lunedì 26 maggio 2008

La moda nel cinema: Siamo donne

Emma Danieli

Siamo donne, episodio diretto da Alfredo Guarini (1953) Sceneggiatura di Luigi Chiarini Con Emma Danieli, Anna Amendola, Alfredo Guarini, Cristina Doria, Cristina Fantoni, Madeleine Fischer, Lello Bersani, Marcella Mariani Fotografia: Otello Martelli Rating IMDb: 7.0
Solimano
Ho già scritto due post sul film Siamo donne, uno per l'episodio con Isa Miranda (regia di Alfredo Guarini) ed uno per l'episodio con Anna Magnani (regia di Luchino Visconti). Ci sono anche gli episodi con Ingrid Bergman (regia di Roberto Rossellini) e con Alida Valli (regia di Gianni Franciolini), ma ne scriverò un'altra volta. Oltre ai quattro episodi, ognuno dei quali è incentrato su una attrice famosa, c'è un altro episodio che fa da prologo, intitolato "Concorso quattro attrici una speranza". Il regista è lo stesso produttore del film, Alfredo Guarini, che era anche il marito di Isa Miranda. Evidentemente pensò di creare sinergia fra il film (quattro attrici) e un concorso per scegliere appunto una speranza, una futura attrice fra molte concorrenti.
Più che di un episodio filmico, si tratta di un vero e proprio documentario, ed è qui il suo interesse: quali erano i modelli di bellezza delle aspiranti attrici nel 1953, soprattutto come trucco, capelli, abbigliamento. Moda, con una parola che consideri anche gli atteggiamenti, gli sguardi, il modo di essere e di presentarsi. Viene naturale il confronto con quello che succede oggi nei concorsi di bellezza di ogni tipo, compresi i reality che inflazionano tutte le reti TV. Non per dire è meglio è peggio, ma per capire cosa è successo in tutti questi anni, in un certo senso com'era l'Italia di allora e come è quella odierna da un punto di vista certamente non secondario: il canone della bellezza femminile.
Quindi inserisco nel post anche diverse immagini piccole (però tutte cliccabili) così ci si fa una idea di come fossero alcune delle concorrenti. Il concorso non ebbe una sola vincitrice, ma due, e ne inserisco una immagine in fondo al post, mentre in cima metto quella fra le due vincitrici che divenne poi molto nota, Emma Danieli, popolare come presentatrice ed attrice in TV. L'altra vincitrice fu Anna Amendola, che fece solo alcuni film negli anni successivi e non compare più in IMDb dal 1958.


Nella prima delle immagini qui sopra di vede il pigia pigia ad inizio giornata prima delle selezioni. Molte delle concorrenti sono accompagnate dalle madri, ma qualcuna è accompagnata da un maschietto che ne cura gli interessi (curando anche i suoi), come il giovane tiratissimo con gessato a rigoni, fazzoletto nel taschino, camicia bianca, cravatta a nodo stretto e capelli sicuramente pieni di brillantina. Non sorridono molto, le ragazze, ancor meno sorridono nella seconda immagine: si tratta di uno dei tanti momenti della verità, difatti l'uomo seduto, a quelle che gli passano davanti, dice se hanno superato quella selezione o sono state eliminate. La ragazza che gli sta in piedi di fronte sta per mettersi a piangere. Questa è proprio una parte documentaria, condotta con gentilezza, senza sbraco, ma anche con una ipocrisia allora un po' ingenua, ma che poi negli anni è diventata, come sappiamo, sempre più sofisticata.
La strategia delle ragazze è quasi identica: non possono permettersi capi di alta sartoria, quindi tutte indossano il vestituccio della festa. Le gonne sono molto lunghe (basta vedere l'immagine delle due vincitrici), quasi tutte puntano le loro fiches sulle chiome, chissà quanto avranno lavorato le parrucchiere che magari erano loro parenti. Per il resto, è in corso la battaglia fra sopracciglia e pinzette, per le ascelle non so, vigono ancora le due correnti di pensiero. Un bel po' di rossetto ce l'hanno, ed alcune, quelle che possono, puntano a mettere bene in vista un argomento molto sentito: il seno. Ma lo fanno più con l'aderenza della camicia o della maglia che con le scollature, salvo eccezione per le ragazze più sgamate. Si nota subito la grande differenza con quello che succede oggi: queste ragazze sono ben diverse l'una dall'altra e riconoscibili alla prima occhiata.


Gli organizzatori sono gentilissimi. Alle ragazze non danno il sacchetto cibarie, ma hanno attrezzato un capannone come se fosse una mensa, così stanno sedute una a fianco all'altra. Per tenerle vispe ne hanno inventato una assai bella: proprio mentre le ragazze mangiano, vengono comunicati i risultati della selezione appena fatta: nella prima immagine si capisce che la moretta (che è una sarda) va avanti, mentre la bionda è delusa perché eliminata. Nella seconda immagine si vede la concorrente più simpatica, quella con le treccione, che arriverà quasi in finale: quando farà il provino vocale, perché i giudici diventano sempre più severi e le prove più impegnative, si capirà che ha anche la macchinetta dei denti, da farci il monumento alla Miss Ignota! Intanto, la trecciona, come la sua compagna di banco, ha una bella mela nel piatto.


Non tutte le ragazze sono di campagna, qualcuna ha già il suo avviamento e cura al meglio sia l'abbigliamento intimo, sia il trucco, sia lo sguardo fatale.
Momenti divertenti del film (che continua ad essere anche un documentario), sono le due code che debbono fare le ragazze; una coda per la toilette, ed una coda per l'unico telefono, con cui informare la mamma e tranquilizzare il moroso lontano e geloso. Non mancano le occasioni per gli addetti ai lavori (non ancora dotati dei bellissimi nomi inglesi tuttora imperanti), per affollarsi attorno a quelle più disponibili, che si notano per la scollatura. Occasioni e promesse: intervista, provino, scrittura, fotoromanzo, pubblicità e via andare.
Qui a fianco metto due immagini di concorrenti che rappresentano le tipologie dell'eterno femminino italico: la mora prosperosa e la bionda eterea. Non appartengo ai laudatores temporis acti per definizione, ed ognuno è in grado di farsi benissimo una opinione su come le aspiranti miss erano allora e come sono adesso. Dico che le diversità sono tante e le vedo collegate soprattutto al fatto che queste ragazze, come modelli, avevano i film, ma soprattutto i fotoromanzi, come la protagonista de Lo Sceicco Bianco di Fellini, che scriveva allo sceicco firmandosi Bambola Appassionata.
La differenza vera oggi la fa la TV, e consiste nel fatto che si somigliano tutte. A completare l'opera entro i ventitre anni, interviene con solerzia la chirurgia plastica. L'erotismo si è sempre nutrito di fantasia, ma che tipo di fantasia ci può essere su tanti multipli di anatomia? La moda è figlia del tempo, lo sapeva benissimo Giacomo Leopardi: i tempi cambieranno e con essi le mode.

Anna Amendola ed Emma Danieli, le vincitrici del concorso

P.S. Per questo tipo di concorsi, si può anche andare più indietro nel tempo. Il primo che mi risulti fu quello in cui il giudice era Paride, che dovette scegliere a chi dare la mela d'oro: Athena, Afrodite o Hera? La diede ad Afrodite, come attesta Pieter Pauwel Rubens in diversi quadri, fra cui ho scelto quello del Prado. A proposito di Rubens. Sta finalmente cominciando a passare la nomea che le donne che rappresenta Rubens sono grasse e sgraziate, c'è evidentemente una moda anche nella fruizione della pittura, e le tendenze anoressiche hanno prevalso per troppo tempo. Basta basta basta: torniamo alla felice e terrestre carnalità di Rubens.

Pieter Pauwel Rubens: Il giudizio di Paride (part) 1639 Madrid, Prado

domenica 25 maggio 2008

Parigi nel cinema: Ultimo tango a Parigi (2)

Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci (1972) Sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, Franco Arcalli, Agnès Varda Con Marlon Brando, Maria Schneider, Jean-Pierre Léaud, Maria Michi, Giovanna Galletti, Catherine Allegret, Luce Marquand, Catherine Breillat, Massimo Girotti Musica: Gato Barbieri Fotografia: Vittorio Storaro (136 minuti) Rating IMDb: 7.0
Solimano
Nell'immagine sopra al post Jeanne (Maria Schneider) sta telefonando da un bar al fidanzato Tom (Jean-Pierre Léaud): il bar è il Kennedy Eiffel Bar nell'Avenue du President Kennedy, quindi molto vicino al quartiere di Passy dove c'è l'appartamento in cui si incontrano Paul (Marlon Brando) e Jeanne.

Molti forse non ricordano che c'è un episodio del film in cui Jeanne porta Tom nell'appartamento (naturalmente quando è assente Paul): lei è entusiasta mentre a Tom l'appartamento non piace. Nell'immagine qui sopra, l'ombra scura dietro Jeanne è Tom. Questo accade quando si rovesciano le parti fra Jeanne e Paul. Prima era lui che mancava agli appuntamenti e che non voleva che si dicessero i loro nomi. Ora Paul racconta di sé, del suo lavoro (ha un albergo piccolo e malfamato), di sua moglie che si è appena suicidata. Più racconta di sé più Jeanne cerca di sfuggirgli, programma addirittura il matrimonio con Tom.


E così, ancora sul ponte di Bir-Hakeim, è Paul che insegue Jeanne, e anche quando la raggiunge, lei ha quasi del tutto perso ogni voglia di proseguire la storia.


Si ritrovano insieme per l'episodio che dà il nome di Ultimo tango al film. Il locale esiste ancora, anche se trasformato. E' la Salle Wagram in Avenue Wagram al numero 39, non lontano da l'Arc de Triomphe.




Dopo l'uscita dalla Salle Wagram ha luogo il vero e proprio inseguimento di Paul, anche di corsa, ogni tanto con qualche esitazione. I due non sanno bene che fare: Paul è tentato di rinunciare, Jeanne di aspettarlo. Non ho individuato i nomi delle strade, ma sono certo di averne viste alcune, credo che si tratti ancora del quartiere di Passy.

Finché arrivano alla casa di Jeanne, quella dove la ragazza vive col padre colonnello. Paul riesce ad entrare in casa, Jeanne afferra la pistola e spara un solo colpo. Paul non cade, ma va sulla terrazza e contempla per l'ultima volta il paesaggio di Parigiì. E' un paesaggio del tutto anonimo, fitto di antenne televisive.

Subito dopo si vede Jeanne che sta telefonando alla polizia. Sullo sfondo si scorge la porta-finestra aperta che dà sul terrazzo. Sfuocata appare la sagoma rannicchiata di Paul, ormai disteso sul pavimento, e sfuocata è anche l'immagine di Parigi, quella che ha appena visto Paul (immagine qui sotto).

sabato 24 maggio 2008

Parigi nel cinema: Ultimo tango a Parigi (1)

Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci (1972) Sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, Franco Arcalli, Agnès Varda Con Marlon Brando, Maria Schneider, Jean-Pierre Léaud, Maria Michi, Giovanna Galletti, Catherine Allegret, Luce Marquand, Catherine Breillat, Massimo Girotti Musica: Gato Barbieri Fotografia: Vittorio Storaro (136 minuti) Rating IMDb: 7.0
Solimano
All'inizio del film Paul (Marlon Brando) e Jeanne (Maria Schneider) non si conoscono ancora, però camminano entrambi per la stessa strada. E' una zona di Parigi in cui il metrò esce all'aperto e diventa per un breve tratto una sopraelevata, come si vede nell'immagine piuttosto buia che inserisco sopra il post.


Jeanne e Paul stanno camminando entrambi sulla strada pedonale del ponte Bir-Hakeim, che congiunge l'arrondissment Bir-Hakeim (numero 15) all'arrondissment Passy (numero 16). Ai lati della strada pedonale ci sono due corsie per le autovetture. I grandi piloni che si vedono nelle immagini sorreggono la linea del metrò, le cui due stazioni più vicine prendono appunto il nome da Bir-Hakeim e da Passy. Paul è perso nei suoi pensieri, ogni tanto si ferma e non si accorge di Jeanne, che invece lo nota perché ha un atteggiamento strano. Senza saperlo, stanno andando entrambi nello stesso posto: un appartamento da affittare.

L'appartamento è molto vicino al ponte, si vede Jeanne che è appena arrivata e sta guardando il palazzo dove all'ultimo piano c'è l'appartamento. C'è anche la targa stradale: c'è scritto Rue Jules Verne, ma in realtà è Rue d'Alboni, al numero 1. Jeanne e Paul si conosceranno, come tutti sanno, all'interno dell'appartamento.

Più tardi, vediamo Jeanne sul marciapiedi di una stazione non del metrò ma ferroviaria (non so esattamente qual è). Deve arrivare il suo fidanzato Tom (Jean-Pierre Léaud) che sta girando un piccolo film in cui ha una parte anche Jeanne. Non ci sono altre immagini di Paul perché con Jeanne per il momento si incontra nell'appartamento.

Ecco il ponte Bir-Hakeim, con una luce più chiara di di quella della immagine in alto. Jeanne infatti si sposta in continuazione: nell'appartamento si incontra con Paul, mentre quasi sempre si vede con Tom fra un treno ed un metrò.

Difatti nell'immagine c'è Tom ripeso di spalle che è andato a prendere Jeanne ad una stazione del metrò, che è facile da individure: è la stazione Nation, che è in una zona diversa di Parigi, dalle parti di Place de la République.

E qui sotto ci sono Jeanne e Tom che fanno i fidanzatini romantici in un posto di Parigi che hanno raggiunto col metrò. Quale sia la zona non lo so, credo che sia piuttosto lontana del centro di Parigi, ed evidentemente Bernardo Bertolucci ha scelto una location abbastanza diversa, un po' da innamorati di Peynet (perché gli inammorati stile Bertolucci sono invece Jeanne e Paul).
(continua)

venerdì 23 maggio 2008

La scrittura ai tempi del computer


Roby

I miei dottissimi compagni di blog, Solimano e Giuliano, hanno già abbondantemente sviscerato la questione dei diritti dell'autore (e del lettore), della pirateria in rete e del piacere di scrivere, di leggere e di leggersi. Molto incautamente -bisogna riconoscerlo- essi hanno espresso l'auspicio di vedermi fare altrettanto, senza dubbio inconsci del rischio cui si esponevano. Sarò tuttavia magnanima, aggiungendo alle loro solo un paio di mie osservazioni, dettate dal ben noto e dichiarato amore per l'antichità, più o meno classica.








La comunicazione scritta delle proprie idee, dei propri sentimenti, delle proprie esperienze non è certo una scoperta odierna. A beneficio di chi lo avesse dimenticato, vorrei ricordare che tavolette cerate, rotoli di papiro, codici di pergamena e fogli di carta esistono da svariate migliaia di anni, e che da migliaia di anni c'è qualcuno che incide, traccia, dipinge o verga gruppi di parole -riunite in modo da avere un senso compiuto- affinchè qualcun altro possa leggerle e trarre da esse insegnamento, svago, emozione, riflessione.




Lo facevano gli scribi egizi, le poetesse pompeiane, gli amanuensi medievali, usando ognuno lo strumento scrittorio ed il supporto proprio del suo tempo, trascorrendo ore ed ore chi accovacciato sulla sua stuoia, chi ripiegato sul suo leggìo, chi chino sul suo tavolo. Dopodichè, il risultato delle loro fatiche veniva affidato ai media dell'epoca (corti reali, scuole filosofiche, circoli culturali, imperatori mecenati), che s'incaricavano di diffonderli -in modi e tempi ragionevolmente meno convulsi di quelli attuali- in tutto il mondo allora conosciuto: cioè, grosso modo, nell'area del Mediterraneo e tutt'al più del Vicino Oriente.








Certo, nell'antichità non esistevano problemi di copyright. Virgilio stesso, tanto per non fare nomi, attinge dichiaratamente da Omero e dall'epica greca -proprio come gli scultori romani copiavano magistralmente le statue ellenistiche- col nobile (e interessato) scopo di glorificare la stirpe di Augusto, suo protettore: nessuno ci trovava niente da ridire, anzi, l'abilità stava proprio nel reinterpretare lo stesso tema reinventandolo e riadattandolo di volta in volta alla propria sensibilità. I lettori non brontolavano, vedendosi rifilare la solita minestra riscaldata, e da un secolo all'altro si appassionavano alle stesse beghe fra dèi, eroi, guerrieri e schiave rapite.





Ma ora mi accorgo che sto diventando noiosa e prolissa, anche se voi, per educazione, state lì buoni e zitti e continuate a leggermi senza protestare, tutt'al più sollevando un sopracciglio come a chiedervi: Ohibò, dove vorrà andare a parare Roby con tutto questo?


Ebbene, per tornare al titolo del post: il fatto, o meglio I fatti sono due:


1. da quando -all'incirca all'età di sei anni- ho scoperto l'esistenza di matite, pennini e biro, nonchè l'uso che se ne poteva fare, non ho più smesso di scrivere scrivere scrivere scrivere, dovunque e comunque, ricavandone spesso una sensazione di inebriante (seppur effimera) onnipotenza. Con una penna ed un quaderno nuovo, potevo trasformarmi nell'eroina che preferivo, potevo conquistare il ragazzino che volevo, potevo rispondere a tono alla professoressa più terribile e ridurre al silenzio la compagna di scuola più pettegola. In una parola, SULLA CARTA IO POTEVO ESSERE QUELLA CHE NON ERO!





2. la seconda scoperta fondamentale nella mia vita di scrittrice è stato il COMPUTER, e -per essere più precisi- il computer collegato a internet. Realizzare all'improvviso che ero in grado di scrivere digitando su una tastiera (senza per questo tradire i miei trascorsi papirologici), entrando in tal modo in subitaneo e reciproco contatto con un intero mondo al di là del video fu una rivelazione pari -per me- al ritrovamento del Santo Graal per Indiana Jones. IO scrivevo, ALTRI mi leggevano e talvolta mi rispondevano, poi io leggevo loro e li commentavo... e via così, in un tripudio di blog, post, link, quote, ecc. ecc.





Che farei, oggi, senza il mio adorato mouse, il mio pc già piuttosto vecchiotto, i miei tasti su cui le vocali A, E, I e O sono già pressochè scomparse, consumate dall'uso? Venero, è vero, l'età aurea dell'Egitto faraonico: ma quanto inchiostro a base di nerofumo e resina, quanti calami faticosamente appuntati e quanti fogli di papiro pazientemente seccati al sole mi sarebbero stati necessari per inviare a ciascuno di voi il testo che ho appena digitato e che fra poco posterò? Senza contare l'esorbitante spesa indispensabile ad assoldare messaggeri sufficienti a raggiungervi dove risiedete -e cioè ai quattro angoli del globo- oltre al tempo inevitabilmente da trascorrere in attesa di un vostro eventuale commento, positivo o negativo che fosse o che sia.





Giorni, settimane, mesi interi passati a scrutare l'orizzonte, laddove le piramidi si stagliano superbe contro il sole che tramonta, mentre i sacri ibis si levano in volo sulle acque del Nilo che pigramente scorre... Per Amon-Ra, sai che 2palle!!!!! Oooops, scusate: mi è scappato!


E adesso, salvo e pubblico. Come sempre, da un anno a questa parte, al vostro buon cuore...



PS: Credo che l'immagine della Amerigo Vespucci possa costituire un ottimo viatico per veleggiare in rete senza perdere la bussola, mantenendo intatti quel fascino e quell'aplomb necessari a conquistare i selvaggi più diffidenti, a beffare i pirati più temibili e a raggiungere sani e salvi i porti più lontani.


giovedì 22 maggio 2008

I caratteri nel cinema: La signorina Silvani

Fantozzi, di Luciano Salce (1975) Dal libro di Paolo Villaggio, Sceneggiatura di Leonardo Benvenuti, Piero Bernardi, Luciano Salce Con Paolo Villaggio, Anna Mazzamauro, Gigi Reder, Giuseppe Anatrelli, Umberto D'Orsi, Liù Bosisio, Dino Emanuelli, Plinio Fernando, Paolo Paoloni, Elena Tricoli, Pietro Zardini, Iolanda Fortini Musica: Franco Bixio, Fabio Frizzi, Vince Tempera Fotografia: Erico Menczer (108 minuti) Rating IMDb: 8.2
Solimano
Nel 1975, la signorina Silvani (Anna Mazzamauro) è impiegata in una grande ditta il cui nome riassume efficacemente i settori di mercato a cui la ditta si rivolge. E' un nome un po' lungo, quindi preferisco inserire qui sotto la veridica immagine della targa all'ingresso.

La storia della signorina Silvani è anche una battaglia fra dame. La Silvani ha infatti una rivale, la signora Pina Fantozzi (Liù Bosisio).
Per dare una idea delle due personalità, inserisco due immagini, e non dite che la signorina Silvani non la si vede in faccia, avremo modo, l'importante è che dalla camminata se ne comprenda subito il carattere deciso, da donna che sa quello che vuole e soprattutto quello che non vuole.
Mentre la signora Pina, pur abbigliata festevolmente per il Cenone di Capodanno, mostra nello sguardo il suo dubbio segreto: suo marito, il Rag. Ugo Fantozzi (Paolo Villaggio) l'ama oppure no?
L'immagine in alto mostra la Silvani al suo posto di lavoro, una scrivania come tante (c'è anche di peggio), però la signorina è riuscita ad introdurre qualche personalizzazione, difatti la cornetta del telefono è bicolore. La Silvani generalmente veste di rosso, che fa un bellissimo vedere col nero corvino dei suoi capelli.
Aspira giustamente a mansioni ben superiori a quelle che svolge. Ma la consola il sapere di essere donna piacente.

Difatti, la Silvani si è appena seduta alla scrivania che subito viene ad ossequiarla il Fantozzi, restando correttamente in piedi. La Silvani lo guarda al di sopra degli occhiali, ma è solo il suo modo di tenere le distanze sul posto di lavoro. Vedremo in seguito la vera considerazione che la Silvani ha per il Fantozzi. La Silvani ha appeso il cappotto -rosso come il vestito- proprio di fianco alla scrivania e tutto il telefono è bicolore, non solo la cornetta.

Nello stesso ufficio lavora un altro ammiratore della Silvani, oltre alla battaglia fra dame c'è anche una battaglia fra diplomi. Si tratta infatti del Geom. Calboni (Giuseppe Anatrelli), che ha uno stile di corteggiamento tutt'affatto diverso da quello del Rag. Fantozzi. Alla Silvani non sfugge niente e le è ben chiara l'invasione di campo fatta dal Calboni col sedere sulla scrivania. Per stare sul forse che sì forse che no, la Silvani procede ad operazioni di cura personale, che itera di frequente durante l'orario di lavoro. Ci tiene a mostrarsi sempre inappuntabile e a tenersi aperte tutte le opportunità, non si sa mai.

Credo di aver capito che le preferenze della Silvani vadano per il momento al gentile Fantozzi più che all'esuberante Calboni. Poco dopo la Silvani va a trovare il Fantozzi alla sua sfortunata scrivania (proprio sotto le scale), e sta consegnando con le sue mani un polputo raccoglitore contenente lavoro che lei dovrebbe svolgere, e può fidarsi solo del Fantozzi, che le è grato di questo chiaro segno di preferenza.

Il giorno in cui si svolgono le esequie della madre del Mega Direttore Naturale Conte Lamberti, prematuramente scomparsa all'età di 126 anni, la signorina Silvani non veste di rosso, ma un po' di bianco un po' di nero. Darà un ulteriore segno di considerazione al Rag. Fantozzi accettando un passaggio sulla sua automobile Bianchina. Per un malaugurato caso le dita della mano sinistra del Fantozzi rimangono chiuse nella portiera dell'auto, ma doveva essere più rapido nel ritrarle. La Silvani infine udrà le grida sommesse del Fantozzi che si siederà felicemente al posto di guida, pur con qualche dito fratturato.

E' proprio una giornata sfortunata. Tre energumeni guidano pericolosamente, la Silvani li rimbrotta ed i tre malmenano il Fantozzi reinserendolo poi nella Bianchina attraverso lo sbriciolato lunotto posteriore. La Silvani sta sulle sue perché il Fantozzi, durante la rissa con i tre, ha dato la colpa a lei.



Arriva il lungamente atteso Cenone Aziendale di Capodanno, a cui partecipano anche le famiglie dei dipendenti. La Silvani, che è tornata al rosso (scollato per l'occasione), è seduta ad un tavolo con Calboni, però vedete il calore con cui saluta l'arrivo della famiglia Fantozzi. La signora Pina, che si è fatta i capelli di un bellissimo color tiziano, invece di esserne contenta ci rimane male.
Nel corso della serata la Silvani sarà al centro dell'attenzione di tutti, farà anche un ballo col Fantozzi, che purtroppo finirà contro una vetrata. Le ferite però saranno lievi. La serata si conclude presto, alle 10.30, perché gli orchestrali hanno messo avanti gli orologi per andare ad un'altra festa. Gravissimo l'episodio della automobile Bianchina su cui piomberà un frigorifero vecchio buttato da un quinto piano. Il Fantozzi se ne fa subito una ragione, e dice che lascerà la macchina parcheggiata lì.


Anche la mensa aziendale è teatro della lotta amorosa Fantozzi-Calboni. Il Fantozzi chiede con un sorriso di sedersi a fianco della signorina Silvani, ma arriva il Calboni che si siede direttamente, si accende una sigaretta e occupa i posti di fronte con il portachiavi e le mentine. Il Fantozzi si ritrae con signorilità, che certamente la Silvani interiormente apprezza.


Infatti, non molto tempo dopo la signorina Silvani accetta un compromettente invito a cena del Fantozzi. Si tratta di un ristorante giapponese, e la Silvani ha scelto un abbigliamento innovativo, quasi da gheisha (è forse un modo di persuadere il Fantozzi a farsi avanti?). Il Fantozzi sembra proprio un altro uomo: si è rifatto l'abbigliamento e la pettinatura è diversa.
Si direbbe che tutto proceda per il meglio, ma ancora una volta il destino (cinico e baro) infierisce. La Silvani è venuta a cena con il cane barboncino a cui è affezionata, l'ha affidato momentaneamente al Fantozzi che l'ha consegnato al cameriere. Questi ha frainteso le intenzioni, ed ha creduto che si trattasse di gastronomia e non di custodia. Fatto sta che il cane barboncino arriva in tavola arrostito e contornato da verdure confacenti. Questa volta la rottura fra Silvani e Fantozzi pare insanabile, ma mai dire mai.


Eccoli infatti in macchina tutti: Silvani, Calboni e Fantozzi. Stanno salendo verso Curmayeur. Calboni alla guida, Silvani al suo fianco, Fantozzi dietro che prende una buona aria montanina. Si prospetta forse un partouze à trois? Chissà. Silvani e Calboni si muovono socialmente con efficacia, riescono a giungere alla Contessina Alfonsina Serbelloni Mazzanti vien dal Mare (Iolanda Fortini). Ma il Fantozzi si fa intimidire dall'aristocrazia, sembra un corpo estraneo, mentre la Contessina socializza volentieri con Silvani e Calboni, che si godranno la vacanza per conto loro, come si vede nell'immagine in fondo. Mi risulta però che negli anni a seguire il Fantozzi, pur reduce da queste immeritate sfortune, tornerà alla carica chiedendo alla signorina Silvani altri raccoglitori di lavoro da svolgere. La signorina assentirà volentieri, lo so che ha un debole per Fantozzi!