sabato 26 aprile 2008

Jesus Christ Superstar (2)

Jesus Christ Superstar, di Norman Jewison (1973) Sceneggiatura di Tim Rice e Norman Jewison Con Ted Neeley, Carl Anderson, Yvonne Elliman, Barry Dennen, Bob Bingham Fotografia di Douglas Slocombe Musiche di Andrew Lloyd Webber (108 minuti) Rating IMDb: 6,7

Barbara sul suo blog Lavoretti

Tutto era iniziato per caso, una sera che Franti aveva avuto voglia di strimpellare il pianoforte.

-Ehi Lilli, te la ricordi la prima canzone di Jesus Christ Superstar?- aveva chiesto.
-Certo- aveva risposto prontamente lei, che sull’argomento forse ne sapeva più dello stesso Lloyd Webber. – “Heaven on their minds”. Perché?
Franti buttò giù qualche accordo, canticchiando la melodia – Qui, in questo punto- domandò, premendo un accordo – faceva così- dleng- oppure così?-dlong.
-Nessuno dei due- disse lei con sicurezza. – La canzone fa così: “Listen Jesus to the warning I give…”
- Aspetta- la fermò lui, correndole dietro con gli accordi- non ho capito niente! Ripeti!
-“Listen Jesus to the warning I give…”
- Mica l’hai fatta uguale a prima.
- Come no? “Listen Jesus to the warning I give…”
-Pure questa è diversa.
-No, è sempre uguale.
-Sei stonata come una campana.

Andò a finire che presero il dvd, per ascoltare il brano in questione e decidere una volta per tutte quale era l’accordo di “Listen Jesus to the warning i give…”.
In tutto questo la piccola Emma era stata zitta, accucciata in un angolo a colorare l’album di Winnie the Pooh e il pigiamino, anch’esso di Winnie the Pooh; ma quando vide che i due stavano tirando fuori dallo sgabuzzino il carrello della televisione si affrettò a mettersi in prima linea, pur tenendo stretto nella manina il fedele pennarello blu (o bilù come diceva lei), che poteva sempre arrivarle un’ispirazione e bisognava essere pronte.
Quando i ragazzi avviarono il film, dopo pochi fotogrammi la piccola iniziò a saltellare entusiasta e, indicando lo schermo su cui era fugacemente apparso Ted Neely vestito da Cristo, urlò:

-GGGiiiiisùùùùùùùù!!!

Lilli e Franti, agnostici da tempi immemorabili, si guardarono sbigottiti.

-Ma glielo hai insegnato tu?- chiese il ragazzo, mentre la bambina continuava a saltellare contenta tutte le volte che compariva “Gisù”.
-Io? No, non mi pare- rispose Lilli un po’ dubbiosa. –Probabilmente è stata mia madre-azzardò.
-Nonna Gisù- rispose Emma, tirando bacetti allo schermo.
Andò a finire che da quella sera Jesus Christ Superstar divenne un tormentone nella loro casa.
Emma, sensibile a musichette e canzoncine, si appassionò talmente tanto che tutte le sere voleva vederlo, per ballare ed ascoltare i suoi brani preferiti, che guarda caso e con immenso orgoglio di Franti erano proprio i migliori del musical, segno dell’indiscusso genio della piccoletta.

L’unico problema nacque in seguito all’entusiasmo che la bambina manifestò nei confronti dell’ amichetto di Gisù, ovvero Giuda, ovvero Carl Anderson, ottimo cantante soul di colore scelto fra molte polemiche di allora per interpretare l’Iscariota.
Emma andava pazza per Giuda, e mentre tutte le altre paroline che diceva erano ciancicate e impastrugliate (“Mena” per Maddalena, “Rote” per Erode , “Pero” per Pietro) la parola “Giuda” le usciva limpida, cristallina e chiarissima.
Meglio che ad un teologo.

Come ebbe modo di accorgersi il venditore marocchino che incontrarono una domenica mattina al bar.
“GGGiiiiudaaaaaaaa!!!!” lo additò piena di gioia la bimba.

E anche il sacerdote che stava celebrando il matrimonio dei loro amici Berto e Luisa, che nel pieno raccoglimento, al momento dell’offertorio, sentì dal fondo della chiesa una allegra vocina esclamare “Pane Giudaaaaa!!!!”

venerdì 25 aprile 2008

La Festa della Liberazione

Era notte a Roma di Roberto Rossellini (1960)

Solimano
Oggi è il 25 aprile, Festa della Liberazione, e inserisco nel blog due testimonianze oculari.
La prima è mia, e fa parte delle 54 Novellette degli Odori che ho scritto circa due anni fa. E' intitolata 21 aprile 1945 perché fu in quel giorno che gli Alleati giunsero a Bologna.
La seconda è di un mio amico, Toti Iannazzo, che vive a Monza da decenni, ma che da ragazzo viveva a Bisacquino, un comune in provincia di Palermo. Racconta l'arrivo degli Alleati nel suo paese, il che accadde circa due anni prima. E' una testimonianza singolare, leggendola capirete il perché: è un risvolto a cui probabilmente non abbiamo mai pensato, ma basta riflettere sul fatto che prima del 25 aprile 1945 c'era stata un'altra data: 8 settembre 1943. Il racconto più ampio di Toti, tratto dal libro collettivo di testimonianze "Giocavamo alla guerra", lo trovate qui, e c'è anche la prima attività politica di Toti ragazzo: la preparazione manuale (una specie di tazebao ante litteram) di un grande manifesto di propaganda a favore della Repubblica. E a Bisacquino vinse la Repubblica.

21 aprile 1945 Primo Casalini
Avevo sei anni da pochi giorni e la mattina dell’arrivo degli Alleati ero in via Zamboni a Bologna, in prima fila perché da dietro non avrei veduto. Soldati con uniformi bellissime - erano le tute mimetiche - e un’aria molto vissuta, e pensare che avevano solo vent’anni. Armi di ogni tipo, pulite e luccicanti. Non fu come in certe fotografie di soldati ridenti abbracciati da ragazze. Questi erano seri, presi dal loro compito - arrivare in Piazza Maggiore, credo - e ci guardavano poco. C’erano degli applausi sentiti ma brevi, perché anche gli adulti erano a bocca aperta. Gli odori formidabili di quel giorno vennero dalle benzine e dalle gomme - sia nuove che bruciate. E’ facile dire oggi che sono puzze, ma così non era allora, la prima volta che le si sentiva, così forti e coerenti con quel che accadeva. Tutti erano motorizzati, non vidi nessuna colonna a piedi, salvo alla fine con i partigiani. Nei mesi precedenti non avevo notato automobili o mezzi militari per le vie di Bologna, neppure sfilate di soldati. Stavamo quasi sempre chiusi in casa, sfollati dalla Stazione Centrale troppo minacciata dai bombardamenti. Qualche volta di notte toccava andare nei rifugi antiaerei, che si stava tutti zitti e seduti con la schiena accostata al muro guardandoci in faccia, in attesa della sirena del cessato allarme. Alcune settimane prima ci fu una camminata veloce per via Indipendenza, con la mamma che stringeva forte la mia mano, e dall’altra parte aveva mia sorella. Era la mattina in cui cercava di rintracciare il babbo, preso dalle Brigate Nere. Il babbo era un ferroviere fra i tanti, a sistemare i binari dopo i bombardamenti, ma in quei giorni i fascisti disperati tiravano colpi a caso, per fortuna fu rilasciato. La notte prima avevamo dormito chissà dove su un materasso disposto sul pavimento, mia sorella con la testa da una parte ed io dall’altra, con i piedi ci si scontrava. La consapevolezza venne anni dopo, e compresi anche quel che significava il silenzio, dopo la fine della colonna americana, del grande carro con sopra decine di uomini non in uniforme, con lo sguardo duro, ammirati e temuti dalla gente per strada. Erano i partigiani, gli ultimi mesi erano stati crudeli, molte le spiate e le conseguenti uccisioni. Nel pomeriggio di quel 21 aprile andarono casa per casa, sapevano chi cercare e dove cercarli. Per me quella mattina fu come se mi avessero regalato un colossale gioco, senza che io sapessi che cosa fossero soldati, fucili, carri armati e jeep. Non so dire se ne fossi felice o no, fui semplicemente travolto dalla meraviglia. Un giorno discriminante, del dopo ho tanti ricordi, del prima pochissimi.

La lunga notte del '43 di Florestano Vancini (1960)

L'arrivo degli Alleati a Bisacquino Toti Iannazzo
Che lo sbarco fosse avvenuto lo constatai di persona qualche giorno dopo che era avvenuto. Mio padre, non ricordo più per quale ragione, dovette andare in paese, ed io volli ancora una volta accompagnarlo. Era sempre una distrazione, dopo un lungo periodo di giorni monotoni in campagna. Il tragitto, come ho detto sopra, si compiva sempre a piedi, per sentieri, e durava un'ora o poco meno. L'unica alternativa era andare a cavallo, con un mulo od un asinello del mezzadro. Ma vi si ricorreva solo in caso di emergenza, poiché gli animali servivano al mezzadro per i suo lavoro quotidiano. Si partiva presto, non dopo le sette, per scansare la calura del giorno. Dopo l'arrivo, visitati gli zii, salutati alcuni amici che si incontravano per strada, fatti alcuni acquisti - tra cui, immancabile, il Giornale di Sicilia del giorno prima - ci recammo a casa nostra, sulla strada principale del paese. Qui mio padre si diede a sbrigare il lavoro per cui era venuto, mentre io leggevo un giornalino - sarà stato "Il Vittorioso"? - che mio padre mi aveva acquistato. Fummo attratti da un rumore di motori, proveniente dalla strada, che era cominciato poco a poco ma che cresceva sempre di più. Ci affacciammo entrambi al balcone, che dava sulla strada. E fu così che vidi, per la prima volta, le jeep, che mi sembrarono allora dei veicoli stranissimi. Mio padre non sembrò sorpreso. Probabilmente dai discorsi degli amici che aveva incontrato aveva appreso le ultime notizie, e quindi si aspettava di vedere quel che vide. Per cui rientrò quasi subito, scuro in volto. Io invece rimasi al balcone, affascinato. Intanto la carovana di veicoli - alle jeep si erano aggiunti, numerosissimi, degli enormi camion stracolmi di soldati - diventava sempre più fitta e rumorosa. La gente cominciava a scendere in strada, applaudendo; e i soldati americani, armati di tutto punto ma allegri e sorridenti, rispondevano agli applausi gettando alla folla caramelle e gomma da masticare, quest'ultima una novità assoluta per tutti.
Poco dopo mio padre mi chiamò: era pronto ad andare. Scendemmo le scale e ci trovammo per strada, tra la folla plaudente ed i camion che continuavano a sfilare. Notai che mio padre non aveva più sorriso da quando aveva visto gli americani. Adesso sembrava ancora più arrabbiato. D'improvviso si rivolse alla gente, che lo salutava affettuosamente - molti di loro erano probabilmente stati suoi alunni - e pronunciò - metà in italiano e metà in dialetto - queste parole, che mi rimasero impresse indelebilmente nella memoria:
"Sì, battete le mani, battete le mani!". Lo disse per due volte in rapida successione. "Ma poi ve lo metteranno in c***!", soggiunse con tono che non attendeva repliche.
Io, e penso anche gli altri, non l'avevo mai sentito pronunciare in pubblico una parola scurrile, né mai lo sentii farlo di nuovo dopo quell'episodio. E infatti tutti lo guardarono esterrefatti, io per primo, e si zittirono di colpo. Mio padre intanto mi afferrò per mano, attraversò, mentre mi tirava, la folla e la colonna dei camion, ed imboccò un vicoletto che in breve ci condusse fuori dal paese. Raggiungemmo in silenzio il nostro fondo.
Mio padre, che aveva avversato - con i rischi che ciò allora comportava - il fascismo, vedeva con favore la fine, ormai inarrestabile, di quel regime. Ma aveva anche combattuto, giovanissimo, sul Grappa durante la Grande Guerra. Gli sembrò, evidentemente, che l'entusiasmo apparente di quella folla verso i vincitori fosse un atto di sottomissione eccessivo, e la redarguì aspramente.

Il Generale della Rovere di Roberto Rossellini (1959)

giovedì 24 aprile 2008

Camera con vista: puritanesimo e passionalità



A room with a view di James Ivory (1985) Tratto dal romanzo di Edward Forster Sceneggiatura di Ruth Prawer Jhabvala Con Helena Bonham Carter (Lucy), Julian Sands (George), Maggie Smith (Miss Bartlett), Denholm Elliott (Mr Emerson), Judy Dench (Miss Lavish), Daniel Day-Lewis (Cecil) Musica: Richard Robbins Fotografia: Tony Pierce-Roberts (117 minuti) Rating IMDb: 7,5

Roby

Parte I. 1. La pensione Bertolini:

«(...) "Quello che voglio dire" continuò il vecchio "è che potete avere le nostre camere, e dare a noi le vostre. Uno scambio".
Quella proposta scandalizzò i turisti di classe superiore, che simpatizzarono con le nuove arrivate. Miss Bartlett, per tutta risposta, disse a labbra strette: "Molte grazie davvero, ma è fuori discussione"
"Perchè?" disse il vecchio, entrambi i pugni sulla tavola.
"Perchè è del tutto fuori discussione, grazie"
"Vede, non vogliamo..." attaccò Lucy. Di nuovo la cugina le impedì di parlare.
"Ma perchè?" insistette lui "Alle donne piace guardare il panorama; agli uomini no." Picchiò i pugni sul tavolo come un bambino cattivo, poi si rivolse al figlio, dicendo: "George, persuadile tu!"
"E' ovvio che debbano averle loro, le camere" fece il figlio "Non c'è altro da dire"(...)»




Parte I. 2. A Santa Croce senza Baedeker:

«(...) Era ovvio che [Santa Croce] doveva essere un edificio meraviglioso. Ma quanto assomigliava a un granaio! E com'era freddo! Naturalmente, c'erano degli affreschi di Giotto, e al cospetto dei loro valori tattili Lucy era in grado di provare le sensazioni giuste. Ma come avrebbe fatto a distinguerli dagli altri? Continuò a girare per la chiesa con aria sdegnosa, restìa a mostrare entusiasmo per opere d'arte d'autore e data incerti. Non c'era nessuno che potesse almeno dirle quale, tra le tante pietre tombali che lastricavano navata e transetti, fosse quella davvero bella, quella decantata da Mr. Ruskin.
Poi si lasciò catturare dal pernicioso fascino dell' Italia e, invece di darsi da fare per acquisire qualche informazione, cominciò a sentirsi contenta. Si divertì a cercar di decifrare gli avvisi in italiano - l'avviso che proibiva di introdurre cani in chiesa - l'avviso che pregava i fedeli, nell'interesse dell'igiene e per rispetto alla sacralità del luogo in cui si trovavano, di non sputare. Si mise a osservare i turisti: i loro nasi erano rossi come la copertina del loro Baedeker, tanto era fredda Santa Croce (...) »



«(...) "Passeremo per certi sudici vicoletti (...) e se lei mi porterà fortuna ci capiterà qualche avventura" (...)
Miss Lavish -ché questo era il cognome della signora intelligente- girò a destra sul lungarno assolato. Che tepore delizioso! Ma quel vento che s'infilava per le stradine laterali era tagliente come un coltello, no? (...) Poi Miss Lavish si slanciò sotto il portico dei manzi bianchi, si fermò ed esclamò: "L'odore! L'odore di Firenze! Ogni città, mi consenta d'insegnarglielo, ha il suo odore particolare!"
"E' un odore sgradevole?" chiese Lucy, che aveva preso dalla madre la ripugnanza per la sporcizia.
"Non si viene in Italia a cercare le cose gradevoli" fu la risposta "Ci si viene a cercare la vita. Buongiorno! Buongiorno!" facendo cenni col capo a destra e sinistra "Guardi quell'adorabile carretto del vino! Lo vede in che modo ci sta guardando il conducente? Quella cara anima semplice!"(...)»





Parte I. 6. Il Reverendo Arthur Beebe, il Reverendo Cuthbert Eager, Mr Emerson, Mr. George Emerson, Miss Eleanor Lavish, Miss Charlotte Bartlett, Miss Lucy Honeychurch fanno un'escursione in carrozza sulle colline per contemplare il panorama: i vetturini sono italiani.



«(...) Miss Lavish (...) tirò fuori due di quei teli di cerata che servono a proteggere il turista dall'umidità dell'erba o dal freddo dei gradini di marmo. Sedette su uno di essi; a chi spettava di sedere sull'altro?
"A Lucy, senza il minimo dubbio [disse Miss Bartlett] . Io posso sedere in terra. Non ho più reumatismi da anni, davvero. E se comincerò a sentire qualcosa, mi alzerò in piedi. Pensa cosa direbbe tua madre, se ti facessi sedere sull'erba bagnata con addosso il vestito di lino bianco." E si lasciò cadere pesantemente in un punto in cui la terra sembrava particolarmente umida.




"Eccoci qua, sistemate in modo delizioso. Ho un vestito leggero, ma le macchie di umidità non si vedranno, dato che è marrone. Siediti, cara; sei troppo altruista. Non ti fai valere abbastanza" Si schiarì la gola "Ah, non spaventarti, non è un raffredore. E' solo una tossetta, e ce l'ho già da tre giorni. Non ha assolutamente nulla a che fare col fatto che sono seduta qui."
C'era un solo modo di affrontare la situazione. Di lì a cinque minuti Lucy se ne andò in cerca di Mr. Beebe e Mr. Eager, sconfitta dal telo di cerata (...)»



«(...) George si era voltato sentendola arrivare. Per un attimo la contemplò come se fosse caduta dal cielo. Colse la gioia che s'irradiava dal suo volto, vide i fiori lambire il suo vestito come onde azzurre. I cespugli sopra di loro si richiusero. Egli si avvicinò di corsa e la baciò (...)»



Parte II. 9. Lucy come opera d'arte:

«Pochi giorni dopo l'annuncio del fidanzamento, Mrs. Honeychurch convinse Lucy [e Cecil] a partecipare a un piccolo garden party nei dintorni, perchè naturalmente voleva far sapere a tutti che sua figlia stava per sposare un uomo presentabile. E Cecil era più che presentabile: aveva un'aria distinta ed era davvero piacevole vedere la sua snella figura adattarsi al passo di Lucy, e la sua faccia lunga e pallida animarsi quando Lucy gli rivolgeva la parola (...)»


Parte II. 8. Medievale:

«(...) Non sono cinico [disse Mr. Beebe]. Ho però una teoria cui tengo molto su Miss Honeychurch. Le sembra logico che suoni in modo così meraviglioso e faccia una vita tanto tranquilla? Credo che un giorno la sua vita sarà meravigliosa come il suo modo di suonare. I suoi compartimenti stagni si romperanno, e musica e vita si fonderanno l'una nell'altra. Allora la vedremo comportarsi in maniera eroica, nel bene e nel male -forse troppo eroica per potersi definire attraverso i parametri di bene e di male (...)»


mercoledì 23 aprile 2008

La moda nel cinema: Giulietta degli spiriti (3)

Giulietta degli spiriti, di Federico Fellini (1965) Sceneggiatura di Federico Fellini, Tullio Pinelli, Ennio Flaiano, Brunello Rondi Con Giulietta Masina, Sandra Milo, Mario Pisu, Valentina Cortese, José Luis de Villalonga, Caterina Boratto, Lou Gilbert, Luisa Della Noce, Silvana Iachino, Milena Vukotic, Sylva Koscina, Alberto Plebani Musica: Nino Rota Fotografia: Gianni Di Venanzo Costumi: Piero Gherardi (137 minuti) Rating IMDb: 7,5
Solimano
Se si leggono le recensioni a Giulietta degli spiriti, la prima cosa da notare è la data in cui sono state scritte. Quelle dell'anno di uscita del film (1965) sono generalmente imbarazzate e cautelose. La sensazione è che parlino bene di certe cose per evitare di parlare male di altre che al recensore non erano piaciute. Federico Fellini, dopo La dolce vita e Otto e mezzo, era sulla cresta dell'onda, e spiaceva spiacergli (anche perché poteva pure darsi che avesse ragione lui...).


Però qualcuno che ne parla male c'è: Goffredo Fofi sui Quaderni piacentini (che ce l'avevano nella mission, di fare i bastiancontrari). Fofi mette i piedi nel piatto facendo un confronto (ahimè, i confronti!) fra Fellini e Visconti:

"La domanda già dileggiata da Arbasino – è più brutto il film di Fellini o quello di Visconti? – non ci stimola: non ci sono dubbi, è più brutto il film di Fellini anche se tra La dolce vita e Rocco, tra Otto e mezzo e Il Gattopardo, scegliemmo senza esitazioni le opere di Fellini, tanto più moderne e necessarie. Giulietta degli Spiriti, una specie di parodia scialba di Otto e mezzo, un film dominato dalla insopportabile pazienza negativa della Masina, un pasticcio colorato alle salse più scontate, un reader's digest della media-cultura medio-borghese italiana, è di una banalità e mediocrità sconfortanti".


Il film di Visconti a cui fa cenno è certamente Vaghe stelle dell'Orsa, uscito nello stesso anno, il 1965. A parte la mia idiosincrasia ai confronti, sui primi quattro film Fofi ha le sue ragioni: La dolce vita e Otto e mezzo sono sicuramente più nuovi di Rocco e i suoi fratelli e de Il gattopardo, ammesso che l'essere più nuovi sia un parametro accettabile, perché di parametri ce ne sono tanti altri. Ma riguardo i colpi ad alzo zero che Fofi spara nelle righe successive, su un colpo concordo: la pazienza negativa della Masina (o meglio, del suo personaggio Giulietta, la c'è la differenza) è veramente insopportabile. Tutto sta vedere se è un effetto voluto o una involontaria e grave goffaggine del regista e dell' interprete.
Per me, Fellini sapeva benissimo quel che voleva fare: la rappresentazione di una Cenerentola fallimentare. Non era la prima volta, in fondo ne La strada e ne Le notti di Cabiria, sempre con Giulietta Masina, la situazione è analoga, e si potrebbe estendere al personaggio di Brunella Bovo ne Lo sceicco bianco e a quello della Masina (ancora!) in Luci del varietà. Come se in Fellini ci fosse un po' del sadismo sentimentale di Giacomo Puccini, che itera diverse volte un personaggio del genere, molto coerente col soffri e sii piccola trasmesso tutti i giorni dalle parrocchie d'Italia.


Di per sé, la storia di Cenerentola non è così, in una qualsiasi delle seicento versioni esistenti sul pianeta (lasciando stare quelle filmiche, che forse sono migliaia). Cenerentola è bella, le sorelle -o sorellastre- sono brutte. C'è una maga buona. Il principe è bello, potente, innamorato.
Qui c'è una maga Susy (Sandra Milo), che è cortigiana ad alto prezzo (però a volte lo fa gratis, è fatta così). Un corteggiatore spagnolo lungo lungo (José Luis de Villalonga) che le racconta storie di toreri e le dice i quattro versi di Garcia Lorca che sa a memoria. E come sorella, la nostra Cenerentola ha Sylva (Sylva Koscina), e il personaggio di Giulietta così è destinato a sentirsi Cenerentola vita natural durante. In più ci si mette anche la madre (Caterina Boratto), bella, elegante e che la considera come una figlia sfortunata.
La sorella Sylva compare abbastanza poco nel film, ma quel poco basta a definirla come la tipica sciuretta, però meno nevrotica e più danarosa di tante sciurette. Sposata bene, ha scelto certamente con accuratezza innamorandosi al momento giusto, visto che bella com'è le possibilità di scelta ci sono. Conosce tutte e tutti -sempre nel giro- sorride e si diverte senza inutili approfondimenti. Ha pure due bimbette meravigliose!
Tanto tempo libero a disposizione ed una gran passione per vestiti ed ornamenti, ma il suo aspetto è ancor più gustoso che vistoso. I cappelli soprattutto, quali cappellini, cappelloni! I grandi fiori sulla spalla, la scollatura un pocolino appena in più di quel che dovrebbe, sia davanti che di dietro. Le scarpine in genere basse, tanto è alta, non ha problemi, le borsette dorate, l'ombrellino estivo (chissà quello invernale!) che giustamente fa da pendant non simmetrico (sarebbe un errore da borghesuccia) al cappellone. E tempo da perdere lietamente in chiacchiere di superficie.
E' molto amica di Valentina (Valentina Cortese), la fascinosa précieuse ridicule (immagini in fondo al post), ma non la segue nelle sue rincorse al guru fresco di giornata. Con la madre i rapporti sono affettuosissimi: si baciano a venticinque centimetri di distanza, ma la colpa è dei cappelloni che non consentono un avvicinamento ulteriore.
Mi dispiace che Federico Fellini non abbia ampliato le presenze del personaggio di Sylva, posso presentare solo due mise che però richiedono uno studio attento e profittevole. Sicuramente Sylva ha un armadio con altre mise come queste, tutte intonate ad una trionfante ma non afosa solarità, con appena un po' di vento, così il vestito ondeggia e la mano ben guantata si fa un bel giro largo (il braccio nudo a seguire en plein air) per trattenere il cappellone.


Una come Sylva sarebbe da mandare a pagamento in giro conciata così per le principali vie di Roma per alzare il morale della popolazione a volte intristita dai disagi dell'Urbe. Sylva a me richiama in mente le tante dame ritratte da Giovanni Boldini, un pittore ingiustamente sottovalutato. Non è certo un'aristocratica, ma ha un'aria che chiamerei da tranquillo alla faccia vostra oppure da sorridente la natura mi ha fatto così. Giulietta, come tutte le Cenerentole, ha un'altra sorella, Adele (Luisa Della Noce) che non è bella, ma saggia, autoritaria e dà tanti buoni consigli a Giulietta. Meglio Sylva per lei, almeno la tiene allegra anche se Giulietta la invidia fin da piccola. Sylva riesce persino a non fare la sguaiata ballando sul prato, cosa rarissima.
Com'è lo sguardo di Fellini, verso Valentina, Susy, Sylva?
Certamente un po' ironico, ma soprattutto ammirato: vorrebbe criticarle, prenderle in giro, però gli piacciono troppo, e la rappresentazione di queste tre donne è fra le cose migliori del film. Fellini sapeva benissimo dove sarebbe andato a parare facendo in quel modo, ma che farci?
Aveva una Cenerentola come Giulietta Masina che era stata credibilissima ne La strada e ne Le notti di Cabiria, tanto valeva persistere così, chi se ne importa di quel che dirà Fofi. Tanto il film finisce, le attrici se ne vanno, tutto è andato come doveva. Quindi la contentezza è generale, compresa la Cenerentola certamente non fallimentare nella vita reale che era Giulietta Masina.


martedì 22 aprile 2008

La moda nel cinema: Giulietta degli spiriti (2)

Giulietta degli spiriti, di Federico Fellini (1965) Sceneggiatura di Federico Fellini, Tullio Pinelli, Ennio Flaiano, Brunello Rondi Con Giulietta Masina, Sandra Milo, Mario Pisu, Valentina Cortese, José Luis de Villalonga, Caterina Boratto, Lou Gilbert, Luisa Della Noce, Silvana Iachino, Milena Vukotic, Sylva Koscina, Alberto Plebani Musica: Nino Rota Fotografia: Gianni Di Venanzo Costumi: Piero Gherardi (137 minuti) Rating IMDb: 7,5
Solimano
Chissà se Federico Fellini conosceva la bellissima canzone "Les jardins du casino" di Jacques Brel, che è del 1961. Io credo proprio di sì, eccone una strofa:

Les musiciens sortent leurs moustaches
Et leurs violons et leurs saxos
Et la polka se met en marche

Dans les jardins du casino
Où glandouillent en papotant
De vieilles vieilles qui ont la gratouille
Et de moins vieilles qui ont la chatouille
Et des messieurs qui ont le temps
Passent aussi, indifférents
Quelques jeunes gens faméliques
Qui sont encore confondant
L'érotisme et la gymnastique
Tout ça dresse une muraille de Chine
Entre le pauvre ami Pierrot
Et sa fugace Colombine
Dans les jardins du casino

Due versi che mi hanno fatto sempre ridere sono. "Qui sont encore confondant / L'érotisme et la gymnastique", una differenza che Fellini aveva ben presente, proprio per questo nei suoi film non mostra quasi mai amplessi, salvo nel Casanova, in cui c'è la gara a chi riesce a farne di più, e tutto diventa meccanica, tecnica, nel migliore di casi ginnastica, appunto.
Dopo Valentina Cortese, che fa la précieuse ridicule (ma sempre fascinosa), è la volta di Sandra Milo, che fa tre parti con nomi diversi: Susy, Iris, Fanny, a seconda dei momenti del film in cui compare, come vita reale o come vita ricordata/sognata. Ma la parte è una sola, quella della cortigiana d'alto bordo, felice di esserlo, ammirata dagli uomini ed invidiata dalle donne, che vorrebbero essere al posto suo. La chiamerò Susy. Mi piaceva la Susy della Settimana Enigmistica, esiste ancora?
Tutto il modo di vestire di Susy è basato sulla sorpresa: nell'immagine che metto sopra il post appare come una bella donna molto vestita che sta preparando una medicina, ma giriamole attorno e cambieremo idea.


Però, anche qui, la schiena non è del tutto nuda: c'è una farfallona nera che cerca di coprire, si impegna al massimo, ma la schiena è troppa, non ce la può fare.
Qualcuno avrà certo investigato su chi ha avuto le tante idee, perché certamente Piero Gherardi avrà avuto voce in capitolo (e se la meritava), ma questo gusto per lo spiazzamento, che rende più fantasioso il desiderio, è tutto della cultura di Fellini, in cui erano contemporaneamente presenti l'educazione religiosa, col potente stimolo delle tentazioni, che già a dire la parola vengono, le tentazioni, con un gusto che c'è in quasi tutti i suoi film, che senza offesa chiamerei postribolare, anche se non triste. La generazione a cui apparteneva Fellini aveva generalmente questa fisima, nel caso di Fellini c'era poi il gusto per l'avanspettacolo, che a volte aveva annessi e connessi vicini alla prostituzione.
Ma non mi interessa (non ne sarei in grado) approfondire come questi due versanti convivevano nell'uomo Fellini, però è chiaro che, anche se apparentemente in conflitto, l'uno rafforza l'altro, la tentazione ha evidentemente due facce come una moneta.

Un altro esempio, sempre riguardo la nostra Susy, è quando Giulietta ha un sogno o visione in cui vede Susy che scende dallo scivolo in una piscina in cui nuota soddisfatta. Senbrerebbe nuda, ma indaghiamo sotto il pelo dell'acqua: indossa un bellissimo costume giallo che parte da poco sotto le spalle ed arriva fino alla punta delle dita dei piedi. Chissà se, quando si cominciò a tollerare il topless persino sulle spiagge normali, qualche donna avrà avuto questa ottima idea, che ha solo il difetto che non si possono portare le infradito.
D'altra parte, le donne avvedute sanno bene a chi vanno gli sguardi degli uomini: a quella che è appena arrivata ed ha la pelle bianchisssima, alla faccia di tutte le creme solari del pianeta.


Susy compare sempre con un nastro al collo, a volte rosso a volte nero, sembra una moda à la Robespierre con cui se la prendeva (mi pare) l'Abate Giuseppe Parini. Ma i nastri hanno la stessa funzione della farfalla nera sulla schiena: operare per il bene della copertura, ma c'è poco da fare, trionfa il male della scopertura perché le spalle -e le adiacenze- sono troppe, proprio come la schiena.



La sorpresa massima si ha nell'episodio della capanna sul pino, che Susy ha a sua disposizione, da baronessa rampante. Susy passeggia insieme a Giulietta nella pineta di Fregene, i pini sono di alto fusto. Le mostra che lassù, venti metri sopra, c'è una piccola costruzione in legno a cui si può arrivare mediante un moderno elevatore, pure in legno (Susy è organizzata, nei suoi vizi). Giulietta è contenta, che bello deve essere meditare lassù, e salgono, prima Susy poi Giulietta.
A vederla, Susy oggi sembra una Maddalena felice di essersi pentita (prima immagine). Ma nella seconda compare uno specchio, vabbè, sarà sicuramente il simbolo della Vanitas, come nei pittori della Controriforma.
Non è così. Venti metri sotto, sta passando una spider, con due giovani maschi a bordo. Susy userà lo specchio per fare specchietto negli occhi dei due, in modo che si accorgano che c'è qualcuno in alto che li pensa. Ma i due giovani sono un po' tardi, si sono fermati ma non riescono a capire che cosa stia succedendo. A mali estremi, estremi rimedi: Susy si leva la scarpetta bianca (terza immagine) e la fa cadere ai piedi dei giovani, da venti metri sopra. A quel punto i giovani si rendono conto e vogliono salire, quel che è giusto è giusto. Evviva, evviva, dice Susy a Giulietta, ne abbiamo catturati due! Ma Giulietta vuole scendere -chissà perché. E va così: l'elevatore scende con Giulietta ed immediatamente risale con i due giovani. In alto, senza più sandali né specchio né vestaglia né amica, Susy li attende a piè fermo, sola contro due. E' una così.
P.S. Giulietta Masina in questo film, la cui lavorazione durò mesi e mesi, dimostrò di essere non solo una donna intelligente, ma anche di essere dotata di molta pazienza, forse troppa, come la schiena di Susy.

lunedì 21 aprile 2008

La moda nel cinema: Giulietta degli spiriti (1)

Giulietta degli spiriti, di Federico Fellini (1965) Sceneggiatura di Federico Fellini, Tullio Pinelli, Ennio Flaiano, Brunello Rondi Con Giulietta Masina, Sandra Milo, Mario Pisu, Valentina Cortese, José Luis de Villalonga, Caterina Boratto, Lou Gilbert, Luisa Della Noce, Silvana Iachino, Milena Vukotic, Sylva Koscina, Alberto Plebani Musica: Nino Rota Fotografia: Gianni Di Venanzo Costumi: Piero Gherardi (137 minuti) Rating IMDb: 7,5
Solimano
“Il cinema deve dare agli spettatori le visioni fantastiche, le catastrofi liriche, le più ardite meraviglie, risuscitare il meravigliosissimo dei tempi moderni e degli spiriti di domani”. Questa frase l'ho trovata citata in uno scritto di Giovanni Grazzini. Letta così, dopo tutto quello che è successo nel cinema, sembrerebbe scontata, quasi banale, anche se costruita acrobaticamente. Ma l'ha scritta Gabriele D'Annunzio, scomparso nel 1938, che evidentemente del cinema aveva capito molto. Non so l'anno in cui l'ha scritta, magari è dei tempi di Cabiria, che è un film del 1914!
La frase sembra tagliata su misura per il film Giulietta degli spiriti (1965) di Federico Fellini, riguardo al quale do un caloroso consiglio: non guardatelo pensando alla storia, alle implicazioni di ogni tipo, dal religioso allo psicanalitico, dal femminismo alla crisi delle ideologie. Guardatelo e basta, il che non è assolutamente riduttivo. Come non è riduttivo che io scriva tre post su questo film usando la vista logica "La moda del cinema". Prima di tutto la moda è importante, basta chiederlo a Nefertiti e a Cleopatra, a Madame Pompadour, Santa Maria Maddalena e a San Giorgio (con l'armatura o senza).

Poi, in questo caso, oltre che di moda, intendo parlare dei modi di tre attrici, che si sono chiaramente attenute a quanto voleva il direttore d'orchestra Federico Fellini, genialmente aiutato da almeno due persone: Piero Gherardi per i costumi e Gianni Di Venanzo per la fotografia.
La prima attrice che scende in campo è Valentina Cortese, che nel film è Valentina, una cara amica di Giulietta (Giulietta Masina), la protagonista. E' stramba, sempre un po' (o molto) sopra le righe, agitata però senza frenesie, salvo il fatto che va di corsa perché prende troppi appuntamenti,quindi è in ritardo cronico. Valentina fa l'intellettuale, ma non da femme savante, magari abbastanza da precieuse ridicule: tutto le interessa, purché sia nuovo e strano. Anche vecchissimo a volte, come sedersi attorno ad un tavolino rotondo per chiamare gli spiriti. Solo allora parla poco, perché gli spiriti devono rispondere, non facciano i pigri!
Di primo acchito si vede che veste di grigio o di nero, che con lei non sono colori seriosi, ma luccicanti. Non solo, su questa base di apparente serietà inserisce qualche colore vivo nei posti più impensati, ad esempio il fiocco rosso del barboncino che tiene quasi sempre in braccio. O un margheritone proprio in cima alla testa. O una macchia di rosso o di giallo vicino alla spalla o in fondo alla gonna, dove comincia la frangia. Porta i guanti in tutte le stagioni, spesso neri e lunghi fino al gomito, ma a volte anche bianchi e corti. I guanti se li toglie e se li mette, costituiscono uno dei suoi tanti giochi di mantenimento, più allegri che nevrotici.

Non le basta il tavolo rotondo e l'aleatoria evocazione degli spiriti, c'è sempre un guru nuovo in arrivo, adesso ce n'è uno serissimo che distribuisce mele rosse per meglio meditare. Valentina per un po' medita, quando si stufa morde la mela. Esistono persone così, facili all'entusiasmo ma rapide nel dismetterlo, appena annusano una novità più nuova e divertente, che è poi la cosa che interessa, anche se dicono di essere sempre alla faticosa ricerca di chissà che.
Un po' fa la ragazzina (ma è fuori età), un po' la signora borghese (ma le scappa da ridere). Con lei, non ci si annoia, ma appena è andata via non ci si ricorda nulla delle sue nuove scelte di vita e di guru.Valentina è, col suo essere così, un rimprovero continuo a Giulietta, che vorrebbe essere come lei (come vorrebbe essere come le altre due...), ma proprio non ci riesce, non è nelle sue corde fisiche e morali.
Vengo a Valentina Cortese, l'attrice. La parte Fellini l'ha creata su misura, assomiglia alla parte che fece otto anni dopo in Effetto notte di Truffaut, in cui però c'è un risvolto patetico e drammatico che qui manca.
Mentre racconto le tre attrici (moda e modo), cerco di spiegare perché il film va guardato, possibilmente non facendosi coinvolgere dalla storia e dalle implicazioni di ogni tipo. Questo film è stato per diverso tempo imbarazzante per i critici, basta scorrere le recensioni dal 1965 in poi.
I motivi essenziali sono due.
Il primo è che segue a soli due anni di distanza il film Otto e mezzo, che è uno dei capolavori di Fellini. Il gioco sembrava facile: come in Otto e mezzo si racconta la crisi dell'uomo Guido (Marcello Mastroianni), così qui si racconta la crisi della donna Giulietta (Giulietta Masina).

Ma se il confronto è su questo piano, non c'è partita: troppo grande la differenza a favore di Otto e mezzo, da tutti i punti di vista: interpretazione, credibilità del personaggio, empatia che si crea fra spettatore e film.
Il secondo motivo è strettamente collegato al primo, perché è un film che Federico Fellini decide di fare interpretare a sua moglie Giulietta Masina, assegnandole una storia ed una parte ingrata. Una moglie borghese piena di condizionamenti e di complessi di ogni tipo, che si accorge di essere tradita dal marito Giorgio (Mario Pisu), e che è trattata con sufficienza da madre, sorelle, amiche. Sembra quasi che Fellini si diverta ad infierire: guardando il film ci si accorge che Giulietta spesso cammina con le scarpe basse a fianco delle altre attrici, che sono alte venti centimetri più di lei. La cosa è ulteriormente complicata dal fatto che di questo film Fellini diceva sempre che era dedicato a Giulietta. Davvero un bel modo! Ma ci tornerò col prossimo post che dedicherò ad un'altra attrice del film.

sabato 19 aprile 2008

La vita che vorrei

La vita che vorrei, di Giuseppe Piccioni (2004) Sceneggiatura di Linda Ferri, Giuseppe Piccioni, Gualtiero Rosella Con Luigi Lo Cascio, Sandra Ceccarelli, Galatea Ranzi, Fabio Camilli, Antonino Bruschetta, Camilla Filippi, Paolo Sassanelli, Roberto Citran, Gea Lionello, Sasa Vulicevic, Sonia Gessner Musica: Michele Fedrigotti, Fotografia: Arnaldo Catinari (125 minuti) Rating IMDb: 6.9
Solimano
L'immagine chiave del film è quella che metto sopra il post. Si sta facendo un provino per un film in costume il cui titolo sarà "La vita che vorrei", una storia un po' come La signora delle camelie. L'attore è Stefano (Luigi Lo Cascio), che è noto, ha raggiunto un relativo successo. L'attrice è Laura (Sandra Ceccarelli), che è alle prime armi anche se ha già trent'anni. E' arrivata al provino con un'ora di ritardo, rischiando di perdere l'opportunità che si sta giocando adesso.
I due sono seduti fianco a fianco con davanti il testo da cui leggono; il regista e l'operatore sono dall'altra parte del tavolo. D'un tratto, Laura prende la mano di Stefano, che guarda meravigliato non lei, ma le mani intrecciate. E la recitazione prosegue, probabilmente è proprio questo gesto istintuale che convince il regista a dare la parte a Laura, mentre sembrava quasi scontato che la parte andasse a Chiara (Galatea Ranzi), un'attrice già nota e buona amica di Stefano.


L'interpretazione di questo accidente -felice per Laura- parrebbe semplice: la vita reale che invade la vita fittizia, a parte che qualche cinico direbbe che la sconosciuta Laura col suo gesto cerca di comprarsi il noto Stefano per farselo amico.
Ma le cose non stanno così, c'è dell'altro, ed è qui la novità vera del film, che quasi tutti i critici hanno confrontato con i film del cinema sul cinema, fra cui ci sono film importanti, cito solo Effetto Notte di Truffaut e La donna del tenente francese di Reisz. Perché la domanda sottesa alla struttura del film è: ma è proprio autentica, questa scissione fra vita vera e vita fittizia?


Faccio l'esempio di due giochi di società, che trovo assai belli, con un solo importante difetto: li si può giocare una volta sola.
Il primo è il gioco degli animali.
Supponiamo che uno di voi sia il conduttore del gioco, e che ci siano dieci persone presenti: "Dite che animale vorreste essere e perché". Ognuno dice il suo animale ed il suo perché. Finito il giro, il conduttore fa: "Dite il secondo animale che vorreste essere e perché". Qualcuno fa uffa! ma si rassegnano e dicono gli animali ed i perché. A questo punto: "Dite il terzo -e ultimo- animale e perché". Qui non protestano più, fanno fatica, a tirar fuori 'sto terzo animale.
Finito il giro, tutti guardano con odio il conduttore ed uno gli fa: "E mo'?". E il conduttore si rizza quasi fosse Mosè con le tavole della legge e dice: "Il primo animale è come vi vedono gli altri, il secondo è come vi vedete voi, il terzo è come siete veramente". Beh, vi assicuro che non c'è bisogno di strutturare il pomeriggio: vanno avanti per ore a ricamarci, sui tre animali di ciascuno.

Il secondo è il gioco della manìa.
Qui c'è uno che viene mandato fuori e che deve aspettare che gli altri si mettano d'accordo. Poi lo si chiama, ed uno del gruppo gli dice: "Noi siamo tutti affetti dall'identica manìa. Tu fai le domande che vuoi ad ognuno di noi, e noi risponderemo condizionati dalla nostra manìa, ma risponderemo. Tu devi indovinare di che manìa si tratta". E il poveretto comincia a fare delle domande, e la cosa va avanti, molte risposte sono precisissime, altre vaghe, ogni tanto nel gruppo -chissà perché- ridono. Se il gruppo è affiatato si può tenere sotto scacco il poveretto per due ore, ma in genere qualcuno si impietosisce e la menata finisce prima: la manìa è che ognuno risponde come risponderebbe secondo lui quello -o quella, è bene alternare- seduto alla sua destra. Semplicissimo, ma quanta roba viene fuori! Di ogni genere.
Si comprende benissimo che questi due giochi si possono fare solo una volta, perché l'ingenuità è indispensabile.

Che c'entra, col film? C'entra, perché la vita reale è una recita conscia o inconscia di un copione prefissato e che raramente si modifica. A questo punto, il confine fra vita reale e vita fittizia cade, e sembra addirittura che in certi momenti del film in costume "La vita che vorrei" ci sia più verità che nella vita reale dei singoli attori. Delle attrici soprattutto, perché Piccioni privilegia le attrici, a partire da Sandra Ceccarelli.
Nihil sub sole novi, anche se a questa cosa, del copione non scritto che ognuno di noi si assegna - o che gli è stato assegnato magari da un destino cinico e baro- non ci si bada perché si è troppo immedesimati nella recita. Il che non vuol dire che occorre chiamarsi fuori -sarebbe comunque impossibile- ma alternare disattaccamento ed identificazione, identificazione e disattaccamento. Se lo si fa, finisce che si recita meglio, gli spettatori -e le spettatrici- al cui giudizio teniamo sono più contenti di noi.
Un esempio convincente è proprio la rete. Tutti a confrontare la vita reale con la fittizia vita virtuale, ma se ci si pensa un momento, ci si accorge che in rete diciamo cose che nella vita reale non diremmo -né magari penseremmo- mai. Perché nella vita reale, il copione è usurato dall'uso e dall'abitudine, le pagine sono stropicciate e ci sono tanti rumori fuori scena. Vista sotto quest'ottica, la passionaccia che hanno i teatranti per il loro spesso mal pagato mestiere, appare non come protuberante -e debole- manifestazione di narcisismo, ma come l'irrompere della verità, che è nell'accettazione della recita individua del proprio copione. Ci sono anche i suggeritori... non stanno nella buca, ma sui pulpiti o in TV, e ci fanno recitare il loro copione facendoci credere che sia il nostro.

Il film racconta il va e vieni dell'amore fra Laura e Stefano, che è anche quello fra Federico e Leonora, i personaggi del film che si sta girando nel film. Quindi la cesura fra realtà e rappresentazione viene a cadere, e provate un momento, sulla base di questi presupposti, ad immaginare di iterare il gioco, inserendo anche quello che succedeva realmente (?) sul set, mantre si girava il film di cui sto parlando. E così via, in un gioco senza fine, perché tale è.
Non è un caso che il personaggio più chiaro (nella sua cronica sordidezza) è Raffaele (Fabio Camilli) che è all'inizio l'amante non amato di Laura, che lo prende e si fa prendere per autolesionismo, solitudine, debolezza, per sfiga comune, in fondo. Questa situazione sta sfuggendo dalle mani di Raffaele, che ricorre a tutti i mezzucci -comprese le bassezze- pur di tenersela non dico stretta ma almeno quasi legata. Fino a non svegliarla il giorno che lei ha il provino decisivo: meglio sfigata con lui che realizzata con altri. La chiarezza del personaggio di Raffaele, come di quelli del regista e degli altri personaggi collaterali, nasce dal fatto che non hanno il ruolo scenico in cui esprimere anche quello che nella vita reale (?) non esprimono. A cui si aggiunge un'altra variante, che è un altro gioco senza fine: che il copione non è uno solo, ma è personalizzato a seconda della persona che ci sta di fronte.

Così, il sesso di sfogo, che Stefano pratica ogni tanto con amiche occasionali, e che si autosvela nella gran voglia che lui ha dopo, che queste se ne vadano da casa sua, diventa un'altra cosa con Laura: i due ridono insieme anche facendo l'amore. Entrambi hanno a che fare coll'inevitabile cinismo di un mondo in cui star fermi vuol dire andare indietro, e quindi è necessario accettare la ripetitività dei telefilm, nel caso di Stefano, o il voler piacere a chi sta sopra e può decidere della carriera, nel caso di Laura, che è al tempo stesso autolesionista ed ambiziosa.
Ricordiamo anche che un potente sistema di controllo -lo si ricerca sempre negandolo- in campo amoroso, è che la libertà dell'altra persona si fermi ai paletti che decidi tu, non a quelli che decide lei. Per cui, Stefano ha ragione a dire a Laura che più che una attrice è una simulatrice, il che è solo un modo un po' più sofisticato e politicamente corretto di quello che fa Raffaele, che cerca di ristabilire i paletti ormai abbattuti, e quando si accorge che non ce la fa, cerca di danneggiare Laura pubblicamente. Il tema del difficile ma necessario rapporto fra amore e potere è da anni trattato in molti film, ma spesso in modo schematico, inquadrato, con suddivisione di ambiti. Qui, il gioco è mischiato, come è nella normalità, che non si vorrebbe accettare, fingendo che le cose stiano diversamente.

Nel finale del film compare, inaspettatamente, un altro personaggio: il neonato figlio di Laura e di Stefano, che per mesi non ha saputo della gravidanza di Laura che era volutamente sparita. A parte il fatto che è un tema caro a Piccioni, ci sono almeno altri due suoi film in cui il tema dei figli è centrale, qui è trattato sul filo d'equilibrio, perché la caduta nel sentimentalismo del tutto s'aggiusta era quasi inevitabile. Quindi il film ha un finale aperto, perché i copioni non finiscono mai... Stefano e Laura se la giocheranno, come ognuno di noi, che lo voglia o no, deve fare ogni giorno. Il punto non è farlo o non farlo, il punto è la consapevolezza del gioco che si sta giocando. Il pregio fondamentale del film è nel riuscire a mostrare la transitorietà dei pensieri e dei sentimenti senza denigrare, moralizzare, intristire. La mostra, correttamente, come condizione ineliminabile, stato permanente proprio perché sempre transiente, un gran bel paradosso, se, e solo se, si smette di ricercare una sicurezza che non esiste. E se ci fosse, sai la noia! Artefice prima è Sandra Ceccarelli, attrice mirabile, capace con naturalezza studiosa di esprimere la transitorietà: le basta uno sguardo, un modo, un gesto, e ti accorgi del posto nuovo dove ti ha portato prima che dica una parola.