sabato 21 luglio 2007

L'idioma di Brancaleone

Una buona parte dell'armata
Solimano
Traggo dal bellissimo articolo su Wikipedia un florilegio dell'idioma immaginario de L'armata Brancaleone. Il merito di questo idioma va spartito in tre: Mario Monicelli, Agenore Incrocci e Furio Scarpelli (cioè Age & Scarpelli):

«Cedete lo passo» (Teofilatto dei Leonzi — rivolgendosi a Brancaleone) - «Cedete lo passo tu!» (Brancaleone— in risposta)

«Sarai mondo se monderai lo mondo!» (Il Monaco Zenone)

«Transitate lo cavalcone in fila longobarda!» (Il Monaco Zenone): da osservare l'invenzione linguistica della "fila longobarda" che sostituisce la comune "fila indiana" (espressione che sarebbe risultata assolutamente anacronistica)

«Addove ite?» (I seguaci del Monaco Zenone, rivolgendosi ai membri dell'Armata) — «Mah, così, sanza meta...» (Brancaleone, in risposta) — «Venimo?»«No, itene anco voi sanza meta, ma de un'altra parte!»

«Aquilante della malasorte!»
(Brancaleone — rivolto al proprio cavallo Aquilante)

«Ah... la milza!» (Brancaleone — dolorante al fianco, dopo il duello con Teofilatto dei Leonzi) — «No, ivi ci sta lo fegato.» (Teofilatto dei Leonzi) — «Ah sì? Spesso mi dole.»«Bollitura di cetosella, finocchio... zolfone... malva... tutto insieme... Bere a digiuno!»«Bono remedio?»«Eh... ti ribolle dentro come sciacquare una botte, poi per lo dietro ti esce uno gran foco... e tu sei guarito!»

Longo lo cammino ma grande la meta. Contro il saracino seguiamo il profeta. Vade retro Satan. Vade retro Satan. Senza armatura, senza paura, senza calzari, senza denari, senza la brocca, senza pagnotta, senza la mappa, senza la pappa. (Il coro intonato dai pellegrini al seguito del Monaco Zenone in cammino verso la Terra Santa)

Dammiti prendimi, prendimi e dammiti, cuccurucù. (La vedova rivolta a Brancaleone nella città decimata dalla peste).

Quando dico "sequitemi miei pugnaci" dovete sequire et pugnare... se no qui stemo a prenderci per le natiche.

- Vanci, è grande amatora. - Ma Cippa non se ne dole? - E sì che se ne dole, ma a te che te ne cale?

Non mi portare da Guccione, non lo voglio. Te voglio. Sono tua pecorella. Brancami, leone.
(Matelda rivolta a Brancaleone).

- Sempre viveste da femine, cercate almeno di morire da omeni. - E lo chiami morire da ommeni questo ? (Brancaleone e Teofilatto, appesi col didietro penzolante sui pali aguzzi)

- Siete voi pronti a morire pugnando? (Brancaleone alla sua "armata")

Teofilatto dei Leonzi

2 commenti:

mazapegul ha detto...

Proprio ieri pensavo, partendo proprio da Brancaleone, a come poteva essere pensata un piccola "serie" sulla lingua al cinema. Fortunatamente ci hai pensato tu, e non solo pensato.
Uno spunto per la discussione: il cinema è l'unica forma di cultura orale sopravvissuta e di massa. Lingue che su carta sarebbero improponibili al grande pubblico, al cinema risultano normali, quasi ovvie.
Lo stesso succede con la musica: spartiti indigeribili a tutti tranne che gli intenditori più fini, nelle colonne sonore risultano essere naturali e popolari.
In questo senso il cinema è arte totale: come l'uomo del maiale, il cinema della cultura non butta via niente.

Solimano ha detto...

Nicola, l'argomento conferma in pieno l'affermazione di Federico Zeri del cinema come "arte guida del Novecento". Non perché sia in testa ad una improbabile graduatoria del meglio e del peggio, ma perché le altre arti naturalmente confluiscono, come legna in un camino che tira.
Il che non è detto che sia sempre un bene, e faccio due esempi che riguardano la lingua.
Il primo è il doppiaggio, per cui tutte le voci tendono ad un moderato romanesco, salvo doppiaggi particolari, fatti a regola d'arte, che esistono ma sono la minoranza.
La seconda è l'accento ed il dialetto locale, per cui dà molto fastidio sentire in un film ambientato in Emilia-Romagna i romagnoli che parlano con accento bolognese, la stessa cosa succede ai parmigiani.
Anche qui, con eccezioni: Bertolucci, con Novecento, stette molto attento all'accento ed al linguaggio, in modo che corrispondessero ai luoghi, d'altra parte, se non ci avesse pensato, a Parma l'avrebbero spellato vivo (sempre con la storia del confronto col padre). Ma la scusa per spellarlo vivo l'hanno comunque trovata: troppe bandiere rosse.
E' un tipo di critica cinematografia "a prescindere", magari ammantata di altre motivazioni, ma esistente in particolare riguardo due altri registi: Moretti e Antonioni. Con Fellini non lo fanno, ed a me puzza un po' questa ammirazione generalizzata per Fellini, quando in fondo, decise di accettarsi come artista problematico, tutt'altro che adagiato sui successi precedenti.
Fa pensare che oggi, a livello culturale, all'estero sia in atto una forte rivalutazione di Antonioni, mentre perdono un po' Fellini e Visconti.

saludos
Solimano