 2007

Lo specchio

Zerkalo di Andrei Tarkovsky (1975) Sceneggiatura di Aleksandr Misharin, Andrei Tarkovsky Con Margarita Terekhova, Ignat Daniltsev, Larisa Tarkovskaya, Alla Demidova, Anatoli Solonitsyn, Tamara Ogorodnikova Musica: Eduard Artemyev, Johann Sebastian Bach, Giovanni Battista Pergolesi, Henry Purcell Fotografia: Georgi Rerberg (108 minuti) Rating IMDb: 8.0
Giuliano
« Dalla stazione, la strada passava per Ignatieva, svoltava seguendo l’ansa della Gruna a un chilometro circa dalla cascina dove allora, prima della guerra, trascorrevamo tutte le estati; e insinuandosi in un fitto bosco di querce proseguiva oltre, verso Tomscinò. Di solito riconoscevamo i nostri solo quando li vedevamo apparire da dietro il grande cespuglio che si alzava in mezzo al prato: se dal cespuglio la persona si dirigeva verso casa, si trattava di papà; altrimenti non era papà. E un giorno papà non sarebbe più tornato.
- Scusate, è questa la strada per Tomscinò?
- Non dovevate svoltare al cespuglio.
- Ah. E voi, perché...
- Perché cosa?
- Perché ve ne state lì seduta.
- Io vivo qui.
- Dove, sullo steccato?
- Ma cosa volete sapere, la strada per Tomscinò o dove vivo io? » (...)
Una donna è seduta su uno steccato, in aperta campagna. Da lontano, un uomo che passa la nota e le si avvicina; la donna è molto bella. L’uomo, un medico, tenta un approccio educato e gentile, chiede informazioni; infine le si siede accanto, ma lo steccato non regge il peso e si rompe. I due finiscono a terra, la donna si rialza subito e l’uomo ride. Poi anche l’uomo si rialza, si spolvera, sorride, riprende la sua strada e fa un cenno di saluto. Un’improvvisa folata di vento piega dolcemente l’erba del prato.
Questa è la scena iniziale (ma, prima dei titoli di testa, a un ragazzo balbuziente viene insegnato “a non aver paura della sua voce”) di uno dei film più difficili e affascinanti che mi sia mai capitato di vedere. E’ poco comprensibile perché è autobiografico e parla della madre di Tarkovskij, e dell’infanzia del regista, negli anni precedenti alla Guerra. Nella scena dello steccato, Tarkovskij ha la finezza di citare Cechov: ed è solo una delle piccole e grandi citazioni fatte in questo film. C’è il richiamo ai grandi pittori: Leonardo, Monet, ma anche Brueghel e Bosch, e Giorgione con la sua Tempesta.
Ma i protagonisti sono gli elementi atmosferici, il fuoco, l’acqua, il vento, la luce, gli elementi primordiali. I movimenti di macchina hanno una magia nascosta, il vento arriva nel momento esatto in cui ce ne è bisogno, un uccellino si posa sul berretto di un ragazzo e il ragazzo lo prende, un oggetto cade dal tavolo proprio quando la telecamera si ferma ad osservarlo, passato e presente si fondono, perfino un alone di vapore su un tavolo diventa importante. La comunione con la Natura, paganesimo e panteismo, religione panica sono tra i protagonisti dei film di Tarkovskij. Il film è composto di vari episodi, quadri apparentemente semplici che vanno a formare un disegno complesso, un arazzo, un tappeto persiano, leggibile solo a pochi e anche ad essi con grande difficoltà. I colori sono i colori dei sogni, colore pieno oppure altri colori; il bianco e nero non è mai quello classico, è piuttosto un grigio, un seppia, un verdastro, il colore dei sogni e dei ricordi. Tarkovskij filma i sogni, e i ricordi.
Come Bertolucci, anche Tarkovskij è figlio di un grande poeta: e “Lo specchio” comprende molte poesie del padre di Andrej, poesie bellissime lette, nella versione italiana, dalla voce toccante di Romolo Valli.

Ieri ti ho attesa fin dal mattino,
ma loro sapevano che non saresti venuta.
Ricordi che bella giornata era?
Una festa. Ed io uscivo senza il cappotto...
Oggi sei venuta, e ci hanno preparato
una giornata particolarmente grigia.
La pioggia, l'ora così tarda,
le gocce scorrono per i rami freddi...
La parola non serve a placarle,
né le asciuga il fazzoletto.
( Arsenij Tarkovskij )


Umberto Eco al cinema (2)

Provaci ancora Proust, c'è Molly a Casablanca
Su l’Espresso del 5 gennaio 1992
Laura Grimaldi ha appena scritto un "Monsieur Bovary" in cui si racconta cosa accadde a Charles dopo la morte di Emma, e sta trionfando "Rossella", continuazione di "Via col vento". Giampaolo Proni, che con "Il caso del computer Asia" ha dimostrato di saper inventare macchine affabulatrici, mi consiglia di proporre altre continuazioni possibili.
Marcello chi? Il Narratore di Proust, conclusa la sua opera con il sigillo del Tempo, fiaccato dall'asma, decide di visitare un esperto di allergie sulla Costa azzurra, dove si reca in automobile. Inesperto della guida rimane coinvolto in un pauroso incidente: commozione cerebrale, perdita quasi totale della memoria. Viene preso in cura da Aleksandr Lurija che gli consiglia di sviluppare la tecnica del monologo interiore. Dato che il Narratore non ha più un patrimonio mnemonico su cui monologare e distingue a fatica le percezioni attuali, Lurija gli consiglia di applicarsi ai monologhi interiori dell' "Ulisse" di Joyce. Il Narratore legge l'insopportabile romanzo, e si ricostruisce un io fittizio, iniziando a ricordare quando la nonna lo veniva a visitare al collegio di Conglowes Wood. Riacquisisce una sottile capacità sinestesica e il solo profumo del grasso di montone di una "shepherd pie" gli rievoca gli alberi di Phoenix Park e il campanile della chiesa di Chapelizod. Muore bevendo Guinness in Eccles Street.
Molly. Risvegliatasi dal suo sonno agitato la mattina del 17 giugno 1904, Molly Bloom trova in cucina Stephen Dedalus che si sta facendo un caffè. Leopold Bloom è uscito per i suoi imprecisi affari e forse ha voluto lasciare i due faccia a faccia. Molly ha il volto gonfio di sonno, ma Stephen ne è immediatamente affascinato e la vede come una meravigliosa donna-balena. Le recita alcune poesie da un soldo e Molly cade tra le sue braccia. Decidono di fuggire insieme a Pola, e di là a Trieste, dove Italo Svevo consiglia a Stephen di mettere per iscritto sua storia e Molly, ambiziosissima, lo incoraggia. Nel corso degli anni Stephen scrive un monumentale romanzo, "Telemaco". Stesa l'ultima pagina, abbandona il manoscritto sul tavolo e fugge con Sylvia Beach. Molly trova il manoscritto, vi si immerge completamente, e si ritrova esattamente al punto da dov'era partita, inquieta, nel proprio letto a Dublino, la notte tra il 16 e il 17 giugno 1904. Folle di rabbia, insegue Stephen a Parigi, e in rue du Dragon lo stende con tre colpi di pistola sulla soglia della Shakespeare & Co., gridando «yes, yes, yes!». Si dà quindi alla fuga, entra per sbaglio in un fumetto di Daniele Panebarco e scopre nel suo letto Bloom che fa all'amore - contemporaneamente - con Anna Livia Plurabelle, Lenin, Sam Spade e Vanna Marchi. Sconvolta, si uccide.
Ancora Sam. Vienna, 1950. Vent'anni sono passati, ma Sam Spade non ha rinunciato a impadronirsi del falcone maltese. La sua connessione è ora Harry Lime, ed entrambi stanno confabulando al sommo della ruota del Prater. «Ho trovato una traccia», dice Lime. Scendono e si recano al Caffè Mozart, dove un negro sta suonando in un angolo, sulla cetra, "Smoke gets in your eyes". Al tavolino in fondo, la sigaretta all'angolo del labbro piegato in una smorfia amara, sta Rick. Aveva trovato un accenno tra i documenti mostratigli da Ugarte, e mostra una foto di Ugarte a Sam Spade: «Cairo!», mormora l'investigatore. «Io l'ho conosciuto come Peter Lorre», sogghigna Lime.
Rick continua: a Parigi, quando vi era entrato trionfalmente al seguito di De Gaulle, aveva saputo di una spia americana, che i servizi segreti avevano liberato da Saint Quentin per metterla sulle tracce del falcone. Si diceva allora che avesse ucciso Victor Laszlo a Lisbona. Dovrebbe arrivare a minuti. Si apre la porta a appare una figura muliebre. « Ilse!», grida Rick. «Brigid!», grida Sam Spade. «Anna Schmidt!», grida Lime. «Miss Rossella», grida il negro, «siete tornata! Non fate ancora del male al mio padrone». La donna ha un sorriso indefinibile: «Io sono colei che mi si crede... E quanto al falcone...». «Ebbene?», gridano tutti a una voce. «Quanto al falcone», riprende l'affascinante avventuriera, «non era un falcone. Era un falco».
«Giocato, per la seconda volta», mormora Spade - stringendo la mascella. «Ridammi quei cento dollari», dice Harry Lime, «proprio non ne indovini mai una, tu». «Un cognac», chiede Rick, terreo. Dalla penombra del bar emerge la figura di un uomo con un sorriso sarcastico sulle labbra. E' il capitano Renault. «Andiamo Molly», dice alla donna. «Quelli del Deuxième Bureau ci attendono a Combray».
P.S. Nell'immagine c'è Vincent Perez, Morel ne "Le temps retrouvé" di Raoul Ruiz (1999). (s)

mercoledì 13 giugno 2007

Giorno di festa

Jour de fete di Jacques Tati (1949) Sceneggiatura di Jacques Tati, Henri Marquet, René Wheeler Con Jacques Tati, Guy Decomble, Paul Frankeur, Santa Relli, Maine Vallée Musica: Jean Yatove Fotografia: Jacques Mercanton, Jacques Sauvageot (70 minuti) Rating IMDb: 7.5
Solimano
C’è un modo di apprezzare Giorno di festa che mi è estraneo: quello consolatorio che esalta la raffigurazione di Tati come contrapposta alla modernità, quello del fermate il mondo voglio scendere. Perché i postini americani hanno ragione e spostarsi in treno o in macchina è meglio che spostarsi a piedi o con i cavalli. D’accordo, con una serie di inconvenienti è difficile fare i conti, ma il dire che bello il mondo di Tati è sospetto. Non è che Follainville sia un paradiso, con la stratificazione sociale che passa di padre in figlio e con i rapporti senza sorprese, basati su una coazione a ripetere a cui tutti sono tenuti e non si sgarra. Non si tratta di macchiette, gli abitanti sono proprio così, a ripetersi un copione di poche battute e di gesti usuali per tutti tranne che per i bambini, che poi crescono e ci si atterranno anche loro. La vecchietta piegata in due dall’artrosi queste cose le sa tutte, e ce le racconta non per carineria amorosa, ma per sua malignità abituale. E’ giusto dire che è un po’ il coro greco, difatti esprime il senso comune, che non è detto sia il buon senso.
Il postino François non è Monsieur Hulot, al massimo è un cugino di secondo grado, è invece il tipo eterno del grande, grosso e coglione. Lo accettano tutti, ne ridono tutti, non solo i giostrai che oggi ci sono domani no. Solo che è volonteroso, desideroso di imparare perché vorrebbe essere accettato di più e deriso di meno, e la sua volontà gli porta addosso nuovi problemi, invece di risolvere i vecchi. Ma la purezza e la trasparenza di François sono infine una chiave di vita, gli eventi e le persone lo possono graffiare, non ferire. Un don Chisciotte che non ha letto libri, a lui bastano otto metri di pellicola per provare a fare l’americano. Come se non ce ne fossero tanti, oggi, che assorbono dalla TV il modello morale, lo assorbono per osmosi quotidiana, senza però il gusto delle rime e delle ottave.
Mi è venuto in mente, riguardando Giorno di festa, quello che mi successe una sera in un paese delle montagne croate sopra Fiume, quando ancora c’era la Jugoslavia. Ogni casa aveva la sua legna bene ordinata fuori dalla porta d’ingresso, si capiva che la vita quotidiana era quella nostra di trent’anni prima. Tutti a guardare insieme nella osteria grande la TV per l’inaugurazione delle Universiadi a Zagabria, con luminarie di ogni tipo. Lo sbalordimento era generale, fargli vedere quelle cose voleva dire schiodarli dal vecchio modo di vita senza però offrirgliene uno nuovo praticabile. E’ quello che successe in Albania con la nostra TV, tutti a precipitarsi verso un paese di Bengodi inesistente, tutti a partecipare alle piramidi finanziarie.
Giorno di festa non fa ridere quasi mai - in generale Tati non cerca la risata - ma fa pensare, stimola, disturba anche. E’ stato notato che ci sono momenti di crudeltà nel film, proprio come succedeva con Chaplin e Keaton. Ancor più di loro, il film di Tati non è un susseguirsi di gag, ma ha una sua struttura apparentemente tenue ma molto salda, che è aiutata, sorretta dalla fiera, esperienza a cui non siamo stati abituati, ma che era un confronto con cose e persone che non facevano parte del tran tran. Nel film Friendly Persuasion di Wyler succede la stessa cosa, i paesani sono divisi fra diffidenza e meraviglia.
Oltre alla fiera, al tessuto connettivo provvede François, che proprio perché postino ha rapporti quotidiani con tutti, in un certo senso - ridicolmente vero - è l’intellettuale di riferimento di questa comunità, una specie di sinapsi. François è deriso ma insostituibile, i suoi gesti imprevedibili hanno la fluidità di un buon lubrificante, perché vive sul confine fra noto e ignoto, curioso e servizievole come è. Francois non è un poeta, non è un Papageno senza Papagena (difficile trovargliene una…), è un permaloso a cui secca essere deriso, che barbuglia in un suo grammelot banalità ed imprecazioni, ma che è salvato dalle sue continue buone intenzioni che gli lastricano la via di un purgatorio quotidiano. Prima o poi ci sarà il paradiso, il purgatorio finisce. Fa tutto in modo sgraziato col suo corpaccione, e con le gambe e le braccia che gli scappano da tutte le parti, proprio come la sua bicicletta, elegante fuggitiva, e pian piano ti accorgi che la somma di questi sbilenchi addendi è di una grazia perfetta. Qui ci voleva condurre il poeta Jacques Tati, e verrà un giorno in cui se ne accorgeranno anche quelle teste dure degli abitanti di Follainville (Saint Sévère, sulla carta geografica).

Chocolat

Chocolat di Lasse Hallstrom (2000), Dal romanzo di Joanne Harris, Soggetto di Joanne Harris, Con Juliette Binoche, Johnny Depp, Judy Dench, Alfred Molina, Carrie Anne Moss, Fotografia di Roger Pratt, Musiche di Rachel Portman (121 minuti), Rating IMDb: 7,3
Roby
Se non vi piacciono le favole, non vi piacerà neppure questo film. Se poi siete allergici al cioccolato, non resisterete più di dieci minuti. E se, infine, l' happy end vi urta il sistema nervoso, alzatevi pure nell'intervallo fra primo e secondo tempo e tornatevene a casa, o -se a casa ci siete già- andate a farvi un giretto. Così potrò rimanere da sola davanti allo schermo, assaporando in santa pace le immagini avvolte nella carta color argento e oro tipica dei cioccolatini più raffinati, e divertendomi a individuare le citazioni sparse qua e là per tutta la pellicola. Già all'inizio, Juliette Binoche, pasticcera nomade con figlioletta e canguro (immaginario) al seguito, indossa un mantello scarlatto che sembra proprio quello della fiabesca Cappuccetto rosso. Quando poi comincia a risistemare il negozio che diventerà suo, sfaccenda qua e là come Mary Poppins, estraendo dalla borsa oggetti che sanno di magìa. E come la famosa istitutrice creata da Pamela Travers, quando il vento cambia decide anche lei di mutare destinazione, ripartendo con armi e bagagli. Salvo poi innamorarsi del vagabondo/zingaro Johnny Depp (così come Mary dello spazzacamino Bert), capace di darle la sicurezza e la stabilità che le mancavano, aggiustandole a dovere la porta d'ingresso della bottega. Da quella porta, prima o dopo, è passato tutto il paese, conquistato poco a poco da quella creatura "diversa", fuori dagli schemi, dolce come il cacao che mescola nei suoi pentolini, eppure anche piccante come il peperoncino che a quel cacao sapientemente miscela. Nel frattempo sua figlia, la piccola Anouk, gioca e dialoga col suo compagno immaginario, il canguro Pantoufle (ogni riferimento al coniglio Harvey è puramente voluto), il quale, avendo una zampa rotta, necessita di mille attenzioni. In netta contrapposizione al dolcissimo, godurioso universo della chocolaterie si erge -a difesa della moralità e della morigeratezza del paesino- il sindaco, ottuso bigotto dedito alla mortificazione della carne. Ma come resistere alla vetrina pasquale ricolma di praline, bonbons, cremini, bignè, tavolette al latte e statue di cacao fondente? Come vincere la tentazione? Come trattenersi? Santo Cielo, non chiedetelo a me, perchè io avrei impiegato meno di un amen a tuffarmici, con la delicatezza di un condor in picchiata e la leggerezza di un elefante in una cristalleria! E se poi, per favorire la digestione, Johnny Depp avesse insistito per portarmi a fare un giro in barca... beh, perchè no? Certo, il ragazzo è giovane e un po' naif: tuttavia, tempo 3 - 4 anni e la sua barchetta diverrà il veliero di Jack Sparrow, pirata dei Caraibi campione d'incassi. Perciò, mollate gli ormeggi, cazzate il pappafico e via così di bolina: prima che il vento cambi di nuovo.

I luoghi del cinema: Il ginocchio di Claire

Solimano
Nell'immagine si vedono Jean-Claude Brialy (che ha 37 anni) e Béatrice Romand (che ne ha 18). Siamo nel 1970 e stanno salendo su una montagna. Sono partiti abbastanza presto da Talloire, sul lago di Annecy, è una bella giornata di luglio ed il più della salita è fatto. A guardar bene, in fondo si vede anche il lago. Fra un po' Jean-Claude cercherà di baciare Béatrice, lei per un momento ci starà poi no.
Stanno girando il film Le genou de Claire del regista Eric Rohmer, si potrebbe pensare che Claire sia Béatrice, che difatti mostra il ginocchio, ma Claire è un'altra, fra qualche tempo lo saprete.
Il lago di Annecy è presente dall'inizio alla fine in questo film. C'è un continuo va e vieni di motoscafi fra le due ville sul lago dove vivono i personaggi. C'è il lago col sole, anche con la tempesta, ci sono le montagne spesso elevate, perché il lago è fra le Alpi. Quasi tutto si svolge attorno al paese di Talloire, ma ogni tanto, perché no, si va in montagna, tipo Béatrice e Jean-Claude stamattina. Fra qualche giorno sarà il 14 luglio, ed alla sera tutti andranno a ballare, giovani e meno giovani. Qualcosa succede anche ad Annecy, e Jean-Claude ne parlerà un po' troppo, di quello che ha visto - o creduto di vedere - ad Annecy. Ma la domanda è: riuscirà Jean-Claude a toccare il ginocchio di Claire? La risposta ve la dò fin da ora: sì, a cinque metri dal lago di Annecy. Che poi sia un lieto fine, è tutto da dimostrare.

martedì 12 giugno 2007

"My name is Bond, James Bond"

Roby
Visto il titolo e l'immagine scelta ("classica", benchè di imperfetta qualità) sarà già chiaro a tutti che per me lo 007 DOC è stato, è e resterà sempre l'imperturbabile, ironico, deciso, sensualissimo SEAN, le cui labbra atteggiate al ben noto, sarcastico sorriso hanno più volte popolato le mie più inconfessabili fantasie. Sarei capace ( e questa è una minaccia a tutti gli effetti!) di occupare una mezza dozzina di post solo parlando di LUI, ma farò uno sforzo, ricordando che mi trovo in un blog di cinema, e allargherò il discorso al filone dell'agente segreto più famoso del mondo, nato dalla penna di Ian Fleming e giunto di recente al ventunesimo episodio. Dunque, sono più di 40 anni che James Bond, al servizio permanente effettivo di Sua Maestà Britannica, entra nella stanza di Miss Moneypenny lanciando il cappello sull'attaccapanni e dichiarandole tutta la sua ammirazione, prima di passare nell'ufficio di M, il suo (o, attualmente, la sua) capo, da cui viene immancabilmente spedito all'altro capo del pianeta, a cavallo di missili nucleari o nelle profondità dell'oceano, tra scienziati pazzi, terroristi kamikaze, criminali sanguinari e splendide spie in bikini. In questo quasi-mezzo-secolo non gli è mai mancata l'arma dell'autoironia, assai più risolutiva di qualsiasi diavoleria inventata dal leggendario Q, capace di nascondere un bazooka nei gemelli da polsino o un carrarmato sotto la gomma di scorta della mitica Aston Martin: giusto così, per rendere un tantino più movimentate le sue scampagnate intercontinentali, alla caccia del cattivo di turno. E se i primi cattivi della serie erano i russi, oltre la cortina di ferro, dopo la caduta del muro di Berlino il ruolo è passato ai mediorientali, agli industriali assetati di potere, alle ereditiere psicologicamente disturbate come la ex-Tempo-delle-mele Sophie Marceau. L'agente doppio zero (caratteristica, questa, dei possessori di licenza di uccidere) attraversa deserti, distese di ghiaccio, oceani e metropoli con la stessa disinvolta leggerezza con la quale ha percorso più di quattro decenni di storie raccontate sul grande schermo, cambiando via via colore di occhi e di capelli, modo di sorridere, languidezza nel baciare, smorfia nell'eliminare fisicamente gli avversari. Di nessuno dei film che lo vedono protagonista (salvo forse i primissimi) si potrà forse dire che siano capolavori: ma molti sono indubbiamente onestissimi prodotti "di genere", gustosi e saporiti ancorchè piuttosto semplici, un po' come il panettone tradizionale delle feste. Ed io, associando Sean Connery al panettone, non posso fare a meno di confidarvi, prima di concludere la mia dissertazione, che ancora adesso mi piacerebbe tanto (ma tanto!) scartarlo a poco a poco, per poi farne una bella scorpacciata, nell'assoluta convinzione che non ne rimarrei comunque delusa...

Franco e Ciccio contro i creazionisti

Giuliano
Franco Franchi riusciva a muovere le orecchie. Io da bambino lo guardavo e mi veniva una gran rabbia, perché a me non riusciva e a lui sì: ma come faceva? Al massimo dello sforzo, potevo muovere fronte e sopracciglia: di più non mi era concesso. E intanto lui muoveva anche il cappello che si metteva in testa, senza sforzo e senza trucchi, come se fosse la cosa più normale del mondo... Il “trucco” lo avrei capito solo una dozzina d’anni dopo, leggendo finalmente “L’origine dell’uomo” : tutti gli animali hanno muscoli per muovere le orecchie, così da poterle indirizzare verso l’origine del suono e capire da dove viene il pericolo. Un gadget utilissimo, che noi abbiamo perso nel corso della nostra evoluzione, e che ritorna di tanto in tanto in alcuni individui.
Si trattava dunque di un atavismo, per usare il termine scelto da Charles Darwin per definire questo genere di cose: qualcosa di atavico, che deriva da remoti antenati, come recita il dizionario. Atavismo è dunque “la ricomparsa in un individuo di caratteri anatomici e funzionali e esistenti in lontanissimi antenati”. Gli studenti di medicina, dopo essersi ben studiati l’anatomia umana, sanno che di atavismi ce ne portiamo dietro anche altri: uno che abbiamo tutti, e non solo il comico siciliano, è per esempio l’appendice, una parte dell’intestino ben sviluppata nei mammiferi vegetariani e in noi del tutto inutile, un moncone residuo che serve solo ormai per procurarci l’appendicite, cosa della quale faremmo volentieri a meno (preferirei avere le orecchie mobili, a dirla sinceramente: riuscire a far ridere i bambini è una gran bel dono).
Un altro gadget che avrei voluto avere, ed è per questo che guardo con invidia e gran rispetto ad ippopotami e ornitorinchi, è la possibilità di avere le palpebre anche nelle orecchie, così da poterle chiudere a piacimento. A loro serve per andare sott’acqua, a me servirebbe per non dover ascoltare certi discorsi, tra i quali quelli dei creazionisti (ma non solo loro, purtroppo). Come per esempio quando mi tocca sentire che il darwinismo è una religione, oltre che una teoria bizzarra da estirpare. Innanzitutto, il darwinismo non esiste: esistono le teorie di Charles Darwin, basate sull’osservazione attenta della natura: chiunque abbia dato anche solo un’occhiata distratta ai suoi libri non può non saperlo. E poi la scienza non ha niente a che vedere con la religione, non ci sono dogmi e atti di fede, le teorie scientifiche si possono confutare ed è già successo molte volte, basta avere degli argomenti validi e magari qualche dimostrazione matematica – ma poi di che cosa sto parlando? Ma noi queste cose le sappiamo già e possiamo solo sospirare quando le sentiamo ripetere per l’ennesima volta, come è appena successo a me. Agli eventuali creazionisti che mi stanno leggendo, per oggi, posso solo consigliare l’opera omnia di Francesco Benenato, in arte Franco Franchi, che nella sua vita è stato ben coadiuvato dall’esimio professor Francesco Ingrassia, detto Ciccio. (Non credo che cambieranno idea, ma almeno me li ritroverò davanti più rilassati e di miglior umore, la prossima volta.)

I luoghi del cinema: La ragazza con la valigia

Solimano
E' del 1961 La ragazza con la valigia, un film di Valerio Zurlini, la storia del breve ed impossibile amore fra Lorenzo, un sedicenne bene educato ed inesperto (Jacques Perrin) ed Aida, una ballerina piuttosto vissuta ma che ha conservato, malgrado tutto, un suo candore di fondo (Claudia Cardinale).
La prima parte del film si svolge a Parma, la seconda a Riccione.
Per quello che riguarda Parma, in alcune scene fra le più belle del film compare la città, ed ho trovato una immagine in cui Jacques Perrin, biondo e timido, porta in giro in bicicletta Claudia Cardinale, ingrugnata e bellissima. Quella strada la conosco, in fondo si vede il Duomo, con la porta laterale di ingresso. Tante volte sono passato di lì, nei miei ventisei anni di vita a Parma, ed un po' sulla sinistra della foto c'è il Battistero, capolavoro romanico di Benedetto Antelami, tutto in marmo rosa di Verona. Per dire come era l'aria culturale di allora, un giorno venne in visita a Parma il presidente Gronchi, e siccome volevano fargli trovare la città ripulita, mandarono i pompieri con gli idranti a dare una lavata al Battistero. Sotto i getti d'acqua cadevano per terra scaglie del marmo rosa dell'Antelami. Oggi un po' più di consapevolezza c'è, ma ancora non basta.
Nel film compare anche il Teatro Farnese, che risale al Seicento (fu voluto appunto dai Farnese, allora signori di Parma). All'interno del teatro si svolge un dialogo importante, quello fra Don Pietro Introna (Romolo Valli) ed Aida. Il prete convince la ragazza a partire da Parma per tornare a Riccione.

lunedì 11 giugno 2007

Vicino al mare azzurro

U samogo sinyego morya di Boris Barnet (1936) Sceneggiatura di Klimenti Mints Con Anrei Dolinin, Sergei Komatov, Nicolai Kryuchkov, Yelena Kuzmina, Lyalya Sareyeva, Lev Sverdlin Musica: Sergei Pototsky Fotografia: Mikhail Kirillov (71 minuti) Rating IMDb: 7.7
Giuliano
Conoscevo Boris Barnet solo di nome, perché di lui si parla come uno dei cantori del cinema staliniano; e ho visto questo film solo perché una volta ho fatto partire il videoregistratore di notte, su Rai Tre, e per essere sicuro di catturare il film che veniva dopo avevo messo il timer con un largo anticipo.
Sorpresa: il film è piacevole, simpatico, perfino bello. Una volta fatta la tara sulle celebrazioni di Stalin, si scopre un film molto simile ai nostri degli anni ’50 (ma siamo nel 1936), quelli della serie “Poveri ma belli” e dintorni. La differenza è nello stile, e nella clamorosa bellezza delle immagini (il punto di riferimento è Eisenstein), ma anche questa è una storia di giovani innamorati e dei loro litigi, e i protagonisti sono molto simpatici e coinvolgenti, e anche dopo 70 anni la loro carica di simpatia è intatta.
La storia si svolge sul mare, tra pescatori, e il titolo del film è il verso di una canzone – perché di canzoni sono pieni i film di Barnet, e anche piuttosto belle, mai melense. Ed è molto semplice: due amici si innamorano della stessa ragazza, che però – si scoprirà solo alla fine del film – ha già un fidanzato, un soldato che è lontano su una nave nel Pacifico, e vede i due solo come dei cari amici. Tutto qua, ma in una festa di immagini marine che è un piacere per gli occhi, compresa la drammatica e molto realistica tempesta che sarà la svolta verso il finale (lieto fine, naturalmente). Le stesse immagini e la stessa felicità narrativa le ritrovo in “Un’estate prodigiosa”, girato una dozzina d’anni dopo ma in ambiente rurale, e a colori: e qui il ritratto di Stalin è davvero ovunque, e visto oggi è così eccessivo da sembrare ridicolo. Però la la scena iniziale della ragazza che canta sul trattore e poi cade in acqua, inseguita dal suo improvvisato corteggiatore, è davvero simpatica e piena di colori: e meriterebbe di stare in “Pane amore e fantasia”, o in altro dei film “rurali” che ben conosciamo.
La considerazione finale che mi è sorta spontanea, vivendo nell’oggi, è questa: se ci dimentichiamo per un attimo di cosa c’era dietro a Stalin e all’Unione Sovietica (cosa non facile), il messaggio di questi film è più che condivisibile. E’ un inno al lavorare insieme, a rimboccarsi le maniche e a dimenticare gli interessi personali, le gelosie, e le antipatie per andare avanti tutti insieme e migliorare il mondo in cui viviamo: i nostri politici oggi (dalla Thatcher e da Reagan in avanti) fanno invece a gara a lanciare il messaggio opposto, e forse è questo il vero grande male della nostra società.

Walter Veltroni al cinema

Witness
Peter Weir è un grande regista. Dai suoi inizi. Piccoli capolavori che si chiamavano Picnic ad Hanging Rock, Gli anni spezzati, Un anno vissuto pericolosamente. Fino a L’attimo fuggente, autentico cult-movie per quella parte di contemporanei che andava scoprendo, in sé e fuori di sé, che la vita non è solo affermare se stesso e sconfiggere il prossimo. In fondo questa rivolta rispetto all’individualismo esasperato è anche il filo rosso che attraversa Witness. Un film emozionante, giocato non solo su una delicata ragnatela di sentimenti, ma su un grande tema americano e ora universale: l’identità delle minoranze e i loro processi d’integrazione. Il film, che è insieme un thrilling e un giallo psicologico, è ambientato nella comunità degli amish, una piccola setta religiosa refrattaria alla contaminazione con la modernità. Ma una vicenda drammatica, un assassinio, al quale assiste un bambino della comunità, trasferisce la brutalità del mondo esterno, la violenza della vita metropolitana in quel piccolo mondo separato. Il film riesce a tenere magistralmente le due dimensioni, l’avventura e il racconto e l’una finisce col galvanizzare l’altra. Harrison Ford e Kelly McGillis sono bravissimi, l’unica pecca del lavoro di Weir è forse il finale troppo « happy ».

I predatori dell'arca perduta
Un capolavoro del divertimento, un fuoco di artificio della fantasia, una sarabanda di avvenimenti. I predatori dell’arca perduta è un film indimenticabile. È il ritorno cinematografico ai luoghi del nostro immaginario giovanile. È la riscoperta di un genere assolutamente abbandonato dal cinema: l’avventura. Nel film di Spielberg ci sono tutti i riferimenti tipici di un fumetto di qualità. L’eroe viaggia tra il Perù, l’America, l’Egitto e si trova a combattere tanti nemici diversi: Hitler, un truce affarista, i sottomarini. L’eroe e la sua bella si infilano in tutti i luoghi in cui non bisognerebbe mai entrare, posti pieni di pericoli e trabocchetti. A partire dalla indimenticabile scena della grande palla nera. A proposito di cose difficili da cancellare dalla memoria, c’è il più bel duello che il cinema contemporaneo ricordi. Quando Indiana Jones, a un certo punto della battaglia, si ricorda che ha la pistola e fa una certa faccia, si sfiora il capolavoro assoluto. Non si ha tempo di respirare, né di riprendersi dallo stupore. Il ritmo del racconto e gli effetti speciali trasformano questa specie di «Cino e Franco» in una saga dell’avventura moderna. Da non perdere, da rivedere, da mostrare ai bambini.

Kapò
Gillo Pontecorvo è un maestro. Lo è per gli straordinari film che ha girato, per le storie che ha raccontato, per le emozioni che ha trasmesso. Ma lo è anche per il suo stile di vita, per la sua discrezione, per il suo sorriso buono. Forse perfino per la sua apparente pigrizia. Pontecorvo ha infatti girato pochi film, tutti importanti, e ha coltivato tanti progetti mai realizzati. La sua ritrosia a «concludere» è ormai diventata una delle storie magnifiche del cinema italiano. Per fortuna non capitò così quando Gillo Pontecorvo cominciò il suo lavoro. Sfornò dei film splendidi, asciutti ed emozionanti. Scelse temi al calor bianco che poi raffreddava seminando dubbi e ambiguità, come in Kapò, in cui una prigioniera di un campo di concentramento per ebrei diventa, per terrore di morire, essa stessa carceriera della sua gente. Kapò è un terribile e straordinario racconto della guerra che divora e stravolge, che corrompe e riscatta. La kapò cambierà per amore, ma il sentimento forte che attraversa il film è l’orrore per la guerra, la paura del dolore. Non so se Gillo Pontecorvo farà presto il suo prossimo film. So, però, che sarà bellissimo.
P.S. Le recensioni di Walter Veltroni sono pubblicate in "Certi piccoli amori. Dizionario sentimentale di film" Sperling & Kupfer Editori, Milano, 1994.
Le ho trovate sull'ottimo sito Mymovies, Il cinema dalla parte del pubblico: http://www.mymovies.it/
Nell'immagine c'è la Kelly McGillis di Witness. (s)

Indiana Jones - 1, 2, 3 e ...

I predatori dell'arca perduta (Raiders of the Lost Ark) (1981); Indiana Jones e il tempio maledetto (Indiana Jones and the Temple of Doom) (1984); Indiana Jones e l'ultima crociata (Indiana Jones and the Last Crusade) (1989); di Steven Spielberg Soggetto di George Lucas Con Harrison Ford, Karen Allen, Kate Capshaw, Alison Doody, Denholm Elliott, John Rhys-Davies, Sean Connery Musica: John Williams Fotografia: Douglas Slocombe (115, 118, 124 minuti) Rating IMDb 8.7; 7.3; 8.2
Roby
Lo so, la scheda soprastante sa un po' di misto fritto, non corrisponde a quelle sinora qui apparse e non brilla per precisione ed esattezza. Ma che volete farci, io davanti a Indy vado in deliquio, perdo il ben dell'intelletto, mi smarrisco nei suoi begli occhi e rinuncio a qualsiasi velleità di critica cinematografica seria. Eppure, ci troviamo in presenza di un regista come Spielberg, e di una sceneggiatura che è opera di Lucas, tutta gente mica nata ieri, a proposito della quale ci starebbe bene un discorsetto chiaro e circostanziato, con richiami alla loro filmografia più recente, al loro background, ecc. ecc. ... Bene, io lascio ad altri questo dotto incarico, e mi concedo il piacere di tuffarmi a testa in giù nell'Avventura allo stato puro, quella con la A maiuscola, che trova in Indiana Jones uno dei rappresentanti più accreditati della storia del cinema. Vederlo apparire, nei Predatori, con cappellaccio, frusta e giubbotto di cuoio ed innamorarmene follemente fu questione di un "ciak": la poltrona si trasformò all'istante nel dorso di un cammello, la sala sparì di botto, lasciando il posto all'arido deserto egiziano, e prima della fine del primo tempo io -come Mia Farrow nella Rosa purpurea del Cairo- ero penetrata nello schermo, attraversandolo tipo Stargate, e seguivo beata il mio eroe alla ricerca di un'arca perduta che (in fin dei conti) non m'importava un accidente di ritrovare. L'importante era stare lì, con lui, trasportata nel turbinio magico dell'azione senza respiro, fino alla sorpresa di un epilogo sconvolgente nella sua banalità: la famosa, preziosissima arca dell'alleanza "archiviata" nei magazzini del museo, insieme a migliaia di altri reperti, priva di segni di riconoscimento e quindi destinata a "perdersi" di nuovo e definitivamente. Nel Tempio maledetto il ragazzino pestifero e la bionda svampita mi rimasero subito antipatici, ma Indy era sempre Indy, e con lui mi sarei gettata persino nella fornace ardente (oppure, più razionalmente, ci avrei spinto l'odiosa biondina) . E poi, nell'Ultima crociata, i particolari dell'adolescenza del nostro eroe e dei suoi rapporti col padre mi mandarono letteralmente in sollucchero, anche perchè il suo babbo aveva le fattezze nientepopodimenoche di Sean Connery: come dire, il colpo di grazia per una povera spettatrice media qual io sono! Ho letto da qualche parte che si parla di un possibile quarto episodio della serie, incentrato su un continente perduto (Atlantide?), dove i cattivi dovrebbero essere giapponesi o russi. Il ruolo principale sarebbe sempre affidato ad Harrison Ford, la regia resterebbe di Spielberg, le riprese potrebbero iniziare entro il 2007... Ma no, la notizia non mi attira affatto. Anche una sognatrice sfegatata come me ha dei limiti: e vedere Indiana Jones, con doppio mento e pancetta, che impugna la frusta con mano tremante, inforcando gli occhiali per non sbagliare a colpire... beh, grazie, ne faccio a meno, e mi tengo la mia trilogia di sogni in technicolor al sicuro, fra i DVD più preziosi della mia piccola collezione.

domenica 10 giugno 2007

Orizzonte perduto

Lost Horizon di Frank Capra (1937) Romanzo di James Hilton, Sceneggiatura di Robert Riskin, Sidney Buchman Con Ronald Colman, Jane Wyatt, Edward Everett Horton, John Howard, Thomas Mitchell Musica: Dimitri Tiomkin Fotografia: Joseph Walker (132 minuti) Rating IMDb: 7.7
Giuliano
Comincia come un film d’azione, con sequenze mozzafiato: siamo in Oriente, negli anni 30, nelle colonie inglesi tra Baskul e Peshawar, in tempo di guerre e d’insurrezioni. In un aeroporto, un ufficiale inglese sta organizzando l’evacuazione dei "bianchi": e con molta efficienza, nonostante il terrore che regna. Quegli aerei sono per i presenti l’unica occasione di salvezza, ma non c’è posto per tutti. L’ufficiale sale sull’ultimo aereo disponibile; con lui suo fratello (anche lui ufficiale) e poche altre persone raccattate nell’aeroporto all’ultimo momento. Quando tutto sembra tranquillo, l’aereo è già in volo da un po’ e si comincia pensare al ritorno verso casa, uno dei passeggeri si accorge che il pilota sta andando nella direzione sbagliata: non verso il mare, ma verso le grandi montagne dell’Himalaya. L’aereo è stato dirottato: un pilota misterioso, dai tratti mongolici, lo sta portando verso una destinazione ignota. Il dirottatore ha un aspetto minaccioso, non gli si può parlare, mostra una pistola; ma non sembra avere davvero cattive intenzioni. L’aereo fa uno scalo per il rifornimento di benzina, durante il quale ai rapiti è proibito scendere dall’aereo: e tutto funziona con grande efficienza, anche se in una landa desolata e a forza di braccia e di taniche di benzina, e poi si riparte subito, ancora più in alto.
Infine l’aereo atterra, in condizioni terrificanti: siamo proprio in mezzo alle vette più alte, tra le nevi perenni, in uno spazio angusto. Nell’atterraggio il pilota muore, e nessuno dei rapiti può più sapere che cosa è successo. Ora sono soli, sperduti tra le nevi dell’Himalaya: cosa fare?
Non sembra un film di Frank Capra. I primi venti minuti sono tutti azione, che ancora oggi fanno la loro bella impressione: è il film che racconta il mito di Shangri-La, tratto dal bestseller dello scrittore inglese James Hilton. Non racconto come va avanti, perché sarebbe un delitto privarvi del piacere della visione di questo film: che ormai è fuori dal giro da parecchi anni, anche se ne sono stati tentati dei remake molto deludenti che spero vi siano sfuggiti. L’originale è questo, e rimane inimitabile perché la mano del grande Frank Capra si fa sentire, anche in un tema per lui inusuale. Ma, forse, non così inusuale: in fondo, anche in "La vita è meravigliosa" l’elemento del soprannaturale e del tempo sospeso è ben presente – e forse i due film non sono così diversi l’uno dall’altro. Ma qui mi fermo, è più che probabile che non l’abbiate davvero mai visto: vi posso dire che io sono riuscito a recuperare il libro di Hilton, ed è notevole (non me l’aspettavo), e che tra i protagonisti del film ci sono due mostri di bravura, i caratteristi Thomas Mitchell (che qualche anno dopo sarà il medico ubriaco di "Ombre rosse") e l’allampanato Edward Everett Horton, specializzato nelle parti di gentiluomo all’inglese, che qui interpreta un bizzarro paleontologo con la testa sulle nuvole.

I luoghi del cinema: L'avventura

Solimano
La Sicilia è stata ed è presente in molti film, forse più di tutte le altre regioni italiane. Fu singolare la decisione di Michelangelo Antonioni di ambientare a Noto parte del film L'avventura, singolare e non scontata, nel 1960. Credo che Antonioni, oltre ad altre considerazioni, mettesse in conto che il protagonista del film è un architetto che professionalmente sta ripiegando verso il cinismo e che fosse un utile contrappasso la scelta di una città in cui l'arte architettonica aveva lasciato grandi segni non solo nei singoli monumenti ma nella stessa organizzazione urbana e in una decorazione diffusa.
Antonioni ama e conosce l'arte, lo si nota in molti suoi film, nel caso de L'avventura si tratta di arte barocca, allora considerata in modo riduttivo persino da molti intendenti. Ma anche oggi, pensateci: provate a chiedere in giro i nomi degli artisti preferiti, scommetto che non troverete nessuno che dice immediatamente uno di questi due nomi: Bernini e Rubens. Quando glielo farete notare diranno: "Ah, sì!", ma da soli non l'avrebbero detto. E' gente che discetta di Duchamp e di Warhol, provassero, un giorno o l'altro, a cominciare a studiare ed a capire qualcosa del barocco: non debbono necessariamente viaggiare, l'arte barocca è quasi dappertutto, solo che non ci si bada. A proposito della persistenza dei pregiudizi.
P.S. Come immagine non inserisco la cattedrale di Noto, che si trova dovunque, ma un particolare della decorazione di uno dei balconi di Palazzo Nicolaci a Noto.

Giuseppe Marotta al cinema

Ecco come Giuseppe Marotta reagiva (perché di una vera e propria reazione si tratta) al film L'avventura di Michelangelo Antonioni. Questa non è una recensione né una critica, è una stroncatura, pubblicata a suo tempo nel libro "Facce dispari", Bompiani 1963. Leggendola mi sono detto: "E se stroncassimo la stroncatura?" Intanto la pubblico, anche se è piuttosto lunga, ma questo è un blog in cui bisogna leggere, credo si sia capito. (s)

Ma che uomo sono io? Avevo detto: "Non ho visto e non vedrò L'avventura". Che ci voleva, a mantenere la parola? Il film si proiettava da quindici giorni, o venti, e il meglio o il peggio che gli potevano accadere, in ogni sede, perfino quella giudiziaria, gli erano accaduti. Non gli mancavano, insomma, che le mazzate o le carezze mie. Per un autentico uomo ligio agli impegni assunti con gli altri e con sé, ciò non avrebbe contato. Ma io sono la copia vivente della mia povera madre, la quale non aveva ancora finito di gridarmi, alla maniera napoletana: "Che tu possa morire ucciso!" e già mi sussurrava "Uh figlio mio bello!", stringendomi e baciandomi come se mi avesse tratto a riva da un furibondo oceano. Che tipo. Quante vite mi occorrerebbero per tentare un'approssimativa rieducazione di me stesso? Il fatto è che mi sorpresi anzitutto ad annotare i consensi del granitico Times a L'avventura ("Uno dei pochissimi film che abbiano la sottigliezza e la complessità di un romanzo", eccetera) e successivamente ad aggirarmi intorno al Cinema Ariston, a Roma, dove lo spigoloso, ambiguo lavoro di Antonioni si proiettava. Infine, sfuggendomi, e cioè non badando all'immagine che lasciavo, passando, nei vetri, sgusciai dentro. In quegli atri fulgidi, la nostra figura si stacca da noi come una bolla di sapone dalla cannuccia... ma questo è un altro discorso, turiamoci con la cera di Ulisse gli orecchi, non divaghiamo. Sedetti, ecco, e vidi furtivamente, quasi continuando a negare la mia presenza nella sala (poca gente, pochissima), ciò che segue.
1) Un quartiere elegante di Roma. Dinanzi al cancelletto di una villa, un attempato signor Tal dei Tali si accomiata dalla giovane figlia Anna. Costei riepiloga in qualche vaga smorfia gli ardui capitoli di un buio dramma interiore, e quelli di un accentuato spirito di indipendenza. Sta per andarsene in crociera nel mare di Sicilia, col fidanzato Sandro e certi comuni amici. Il signor Tal dei Tali, scontento, dice: "Quell'uomo non ti sposerà mai, Anna. Ma io sono a riposo come diplomatico e come padre". Che ingegnosa e densa battuta: contiene la professione, il ceto, i presentimenti, l'amarezza e l'impotenza tutoria del Tal dei Tali, per tacere della ragazza. Voi gongolate, pensando che Michelangelo Antonioni punti sull'essenziale. Ma vi sbagliate e come: in realtà egli lesina le parole ai vari personaggi unicamente se ci debbono qualche leale informazione; altrimenti si abbandonino pure a un'orgia di luoghi comuni e di grandhotellismi.
2) Arriva, in automobile, Claudia. È bionda perché Anna è bruna. Che cielo abbia sul capo e che terreno abbia sotto i piedi, lo ignoriamo e lo ignoreremo fino all'ultimo. Niente, è un'amica. Ricca? Povera? Delibata? Vergine? Sola al mondo? Carica di parenti? Colta ? Ignorante? Mah. Ella si limita a dire all'autista: "Alvaro, sbrigati, è tardi". Vanno da Sandro in una piazzetta della città vecchia. Due o tre sibilline frasi ci rivelano che Anna da qualche mese non vede il fidanzato. I motivi della frattura? Diamine, eccoli: "Ma Claudia, quando uno è lì, davanti a te, è tutto li!". Rimuginate la sera, affinché il difficile sonno venga, queste parole. Sottintendono che la distanza crea suggestivi frazionamenti, arcane propaggini del maschio? È probabile. Amen.
3) Anna pianta la compagna da basso e vola da Sandro, il quale sta in fretta vestendosi. Ma la ragazza, dopo un breve e generico preambolo, gli fa un cenno imperioso e comincia a spogliarsi. Invano Sandro le rammenta che giù c'è Claudia. Pare che ciò esalti maggiormente Anna: tirare le tendine, mormorare: "Che attenda" e rovesciare l'uomo sul più vicino letto, è per lei questione di un attimo. Di Sandro, il meno che si possa dire è che, ora come ora, c'è tutto: completo, omogeneo, solerte come Dio lo ha fatto. Prosit. Claudia, nella piazzetta, indovina: e, con una impercettibile ruggine in grembo e nella mente, aspetta. C'è il Fellini della Dolce vita, qui; ma come l'acqua nel vino e l'aglio nelle fragole, voi mi capite.
4) La crociera, adesso. Un motoscafo di media stazza nel quale, secondo gli autori del film, si annidano, mangiandovi, bevendovi e dormendovi, sette o otto persone. È vero che talune di esse hanno la mania di sovrapporsi, ma nauticamente c’è molto da eccepire. Abbiamo dunque, a bordo, Anna, Sandro, Claudia, Patrizia, Raimondo, Corrado e un marinaio. Se Anna, Sandro e Claudia non hanno il minimo connotato apprezzabile, figuratevi Patrizia (forse una matura ninfomane), Raimondo (un velloso fauno imbecille) e Corrado (il trionfo dell'anonimo e dell'inutile).
5) In vista del roccione di Lisca Bianca, nelle Eolie, Anna e gli altri si tuffano. Anna urla che c'è uno squalo. Che paura. La salvano, domandandole: "Come te ne sei accorta, Anna? Ti ha toccata?". Nemmeno all'asilo d'infanzia, risuonano dialoghi così puerili. Anna, d'altronde, svela a Claudia: "Sai, la storia del pescecane era una balla". Antonioni ha l'aria, qui, di gettare un bengala nelle tenebre psicologiche di Anna; io non ci vedo che numeri del lotto.
6) Ecco Sandro e Anna sul roccione. Anna torna a battere sul tasto della magica lontananza che trasfigura. Dice, come una medium: "Non ti sento". E lui: "Ma ieri, a casa mia, mi sentivi". E lei, con ira: "Tu devi sempre sporcare tutto". Anime del Purgatorio! Ma non è stata Anna, il giorno prima, ad esigere uno dei più veloci, inopportuni e cinici accoppiamenti? La verità è che Antonioni brancola nei personaggi e nelle vicende: li inganna e ne è ingannato (non c'è legge del taglione severa, ineluttabile come quella artistica), li fuorvia e ne è fuorviato.
7) La nauseata Anna che fa? Si dilegua, svanisce, ricade in quel torbido nulla dal quale, in sostanza, mai non era emersa. Un attimo: e Anna, ecco, non c'è più. Come ha lasciato l'isolotto? Mediante qualche barca di contrabbandieri? O levitando? O annegandosi? Invano i carabinieri dragano e sommozzano: viva o morta, Anna si è dissolta. Vogliate riflettere un momento su ciò. Scompare una ragazza: non a Sciangai, ma a Lisca Bianca: e l'inquirente polizia non fa che riverire i compagni di lei, sui quali dovrebbe indagare e come! Io quasi quasi corro ad affogare la mia cara Olga alle Eolie; e voi?
8) Sandro continua per suo conto le ricerche sulla terraferma; ciò non gli vieta di mettere gli occhi, anzi le mani, addosso a Claudia. La bionda non gli resiste a lungo; dice: "Non sono preparata ad amori che si possono dimenticare in un minuto", e fugge; ma poi, non ricordo se a Milazzo o a Castrovillari, c'è un prato. Là i due s'avvinghiano e s'annodano e s'avviluppano come un fascio di serpi; riuscirebbe, un indù col flauto, a districarli?
9) Ho saltato un episodio che dà la piena misura del cattivo gusto di Antonioni. Claudia, prima che Sandro la raggiunga, è ospite, col resto della brigata, di una principessa. Qui alligna Goffredo, un pittore diciassettenne iperghiandolare che s'è invaghito di Patrizia e vuole mostrarle i suoi quadri. Patrizia si fa accompagnare da Claudia. Goffredo sentenzia che nessun paesaggio è bello come le donne: poi, simile a un giaguaro, si getta su Patrizia, ben deciso a provare che nessun panorama eguaglia la figura; e Patrizia, come dalla cresta di un'onda, squittisce: "Claudia, vattene! E diglielo, a Corrado, che il mio cuoricino batte forte forte forte!". (Corrado è il marito, o l'amante). Che azione goffa e plateale, che miseria di battute! Dove sei, Fellini? Pensavo al miracolo del tuo lieve tocco sterilizzante, che velò e pulì ogni fotogramma del tuo capolavoro. Sono i film come L'avventura, a darci la misura della Dolce vita.
10) Grande albergo a Taormina. Udiamo frasi quali: "Concierge, chi è quella bambolina?"; "Il sonno bisogna vincerlo, io ho imparato da fanciullo"; "Non c'è mai da augurarsi di essere melodrammatici", e così via. Ne deduco, per me, che Antonioni è prima di tutto uno scrittore equamente fallito. Ed eccoci all'unica sequenza valida e persuasiva del film. Esausta, Claudia s'addormenta; Sandro invece, scende nel salone. Irretito da una piacente sgualdrina, l'abborda; all'alba, Claudia, tormentata dalla gelosia, perlustra l'albergo e trova infine i due su un divano, allacciatissimi. Arretra, scappa. Il ganzo la insegue, ma non senza aver buttato sul canapè due bigliettoni, ventimila lire, che la donnaccia rastrella indecentemente col piede (lo ha calamitato e prensile, come le scimmie). Fuori, su una panca, Sandro naufraga in un desolato pianto; e allora Claudia gli si appressa, muta, e gli elargisce una lenta carezza. Ma sì, donne, medicateci, versate farmaci e lenitivi sulla quotidiana lebbra dei sensi che ci tarla; senonché questa emotiva paginetta, l'unica, ripeto, non giustifica le ore del film L'avventura.
Spettacolo? Sciocchezze. C'è una magnifica Sicilia, frugata palmo a palmo da un ottimo, geniale operatore. Datemi l'una e l'altro e sono regista anche io. L'avventura, cioè, non offre la menoma soluzione del problema -Antonioni. Gli dicono romanziere e non mette insieme che aneddoti; gli dicono psicologo e rimane alla superficie di ogni creatura; gli dicono letterato e, in fatto di linguaggio, è sulla paglia. Michelangelo, ti do un suggerimento fraterno: agguanta un copione di Zavattini, o di Suso Cecchi D'Amico, o di Ennio Flaiano, e attualo senza metterci, di tuo, che la indubbia conoscenza del mezzo cinematografico. Vedrai l'esito. Prego, non c’è di che. Anna è Lea Massari, per la quale ho un debole: molto brava nel suo personaggio d'aria. Monica Vitti (Claudia) la preferisco sul video. Un Gabriele Ferzetti (Sandro) men che mediocre (avrà talento, ma alla banca).

Le vite degli altri (2)

Das Leben der Anderen di Florian Henckel von Donnersmarck (2006) Con Martina Gedeck, Ulrich Muhe, Sebastian Koch, Ulrich Tukur, Charly Hubner, Thomas Thieme Musica: Stéphan Moucha, Gabriel Yared Fotografia: Hagen Bogdanski (137 minuti) Rating IMDb: 8.5
Zibal
Comincerei copiando di peso una citazione di Roberto Saviano, autore del recente best seller Gomorra, nell'articolo scritto per Repubblica il 3 maggio scorso ("Miei cari letterati, tornate alla realtà"). Un giorno, dice Saviano, Thomas Mann e Ignazio Silone discutevano sul come giudicare i diversi sistemi politici. Silone rispose: "Senza dubbio: basta determinare qual è il posto che è stato riservato all'opposizione". Mann invece: "No, la verifica suprema è il posto che è stato riservato all'arte e agli artisti".
Il film Le vite degli altri dà ragione a Thomas Mann. Tratta infatti della persecuzione degli artisti, e non degli oppositori, da parte della Stasi, la polizia segreta della Germania comunista. E conforta quindi la mia crescente convinzione che i valori estetici sono supremi (magari con altri), e che il valore economico, di cui per professione mi occupo, se si tratta veramente di valore dipende dai primi.
Un'altra cosa mi ha fatto pensare questo bel film: quanto poco conosciamo, e cerchiamo di conoscere, della vita degli altri. Perfino all'interno delle famiglie il dialogo langue sempre più man mano che ciascuno si chiude nei propri interessi. I rapporti si fanno sempre più superficiali, stereotipati. Spesso con effetti dirompenti, secondo la teoria delle catastrofi.
Non vi è dubbio che come umani siamo esseri a sensibilità limitata. Ma se fra padri e figli, tra israeliani e palestinesi si andasse più a fondo nella comprensione reciproca, senza temere di mettere a repentaglio la propria identità, il proprio super-Io, allora qualcosa cambierebbe veramente. In fondo, si tratterebbe di riequilibrare in qualche misura l'eccesso di amore verso sé stessi con l'insufficienza di quello verso il prossimo.
P.S. Nell'immagine, c'è il regista, conte Florian Maria Georg Christian Henckel von Donnersmarck (!) che parla in una aula affollata. Sembra che lo ascoltino, e guardatela bene, questa immagine, dopo averla fatta grande cliccandoci sopra. A me dà fiducia: le persone, certe persone, esistono. Se ce lo ricordiamo è meglio, magari ci faremmo la nostra figura pure noi, in un'aula così. (s)

sabato 9 giugno 2007

Ben Hur

Ben Hur di William Wyler (1959) Dal romanzo di Lew Wallace, Sceneggiatura di Karl Tunberg Con Charlton Heston, Stephen Boyd, Jack Hawkins, Haya Harareet, Hugh Griffith, Martha Scott. Stunts: Joe Canutt (per C. Heston), Joe Yrigoyen (per S. Boyd) Musica: Miklos Rozsa. Fotografia: Robert Surtees (212 min.) Rating IMDb 8,2
Roby
Premessa: nel caso qualcuno s'indigni per la foto poco consona, "rubata" al backstage del film (bei tempi, quelli della Hollywood sul Tevere!), premetto e prometto che la cambierò presto. Ma vedere Ben Hur e Messalla che corrono in Vespa anzichè in biga mi è sembrato irresistibile...
Dunque, parlare di Ben Hur mi dà modo di trattare dei cosiddetti peplum, quel genere di film storici ambientati nell'antichità più remota - grosso modo dai Fenici all'Alto Medioevo - in cui gli attori indossano appunto pepli, tuniche e toghe, e si aggirano fra piramidi in costruzione, colossi di Rodi appena crollati, frequentatissimi templi di Vesta ed anfiteatri Flavi nuovi di pacca. Questo è il tipo di pellicola che preferisco quando voglio rilassarmi in poltrona, senza eccessive emozioni nè eccessivi colpi di scena: anche perchè la Storia è Storia, per cui -a parte le licenze poetiche di qualche regista o sceneggiatore- si sa in partenza come andrà a finire.
Tornando a Ben Hur, ricordo di aver letto il libro di Lew Wallace in età infantile, e di aver adorato il protagonista, concependo invece un odio viscerale per il suo avversario. Al contrario, nel film -ritrasmesso puntualmente in TV ad ogni Natale- fin dalla prima visione ho mio malgrado avvertito un'attrazione fatale per il Messalla di Stephen Boyd, cattivo molto sexy, a scapito dello scipito Ben Hur del granitico quanto prevedibile Charlton Heston, capace di retrocedere dall'antica Roma all'Egitto di Mosè, per poi proseguire verso la Firenze di Michelangelo, senza cambiare minimamente l'espressione dei muscoli facciali. Ma queste sono solo considerazioni banali di una spettatrice oziosa, che deve al suo giovanile corso di studi la passione per l'archeologia, e che si diverte a mettere alla prova la propria cultura classica nello scoprire gli errori storici spesso presenti in film del genere. Qualche esempio? In Cleopatra di Joseph Mankiewicz, se non erro all'interno della tenda di Marco Antonio, viene inquadrata una carta geografica del mondo allora conosciuto che sembra tratta pari pari da un odierno atlante scolastico (mancano solo i nomi degli stati moderni!). Ora, gli antichi geografi sono sicuramente riusciti a fare miracoli nel disegnare confini, coste e territori con notevole precisione: ma non c'è dubbio che l'ausilio della fotografia aerea fosse ancora di là da venire! Altro particolare stonato, quello inserito per altro in uno dei miei neo-peplum preferiti, Il gladiatore di Ridley Scott: dove l'affascinante protagonista -come lui stesso ricorda al perfido imperatore Commodo nella polverosa arena del Colosseo- si chiama "Massimo Decimo Meridio". Nulla da eccepire sul nome triplo, rispettoso dell'uso latino: è la successione ad essere scorretta, e soprattutto è assurdo che egli venga chiamato da tutti "Massimo", usando il primo e non il terzo dei tre nomi! Anche chi è digiuno di consecutio temporum sa che Caio Giulio Cesare era indicato come Cesare, non come Caio: anche perchè, in tal caso, Tizio e Sempronio avrebbero preteso l'esclusiva... (?!)
P.S.: Nel genere dei peplum (o pepla, per i latinisti pedanti) non rientra, almeno per quanto mi riguarda, la filmografia recente di Mel Gibson: l'eccessivo realismo e la spasmodica ricerca di veridicità nella rappresentazione della storia antica mi disturba profondamente. Forse perchè l'antichità ha per me qualcosa di favolistico, che mal si accorda con attori che parlano un latino venato di accento aramaico, mangiando pane azzimo ottenuto da grano coltivato sul lago di Tiberiade e indossando tuniche filate con telaio appositamente ricostruito sulla base dei reperti archeologici rinvenuti nelle catacombe di Santa Domitilla Vergine e Martire!

Il fiume

The River di Jean Renoir (1951) Racconto di Rumer Godden, Sceneggiatura di Rumer Godden, Jean Renoir Con Nora Swinburne, Esmond Knight, Arthur Shields, Suprova Mukerjee, Thomas E. Breen, Patricia Walters, Adrienne Corri Musica: M.A. Partha Sarathy Fotografia: Claude Renoir (99 minuti) Rating IMDb: 7.6
Giuliano
Un film dolce e delicato, con al centro la morte di un bambino: cosa immaginare di più atroce? Non è una morte cruenta, è che siamo in India, la Natura è molto presente, e la Natura fa di queste sorprese. Eppure è una morte straziante, alla quale bisogna abituarsi. Accade dentro ad un film che fin lì pareva parlare di tutt’altro, una storia di giovani donne che crescono e vivono i loro tormenti d’amore e di vita, sia pure in un ambiente esotico e lontano: nel 1950 l’India era molto più lontana di adesso.
Fa parte della vita, bisogna farsene una ragione. La vita continua, scorre come il grande fiume – il Gange - che passa vicino alla casa delle protagoniste: è il film che Jean Renoir gira dopo aver abbandonato gli USA e Hollywood, dove ha girato alcuni film fra i suoi migliori, ma che non è proprio il suo posto.
Renoir sembra iniziare una nuova carriera, la terza parte dopo “La regola del gioco” e “La grande illusione”, e dopo l’avventura americana: e lo fa con un film che è poco definire magico. E’ un altro film di quelli che si ha paura a toccare, perché va a toccare i temi più importanti della nostra vita. Meglio fermarsi un attimo prima, e citare i grandi pittori che qui come in pochi altri film (potenza del colore, usato meravigliosamente da Renoir per la prima volta) vengono evocati: il padre di Renoir, certamente, ma anche Monet, Courbet, Manet, Matisse...

I luoghi del cinema: Professione reporter

Solimano
Per me uno dei più bei film di Michelangelo Antonioni è "Professione: reporter" (1974), bello per tanti motivi. E' anche un film attuale e dice cose sul mestiere del giornalista che pochi hanno avuto il coraggio di dire con altrettanta chiarezza. Ma prima o poi il film apparirà qui.
Il film si svolge in diversi luoghi: il Sahara, l'Andalusia, Monaco di Baviera. Una parte importante si svolge a Barcellona: è lì che David Locke (Jack Nicholson) conosce la ragazza (Maria Schneider). C'è, nella Barcellona di Antonioni, una presenza costante e magnifica: le opere che ha lasciato nella sua città Antonio Gaudì: palazzi (interni ed esterni), decorazioni di balconi, di tetti, finestre e scale, anche nei giardini. Batllò, Mila, Calvet, Guell... manca solo, forse, l'impresa della Sagrada Familia. E l'arte originale di questo artista un po' folle ma geniale si accorda benissimo con lo svolgimento del film. Si capisce che Antonioni ama molto Gaudì, sarebbe impossibile altrimenti che ogni cosa che i personaggi hanno da dirsi o da farsi a Barcellona si svolga necessariamente - interni ed esterni - in posti dove c'è Gaudì.
P.S. Inserisco una immagine della casa Batllò.

L'Impero del Sole

The Empire of the Sun di Steven Spielberg (1987) Racconto di J.G. Ballard, Sceneggiatura di Tom Stoppard Con Christian Bale, John Malkovich, Miranda Richardson, Nigel Havers, Joe Pantoliano, Ben Stiller Musica: John Williams Fotografia: Allen Daviau (154 minuti) Rating IMDb: 7.5
Ottavio
Ci sono sostanzialmente due modalità nell’accedere al blog “in lettura”: l’una provocata dalla curiosità di scoprire le novità, cioè di leggere gli ultimi post introdotti, l’altra motivata da una chiave di lettura indipendente dall’attualità, cioè per una ricerca di post corrispondenti a certi parametri. Quest’ultimo tipo è quello che ho applicato qualche giorno fa quando, ragionando di un mio possibile contributo, mi sono chiesto: “Spielberg! Come è stato “trattato” finora Spielberg nel blog?” ed ho potuto così verificare che è presente un solo suo film, il poetico E.T.
Beh, allora bisogna rimediare, mi son detto. Ed ho pensato di proporre L’impero del sole.
Si tratta di un bellissimo affresco storico ambientato in estremo oriente nel periodo della seconda guerra mondiale. Ci troviamo in uno scacchiere bellico lontano dalla nostra Europa, conosciuto principalmente per le grandi battaglie aeronavali tra giapponesi ed americani, a cominciare da quella di Pearl Harbour, battaglie che Hollywood ha rappresentato col dovuto patriottismo e senza risparmio di mezzi. Ne L’Impero del Sole Spielberg allarga il contesto, si potrebbe dire, ed illustra, attraverso le vicende dei protagonisti del film, l’espansionismo imperialista giapponese, sfociato nel conflitto cino-giapponese, che precede l’entrata in guerra dell’America, fino ad arrivare alla fine della guerra, nel 1945, vista dal cosiddetto fronte interno giapponese.
Nel 1941 vive a Shangai un’agiata famiglia inglese, padre, madre e figlio, Jim, di dieci anni. Jim è felice e spensierato, e il suo gioco preferito è costituito dagli aerei giocattolo. La vita serena termina con l’occupazione di Shangai da parte delle truppe giapponesi, di cui si temono le crudeltà già perpetrate in altre aree della Cina. Nella confusione della fuga, in mezzo alla folla, Jim perde il contatto con i genitori e va a vivere da solo nella villa di famiglia. Esaurite le scorte di cibo è allora costretto ad avventurarsi nella Shangai occupata, dove incontra casualmente due avventurieri americani, Basie e Frank, che vivono di espedienti, presso i quali riesce a sfamarsi, finché non vengono tutti catturati dai giapponesi e chiusi in un campo di concentramento, insieme ad altri anglo-americani. Nel campo, dove una varia umanità tra piccole miserie ed eroismi lotta per la sopravvivenza, Jim trascorre gli anni difficili del passaggio dall'infanzia all'adolescenza. Si rende utile ai prigionieri, dedicandosi con furbizia, come si trattasse di un gioco, a un piccolo commercio fatto di scambi di oggetti. E' infatuato dello scaltro Basie, un grande John Malcovich (che sostituisce la figura paterna?), diventato nel frattempo un piccolo boss del campo, ma è sensibile alla dedizione e al coraggio del medico inglese del campo, che gli fa anche scuola.
Insomma gli abitanti del campo sono diventati la sua nuova famiglia, di cui ha evidente bisogno. Verso i giapponesi ha uno strano senso di ammirazione, alimentato anche dal fatto che nelle vicinanze c’è un campo di aviazione da dove partono gli aerei kamikaze.
Gioca a lanciare il suo aereo giocattolo con un coetaneo giapponese, intravisto al di là del filo spinato, in mezzo ai militari che presidiano il campo. E’ un bambino, traumatizzato dalla perdita della famiglia, che ha bisogno di farsi voler bene.
Quando il Giappone sta per soccombere viene lasciato libero con gli altri prigionieri ed ha occasione di assistere a distanza al bagliore della bomba atomica che porrà fine al conflitto. Qualche tempo dopo, riunito ad altri fanciulli dispersi, ritrova finalmente i genitori.
Il merito di Spielberg, secondo me, non è tanto di aver confezionato un bel film sulle vicende tratteggiate nel racconto di (un certo) J.G. Ballard. Quello che mi piace in lui è il fatto che attraverso quelle vicende ci rinfresca la storia, così come ha fatto ad esempio con Schindler’s list o con Salvate il soldato Ryan, il che in un periodo di memoria corta, anzi cortissima, è altamente apprezzabile.

venerdì 8 giugno 2007

Picnic

Picnic di Joshua Logan (1955) Commedia di William Inge, Sceneggiatura di Daniel Taradash Con William Holden, Kim Novak, Betty Field, Susan Strasberg, Cliff Robertson, Arthur O'Connell, Rosalind Russel Musica: George Duning Fotografia: James Wong Howe (115 minuti) Rating IMDb: 7.3
Solimano
Avverto subito che il Morandini del 2007 così recita, riguardo Picnic: "Sopravvalutato per il suo interesse di rispecchiamento sociologico di un mondo provinciale retrogrado, è un film tedioso, modesto e ruffiano." Per me, a quello che ha scritto così, qualcosa doveva essere andato di traverso poco prima, che so io, non aveva più trovato la macchina per strada, la zia di Orbassano - a cui non si può dire di no - l'aveva invitato per un intero week end, il numero di copie vendute del librone sui film era stato in quella settimana minore rispetto a quello della settimana precedente, cose così. Quando si è sotto pressione ci si sfoga col primo che passa, ed è capitato al film Picnic, chissà se gli capitava sotto le grinfie l'ultimo film di Olmi.
Il mondo provinciale retrogrado non esisteva solo nel Kansas, esisteva anche a Parma - ad esempio - nel 1955, con gli amici ricchi che facevano i paternalisti con te, perché si sapeva che di testa eri sveglio, ma non ti invitavano alle festine con le ragazze di Parma Nuova, per quelle preferivano l'altro giro di amici: il figlio dell'industriale, il nipote del politico, lo scarparo di lusso e via andare. Proprio come fa Alan Benson (Cliff Robertson): è tornato in paese il suo amico strapelato, Hal Carter (William Holden), e Alan lo festeggia, 'sto sexy symbol in imminente disarmo, sarà gentile con lui, e gli farà vedere che ha per morosa la più bella del paese, Madge Owens, che prima o poi Alan sposerà, se saprà stare al suo posto di ragazza senza un soldo ( la famiglia Benson ha il controllo delle granaglie). E Hal cerca di compiacerlo, ha voglia di darsi una sistemata, e vuol fare bene la sua parte di amico fedele al grande picnic, la consacrazione sorridente della gerarchia sociale in essere.

Solo che ci si mettono di mezzo tre donne: la vogliosa professoressa Rosemary (Rosalind Russel), che sa di essere sulla soglia dello zitellaggio, ma si tiene stretto uno che la potrebbe sposare, la studentessa Millie (Susan Strasberg), sorella minore di Madge, che è la più giovane di tutti, ma, essendo intelligente e lucida, è anche la più libera, e Madge stessa, imbambolata dalla possibilità di sposare il più ricco del posto, pur sapendo che si tratta di un cambio merci più che di un matrimonio. L'arrivo del sex symbol Hal scompiglia i giochi, e sarà alla fine Millie a dare il consiglio giusto a Madge, quello di andarsene con Hal, malgrado che Flo, la loro madre (Betty Field) si batta per la salita sociale delle figlie. Madge e Hal si incontreranno in un treno merci, perché Hal non può restare, inseguito dalla vendetta della famiglia Benson, che ha la legge e la polizia ai suoi comandi. A parte che nella vita reale non succedeva così, perché la ragazza bella e povera sposava il ragazzo ricco, naturalmente dopo essersene innamorata, il film racconta una possibilità di effrazione della struttura sociale. Hal, recuperando la sua dignità di corpo estraneo/escluso, costringe tutti a misurarsi, il gioco non è più finto, le scelte devono essere chiare: Rosemarie costringerà al matrimonio il suo nolente spasimante, Madge scelge di andarsene per affrontare una vita senza rete di protezione, Millie, quando avrà finito di studiare se ne andrà certo tranquilla in un posto meno squallido. Il film fu molto apprezzato dalle donne, perché William Holden è un San Sebastiano notevole, le frecce gli fanno bene, ma io ho apprezzato i prodigi recitativi della isterica Rosalind Russel e della prima della classe, però simpatica, Susan Strasberg. E Kim Novak? Aveva ventidue anni, non ho capito mai se avesse particolari capacità recitative, ma la sua presenza al picnic con quell'abito rosa non la può scordare nessuno, nemmeno il Morandini, che spero abbia risolto i suoi problemi personali e possa rivedere ciò che ha scritto di questo film.