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lunedì 13 ottobre 2008

I modi di vedere: Sette spose per sette fratelli (2)

Seven Brides for Seven Brothers, di Stanley Donen (1954) Sceneggiatura di Stephen Vincent Benet, Albert Hackett, Frances Goodrich, Dorothy Kingsley Con Howard Keel, Jeff Richards, Russ Tamblyn, Tommy Rall, Marc Platt, Matt Mattox, Jacques d'Amboise, Jane Powell, Julie Newmar, Nancy Kilgas, Betty Carr, Virginia Gibson, Ruta Lee, Norma Doggett, Ian Wolfe Musica: Gene de Paul Fotografia: George J. Folsey Coreografia: Michael Kidd (102 minuti) Rating IMDb: 7.2
Solimano
L'inverno è lungo da passare anche per i fratelli Pontepee, che per disposizione della piccola arzdora Milly (Jane Powell) non possono frequentare le ragazze che hanno rapito in paese. Per fortuna il fratello più giovane, Gedeone (Russ Tamblyn) ogni giorno ne inventa una, così ogni tanto i Pontepee riescono ad essere allegri, come si vede dalla immagine sopra il post.

Gedeone è il cocco di Milly, che col marito Adamo e con gli altri fratelli la mette giù dura, ma con Gedeone si comporta proprio come una sorella maggiore (però di quelle che non rompono). E qualche riga per Russ Tamblyn è il caso di spenderla. Al tempo del film aveva vent'anni, ma già da dieci anni era nel mondo dello spettacolo, più da acrobata che da ballerino. Nella sua carriera ha partecipato a più di 80 film (compresa la TV), ma i ruoli indimenticabili della sua carriera rimangono quello di Riff, il capo dei Jets in West Side Story (1961), e quello di Gedeone in Sette spose per sette fratelli.

Le ragazze stanno rinchiuse per conto loro e i Pontepee, che farci, si trovano fra di loro, ed il tempo sembra non passare mai. Anche Adammo è stao emarginato da Milly, ma non del tutto...


Così ogni tanto qualcuno dei Pontepee trova la scusa per andare a fare toc toc alla porta dello stanzone delle ragazze. Milly sta leggendo la Bibbia, ma le ragazze non l'ascoltano, stanno tutte guardando quale dei Pontepee è sulla soglia stavolta, prima o poi capitano tutti. Poi Milly se ne accorge e fa lo sguardo severo, e le ragazze cercano di darsi un contegno, ma sono evidentemente molto interessate.

Qualche scusa la trovano anche le ragazze. Qui ne vediamo tre, fra cui non può mancare Dora (Julie Newmar), uscite per prendere la legna mentre sta nevicando.

La neve è ancora sul davanzale, ma c'è il sole. Le ragazze aprono la finestra, sta arrivando la primavera. Dettaglio importante: la strada verso il paese è in ombra, quindi resterà ancora bloccata dalla neve per diverse settimane. E ci sarà tempo e modo per i fratelli Pontepee e per le ragazze.


Difatti, all'inizio della primavera si assestano le coppie. Qui ne vediamo due, la seconda è quella di Dora e di Beniamino in veste di pollicultori. La parte di Beniamino la fa Jeff Richards, che era un giocatore professionista di baseball ed aveva già 32 anni. Nel film, la coppia Dora- Beniamino è quella che si vede meno ballare: hanno altro da fare e si sentono i più belli (secondo me hanno ragione).



Ho avuto dei problemi per ottenere dei buoni fermo-immagine per questo film, che è la mia favola preferita. I problemi non sono stati tecnici, ma dipendenti dal fatto che in questo film non stanno quasi mai fermi, sempre a ballare, saltare, cantare. Altro che fermo-immagine!
Per cui ho trovato altre due fonti di immagini di cui tre curiosamente in bianco e nero.
Nella prima c'è la scena forse più divertente del film: Milly, che in paese si è appena sposata con Adamo (Howard Keel), il Pontipee maggiore, è arrivata alla casa ed ha avuto un momento di sconforto nel constatare che oltre al marito deve accudire anche i suoi sei fratelli, rozzi e non educati. Fra l'altro si lavano poco e Milly, come primo provvedimento, vuole lavare i camicioni da notte. I fratelli non sono abituati a queste eccessive finezze di pulizia. Allora Milly minaccia di entrare nella loro camera, ed i Pontepee, impauriti, si barricano all'interno.
Nella seconda immagine c'è la coppia portante, Milly ed Adamo. Jane Powell e Howard Keel non ballano, ma sono quelli che cantano veramente.
Nella terza immagine c'è un grande balzo durante il ballo acrobatico in paese, quello in cui c'è la contesa per le donne.

In chiusura due immagini a colori che hanno tutta l'aria di essere delle foto di scena scattate durante quei magici quarantacinque giorni: tutti insieme amorosamente nellla prima, e nella seconda Howard Keel è in primo piano, ma lo sfondo è più interessante di lui.


domenica 28 settembre 2008

I modi di vedere: Sette spose per sette fratelli (1)

Seven Brides for Seven Brothers, di Stanley Donen (1954) Sceneggiatura di Stephen Vincent Benet, Albert Hackett, Frances Goodrich, Dorothy Kingsley Con Howard Keel, Jeff Richards, Russ Tamblyn, Tommy Rall, Marc Platt, Matt Mattox, Jacques d'Amboise, Jane Powell, Julie Newmar, Nancy Kilgas, Betty Carr, Virginia Gibson, Ruta Lee, Norma Doggett, Ian Wolfe Musica: Gene de Paul Fotografia: George J. Folsey Coreografia: Michael Kidd (102 minuti) Rating IMDb: 7.2
Solimano
Così Plutarco nella Vita di Romolo, 14:
Egli (Romolo) stava seduto in prima fila tra i maggiorenti, vestito di porpora, e il segno convenuto dell'azione era quando, alzatosi in piedi, avesse aperto poi di nuovo ravvolto il manto. I Romani in gran numero, armati di spade, tenevano gli occhi fissi su di lui. Venuto il segnale, estrassero le armi e balzarono avanti con un urlo, afferrarono le figlie dei Sabini e lasciarono andare i padri, anzi li esortarono a fuggire. Alcuni storici dicono che ne furono rapite soltanto trenta, dalle quali derivarono anche i nomi delle trenta fratrie romane; ma Valerio Anziate fa ascendere il loro numero a cinquecentoventisette, e Iuba a seicentottantatré, tutte vergini; e questa è la più valida scusante per Romolo. Infatti l'unica donna sposata catturata, Ersilia, lo fu per sbaglio. Dunque i Romani non furono spinti al ratto per lascivia o malvagità, ma con l'intenzione precisa di mescolare in una sola comunità due stirpi con i vincoli più solenni.
Traduzione di Carlo Carena, Mondadori editore 1974


Nelle righe successive Plutarco aggiunge che secondo alcuni storici Ersilia fece un ottimo matrimonio, forse con lo stesso Romolo. Si vede che l'essere sposata, quindi non più vergine, la metteva in buona vista. Ci sono anche altre versioni, come quelle di Tito Livio e di Dionigi di Alicarnasso, ma certamente l'episodio del 753 a. C. non fu il primo nel suo genere. Né l'ultimo, visto che nel 1954 Stanley Donen fece il film Sette spose per sette fratelli proprio ispirandosi a Plutarco, con la mediazione degli sceneggiatori, in primis di Stephen Vincent Benet che cambiò data e posto: il film si svolge nel 1850 in Oregon.
Non è vero che le favole piacciono solo i bambini, ci sono favole anche per i grandi, e il Ratto delle Sabine è una di queste, una favola vera (come tutte le favole) con tante versioni. Di favole per adulti così belle da guardare e da ascoltare come Sette spose per sette fratelli non ne conosco.

Chi ha visto anche una sola volta il film non lo confonde con nessun altro, ma sembrerebbe strano parlare di modo di vedere, quando è un film basato soprattutto sullla danza e sul canto. Ci si potrebbe aggiungere che una delle poche critiche riguarda i fondali, che per ragioni di budget furono dipinti e lo si nota benissimo, eppure Stanley Donen ha un suo preciso modo, al di là delle danze e delle musiche. Ho scelto l'episodio che prende il nome dalla canzone June Bride che ne è il motivo musicale, cantato dal coro delle sei ragazze rapite in paese dai fratelli Pontipee, le Sabine della situazione.


Riepilogo i fatti. Il rapimento riesce perché l'inseguimento dei padri e dei fidanzati delle ragazze viene bloccato da una valanga di neve che blocca il transito del passo. Fino a primavera niente da fare, tutti debbono aspettare.
La situazione ce l'ha in mano Milly (Jane Powell), la moglie di Adam (Howard Keel), il maggiore dei Pontepee. Milly è piccola di statura, mentre Adam è gigantesco, ma nel delicato affare della gestione del rapimento comanda Milly, che ha il carattere di una arzdora.


Così le ragazze passano l'inverno in uno stanzone, tutte in compagnia e gli uomini stanno fuori, senza nessuna possibilità di accesso allo stanzone e quindi alle ragazze. E' tagliato fuori anche Adam a cui tocca di dormire nella stalla. Fuori nevica e il tempo non passa mai. Le ragazze un po' guardano fuori dalla finestra, un po' chiacchierano, un po' litigano. Finché arriva Milly che dice a tutte di essere incinta (evidentemente Adam non ha sempre dormito nella stalla). E allora fra le sei ragazze tutte vestite con castissimi pigiami bianchi comprensivi di mutandoni, torna l'allegria e cantano insieme June Bride, perché in primavera pensano proprio di sposarsi, anche se non sanno ancora con chi: con i rapitori o con i paesani?


Stanley Donen girava il film nel 1954, le ragazze indossano gli identici pigiami, eppure è un episodio in cui tenerezza ed erotismo sono mischiati in modo inscindibile. Non tutte le ragazze sono particolarmente belle (le avevano scritturate soprattutto per le loro capacità di danza o di voce), ma uno dei pregi del film, in questo come in altri episodi, è di non scadere mai nella carineria. Esprime con semplicità i rapporti fra uomini e donne, i sentimenti e le aspettative.
L'episodio più famoso prende il nome della canzone Barn Dance ed è quello della contesa danzante fra i paesani ed i Pontepee. I due gruppi cercano di sottrarsi le ragazze a vicenda e sembra che sia una contesa fra maschi, ma alla fine sono le ragazze a scegliere, e scelgono proprio i fratelli Pontepee, chissà perché. In questo episodio ci sono tali finezze nel rapporto fra i gruppi di uomini, il gruppo di donne e fra singoli uomini e singole donne che un libro di centinaia di pagine non riuscirebbe a spiegare. Il film infatti lo spiega mostrando atteggiamenti e comportamenti attraverso i gesti, la musica, il canto e il ballo. Così succede per l'episodio June Bride, con le sei ragazze nello stanzone, quasi sempre raggruppate.



Ma c'è un caso particolare, e sono ben lieto che ci sia. Una delle sei ragazze è più uguale delle altre, quella che alla fine sposerà Benjamin (Jeff Richards). E' una ragazza mora ed alta. Non sono sicuro al cento per cento, ma credo si tratti di Julie Newmar, che poi divenne famosa e che allora era all'inzio della carriera (aveva 21 anni). Non fa la solista nel canto né la solista nella danza. Evidentemente Donen si rendeva conto che non poteva puntare solo sulla vocalità di Jane Powell e sul coro delle ragazze, serviva quel tocco in più, che questa affascinante ragazza dai capelli neri e lunghi riesce a dare. Difatti, nella parte restante del film, le varie coppie che si formano hanno un po' di leziosità seppure mirabile, ma quando sono insieme Benjamin e Dora (Jeff Richards e Julie Newmar) tutti si aspettano che spariscano subito in mezzo a qualche cespuglio fitto, ombroso e comodo.

In chiusura, metto l'immagine con cui finisce l'episodio June Bride: le sei ragazze guardano fuori nella notte buia e nevosa, ma sanno già che l'episodio successivo sarà Spring Spring Spring, ed il titolo lo spiega bene, capiamo quello che accadrà.

Torno a Plutarco con cui ho cominciato. Molti grandi pittori hanno fatto quadri ispirandosi al Ratto delle Sabine, Poussin e Rubens su tutti, ma preferisco giocare in casa, ed inserire un affresco di Ludovico Carracci giovane, eseguito poco dopo il 1580 a Bologna nel palazzo Magnani che è in via Zamboni (allora via San Donato). Come si vede dal quadro, il riferimento al racconto di Plutarco è diretto: Romolo, sulla sinistra, risponde perfettamente alla descrizione che ne dà Plutarco.

martedì 1 gennaio 2008

Indiscreto


Indiscreet, di Stanley Donen (1958) Sceneggiatura di Norman Krasna, Con Cary Grant, Ingrid Bergman, Cecil Parker, Phyllis Calvert, David Kossof, Megs Jenkins, Diane Clare, David Coote, Robert Desmond, Eric Francis, Frank Hawkins, Oliver Johnston, Richard Vernon, John Welsh, Middleton Woods Musica: Richard Rodney Bennet Fotografia: Frederick Young (100 minuti) Rating IMDb: 6.8

Laura
Ero lì, prima di cena, che facevo zapping col telecomando. Non c'era niente di interessante quando a un tratto, lo schermo si riempie con Ingrid Bergman e Cary Grant. Riempono sì, perché sono due attori che anche a star impalati l'uno di fronte all'altra senza dir niente giganteggiano comunque. La storia si potrebbe liquidare in due parole: Philip Adams (Cary Grant) un diplomatico americano, s'innamora di un'attrice di teatro, Anna Kalman (Ingrid Bergman) mettendo bene in chiaro di essere sposato e di non poter divorziare dalla moglie. Però, questa moglie di fatto non esiste. E' solo la bugia di uno scapolo allergico al matrimonio. Ma fino a quando durerà la panzàna? Ecco, per saperlo occorre entrare nel vivo del secondo tempo, quando la faccenda prende consistenza e Anna - avvisata, ops! da sua sorella Margaret e dal cognato, nonché amico di Philip che, riops! non avrebbe voluto dirglielo ma proprio gli scappa l'indiscrezione di bocca- stana lo scapolo pianificando la vendetta con una messinscena giocata su finti corteggiatori prodighi di rose rosse e cenette di mezzanotte ad aragoste e odor di tradimento. " Niente sembra più sincero di una donna che sta mentendo " è la battuta del film che non passa inosservata (come se agli uomini non venisse bene altrettanto!)

La nostra si fa beccare in flagrante da Philip che in preda alla gelosia, finalmente si arrende e le propone il sudato matrimonio. Finalmente, è il caso di dirlo, perché il primo tempo è un turbinìo di regali faraonici all' amata, telefonate zuccherose, moine, sguardi sognanti. Un grande amore, insomma, dei più classici e patinati. Roba da sbadiglio, ma anche roba romantica come solo una volta. Se la stessa storia fosse stato un film dei giorni nostri, il regista se la sarebbe cavata in quaranta minuti asciutti. Però è proprio qui il bello. Guardi e pensi che inghippi grossi, panzàna a parte, per la coppia non ce ne sono e allora... "Accidenti, e diglielo! Deciditi, risolviti Philip! Ammògliati! " E invece no, ti tocca aspettare i loro tempi. Ora, lasciatemi essere frivola: solo in film del genere aspetti felicemente la svolta distratta dai cambi d'abito della Bergman, ora combattuta tra un vestito azzurro e uno sontuosamente dorato; le mise da camera, i tailleur da giorno, le borsette e i cappellini.

E Cary Grant? A un tratto ti chiedi perché in giro non si vedono più uomini così ordinati, così eleganti nel portamento, così ricchi di savoir faire. Sicuri del fatto loro, insomma. Poi pensi che i tempi sono cambiati e pace. I tempi in cui una come Anna, ancora ignara della vile bugia di Philip, lo implora di perdonarla per avergli chiesto incautamente e con poca nobiltà d'animo di lasciare la moglie, mentre si lava la faccia con le lacrime, in ginocchio e con le manine giunte come la Maddalena. Oggi non ci si pensa due volte a separarsi e amen. In una cosa, sono certa, lo spettatore arde con lei, quando finalmente decide di cucinarselo, lo scapolo. Ma Philip, alla fine, si cucina da sé e allora lo perdoniamo, noi, ragazze moderne.

P.S. Qui sotto, Ingrid Bergman e Cary Grant, col regista Stanley Donen, brindano alla fine del film "Indiscreto" (1958) e all'inizio del 2008, e direttamente da Les Cahiers du Cinema fanno lo stesso ancora Ingrid e Cary durante il film "Notorious" (1945) e Greta Garbo, in numerosa compagnia, durante il film "Anna Karenina" (1935). (s)


Auguri di Buon 2008 da tutti noi!!!




mercoledì 3 ottobre 2007

Cantando sotto la pioggia

Singin' in the Rain, di Stanley Donen, Gene Kelly (1952) Sceneggiatura di Adolph Green, Betty Comden Con Gene Kelly, Donald O'Connor, Debbie Reynolds, Jean Hagen, Millard Mitchell, Cyd Charisse, Douglas Fowley, Rita Moreno, Dawn Addams Musica: "Singin' in the rain", "Fit as a Fiddle", "All I Do Is Dream of You", "Make 'Em Laugh", "I've Got a Felling You're Foolin", "You Were Meant For Me", "Moses Supposes", "Good Morning", "Broadway Rhythm Ballet", "You Are My Lucky Star"... Fotografia: Harold Rosson (103 minuti) Rating IMDb: 8.4
Solimano
La mia intenzione era di prendere in prestito il DVD di Un americano a Parigi, ma a Lissone si fa dura: gli indigeni stanno scoprendo che la biblioteca dà in prestito i DVD a colpi di tre alla settimana, e gli scaffali in cui metter mano non sono più ricolmi come un mese fa: Un americano a Parigi qualcuno l'aveva già preso. Così ho ripiegato su Cantando sotto la pioggia, per mettere qui il mio secondo film musicale, dopo Sette spose per sette fratelli.
Cantando sotto la pioggia l'avevo visto da ragazzo, e me lo ricordavo poco salvo il tormentone di Gene Kelly che canta e balla mentre piove, che è come la Cavalcata delle Walkirie, la Bagatella per Elisa, la Marcia Turca: cose bellissime sentite o viste troppe volte. Quindi mi sono messo di fronte alla TV con più senso del dovere che entusiasmo. Per i primi cinque minuti sono stato attento senza essere coinvolto. Ma poi Don Lockwood (Gene Kelly) ha detto: "Dignity", ed è cambiato tutto. Don Lockwood, nel 1927 è un divo del cinema, naturalmente muto, e sta spiegando ad una intervistatrice come sono stati i suoi primi anni, trascorsi insieme al suo amico Cosmo Brown (Donald O'Connor). Dice "Dignity" per far credere che la sua è stata una tranquilla ascesa, ma intanto il film mostra quello che è successo veramente, e parte il numero di Don e Cosmo che ballano con due vestiti uguali a quadrettoni suonando il violino, uno a testa. Così ho cominciato a vedere in azione la coppia Don e Cosmo, che è uno dei motivi per cui questo film è fra i più belli che siano stati mai fatti, non come film musicale, ma in assoluto.

Quei due sono diversissimi: Gene Kelly è tarchiato, robusto, deciso, seduttivo, acrobatico, atletico, lievemente antipatico; Donald O'Connor è multiforme, suona, canta, balla, soprattutto fa ridere, fantasioso, poetico, un po' matto come l'irlandese che è, simpaticissimo. Quando sono assieme a ballare e cantare non ce n'è per nessuno, e prevale il virile Kelly sul folletto O'Connor, ma quando si tratta di fare un po' di tutto: suonare, dialogare, scherzare, fare delle smorfie, sbarrare gli occhi, sorprendere, è Donald O'Connor che tira e Gene Kelly è una ottima spalla. Difatti, una delle pochissime sofferenze del film è quando manca in scena O'Connor: si spera che torni presto, tranne nei dieci minuti in cui c'è Cyd Charisse, che si vorrebbe che non andasse mai via, ma si sa, la carne è debole, e quei dieci minuti, quelli di "Broadway Melody" occorrerebbe considerarli un film a sé.
Poi c'è Debbie Reynolds, che fa Kathy Selden, l'attrice cenerentola che prenderà il posto di Lina Lamont (Jean Hagen), la diva messa in difficoltà dall'avvento del sonoro, vista la voce sgadevole che ha. Debbie Reynolds ha avuto l'onestà di dichiarare che quella di fare Cantando sotto la pioggia è stata, con la nascita, la prova più difficile della sua vita: aveva solo vent'anni ed un talento normale: i due magnifici l'aiutano e riesce a fare pochi danni, che è già tanto. Ma è tutto l'insieme che è meraviglioso, forse ancora più dei due: le canzoni, i colori, la sceneggiatura, i caratteristi, le ballerine, il regista Donen, e gli impresari che stavano dietro a questa impresa sicuramente a rischio di continui litigi. Donald O' Connor, dalla tensione, fumava quattro pacchetti di sigarette al giorno, la Reynolds si mise a piangere seduta su un pianoforte perché Gene Kelly la sgridava in continuazione, e Fred Astaire, che passava di lì, da gran signore la consolò e le insegnò alcuni passi. Lo stesso O'Connor faticava a sopportare il carattere dominante di Gene Kelly. Ma sono situazioni in cui o finisce che va tutto a ramengo o finisce che in un modo o nell'altro tutti danno il massimo.

Se ci riflettiamo un momento, anche la nostra vita è così: ci siamo trovati in situazioni in cui chissà come abbiamo tirato fuori quello che ignoravamo esistesse in noi, c'è bisogno di essere forzati a volte, di essere stretti in un angolo da cui riuscire ad uscire malgrado noi stessi, il noi stessi consueto.
Il film dura quasi due ore, ed è fatale che ci siano dei momenti in cui il coinvolgimento scende, ci sono stato attento, ma anche in quei momenti è un coinvolgimento ben superiore al solito. Faccio un esempio. C'è il cantante melodista, come costumava, che canta la sua bella e mielata canzone, solo che inquadrano una serie di fermi immagine. Capisci che sono modelle immobili, quella vestita da signora con la volpe argentata, quella che fa la tennista col gonnellone di allora, quella con l'abito nero da testimone in tribunale e infine quella vestita in bianco da sposa, un po' birichina perché mostra il ginocchio, il destro per l'esattezza. E proprio quando pensi che questa scena è finita, è lì che comincia: la modella che fa la sposa rinuncia alla immobilità e va vicino al cantante, e le altre una per una fanno lo stesso, sino a simulare - viste insieme dall'alto - un grande fiore carnoso pieno di colori e profumatissimo. Geniale, come quando c'è il professore che insegna gli scioglilingua ai magnifici due e questi trasformano lo scioglilingua in un balletto acrobatico in cui il professore diventa il loro burattino. Ancora, in un dettaglio piccolo in apparenza: i balletti dei film musicali hanno il guaio del finalino: quando smettono rimangono bloccati come statue di sale con un sorriso forzato. In Cantando sotto la pioggia non è così: Don, Cosmo e Kathy finiscono il ballo e la canzone, ma non rimangono bloccati, si mettono a ridere rovesciando il divano.

Cyd Charisse nel cast non ha nome, è designata come "Dancer", non fa parte della storia del film. Gene Kelly, quando c'è la Dancer, sembra un po ' imbarazzato. Il primo motivo è banale, ma la carne è debole anche qui. Gene Kelly non era alto di statura, e trovarsi con Cyd Charisse le cui gambe da sole rischiano di essere più lunghe di lui, deve essergli costato, e vabbè. Poi c'è il motivo che Cyd Charisse è bravissima e lui non si può atteggiare a centro del mondo, sono almeno au pair, e anche questo è abbastanza ovvio. Ma c'è un terzo motivo: la debolezza del sesso maschile di fronte a certa femminilità che non a caso è espressa da Cyd Charisse rassomigliante a Louise Brooks: la donna Maga, la donna Regina della Notte. Questa fragilità maschile esiste, e le donne più avvedute la sanno. Che anche questo argomento sia entrato in un film musicale il cui primo scopo era di fare soldi divertendo è un'altra prova della felice risonanza in cui tutti si trovarono nel 1952, molto presto fra l'altro: certe soluzioni di scene, di colori, di abiti, di gesti divennero di uso diffuso solo qualche decennio dopo, proprio quando il musical come genere era finito. Anche per questo Cantando sotto la pioggia è un film unico. E il tormentone del Singin' in the Rain? Non è più un tormentone, visto dentro il film è un episodio molto bello, diverso ma alla pari con altri episodi egualmente belli.

giovedì 24 maggio 2007

Sette spose per sette fratelli

Seven Brides for Seven Brothers di Stanley Donen (1954) Sceneggiatura di Stephen Vincent Benet, Albert Hackett, Frances Goodrich, Dorothy Kingsley Con Howard Keel, Jane Powell, Jeff Richards, Russ Tamblyn, Jacques d'Amboise, Julie Newmar Musica: Gene de Paul Fotografia: George J. Folsey Coreografia: Michael Kidd (102 minuti) Rating IMDb: 7.2
Solimano
La MGM pensava, con Sette spose per sette fratelli, di realizzare un B Movie, quindi tagliò il budget a vantaggio di “Brigadoon” (qualcuno lo ricorda?) e Stanley Donen dovette arrangiarsi, così usò di frequente fondali dipinti invece che panorami naturali, ridusse i tempi di lavorazione riuscendo a fare il film in 48 giorni, di cui ben tre settimane furono dedicate allo costruzione dello chalet - con danza e rissa. Fra i maschi assunse anche un acrobata, il prodigioso Gedeone di Russ Tamblyn che aveva vent’anni, un giocatore di baseball, un attore, Beniamino il bello, difatti non lo si vede mai ballare, si arrangiò insomma, inventando pure le capigliature rosse dei fratelli Pontipee per distinguerli dai cittadini. Ci furono persino problemi di autocensura perché una canzone faceva "A man can't sleep when he sleeps with sheeps" e non sembrava bello. Come ultimo bacio in fronte della fortuna, ci fu il Cinemascope, adattissimo per tutte le scene movimentate.

Un prodigio che costò poco, non solo, fu il film a dare origine al musical, non viceversa, come avveniva di regola. Il musical lo fanno ancora in tutto il mondo e non andrei a vederlo neanche se mi pagassero: troppa sarebbe la delusione rispetto al film. Naturalmente, anche Howard Keel, Adamo, quello che canta le canzoni e che apre il buco nella siepe sposando Milly, fece la sua parte, e la fece soprattutto la Milly di Jane Powell , non solo cantando da sopranino, ma recitando e tenendo in riga i sei rozzi Pontipee, e in più il marito Adamo. E le musiche, le canzoni, che non ci si stanca mai di sentirle, quelle allegre e quelle malinconiche. Ma soprattutto la danza! Michael Kidd, il coreografo, è quello a cui va il grazie più vero. Danza acrobatica, danza di corteggiamento, danza di lavoro, di rissa, d’amore, danza perfino triste - una danza alla moviola. Oltre alla danza, c’è anche il mito delle Sabine, un mito grande e vero, per millenni le cose hanno funzionato in quel modo, e finirà che come Scrittore metterò nelle etichette Plutarco, è lui il primo ad aver raccontato la storia delle Sabine nella Vita di Romolo.
Quando il film lo vidi per la prima volta, non sapevo nulla di etologia, ora che qualcosa ho imparato, quindo colgo nel ballo e nel comportamento dei Pontipee fra di loro, con le ragazze, con i rivali cittadini una esatta e istintiva correlazione con diverse osservazioni antropologiche ed etologiche, tranne qualche inevitabile carineria: questi film a basso budget avevano la finalità di fare soldi, ed ogni argomento utile non andava trascurato. Il che non è di per sé un male: un atteggiamento meno attento ai soldi avrebbe forse portato un maggior narcisismo del coreografo, del musicista e degli attori. Visto a tanto tempo di distanza, ci si accorge di qualcosa di caduco, nelle mossette, nelle esagerazioni, persino in certe musiche. Ma quello che resta basta ed avanza, si tornerà a rivederlo, prima o poi. Russ Tamblyn decollò come ballerino in questo film, sette anni dopo la parte di Riff, il capo dei Jets in West Side Story, sarebbe stata sua. Io continuo a preferirlo qui come Gedeone, il fratello più giovane, più sventato, più sveglio, e quello che balla meglio di tutti. Come donna, l’incantevole mora che sta con Beniamino, bel tenebroso che ballare non sa.