Mignon è partita, di Francesca Archibugi (1988) Sceneggiatura di Francesca Archibugi, Gloria Malatesta, Claudia Sbarigia Con Stefania Sandrelli, Jean-Pierre Duriez, Leonardo Ruta, Céline Beauvallet, Francesca Antonelli, Lorenzo De Pasqua, Eleonora Sambiagio, Daniele Zaccaria, Massimo Dapporto, Micheline Presle Musica: Roberto Gatto, Battista Lena Fotografia: Luigi Verga (100 minuti) Rating IMDb: 6.6
Solimano
Questo film, che è il primo di Francesca Archibugi, l'avevo visto anni fa, e ne avevo riportato una impressione diversa da quella che ho avuto in questi giorni. Mi sembra che l'Archibugi e con lei le altre due sceneggiatrici, abbiano commesso l'errore che si fa agli inizi: voler dire tutto subito e dire invece troppo, perdendo così di vista dei nessi che darebbero solidità. Di per sé, sono problemi veri, questo non è certamente un film filisteo.
Il tema dei rapporti personali nella famiglia Forbicioni, che regge solo perché l'alternativa di non reggere non la vogliono neanche prendere in considerazione, è un tema serio, che impone delle scelte. I comportamenti che ne derivano sono ambigui: c'è spirito di sacrificio o semplice vigliaccheria? E invece sembra che Laura (Stefania Sandrelli) si lasci trascinare dai piccoli eventi quotidiani, tradita dal marito Federico (Jean-Pierre Duriez), che fa il libraio ed ha una amante giovane e malinconica, la sua impiegata nella libreria. Lo sanno tutti, compresi i figli, salvo ovviamente l'ultimo che ha diciotto mesi. E' una gara dura se sia più triste il matrimonio o l'adulterio, mettendoci per sovrappiù il tentato adulterio -un po' di rivalsa- di Laura col cognato Aldo (Massimo Dapporto). Una stanchezza sentimentale e forse anche sessuale a quarant'anni è difficile da rappresentare, ci vorrebbe più crudezza di visione. La regista è animata da sentimenti più buonisti che buoni, comunque difficili da spendere in situazioni in cui ci vorrebbe una scossa dolorosa piuttosto che una tristezza cronica che ha al capezzale ben cinque figli.
Poi c'è il tema della scuola, col ragazzo tredicenne Giorgio (Leonardo Ruta) che è intelligente, appassionato per la lettura, ma è rimasto affezionato alla vecchia insegnante che ora è malata, e Giorgio si mette in urto con l'insegnante che ne ha preso il posto. E qui, ogni volta che vedo un film italiano ambientato nella scuola, mi chiedo se sia proprio così difficile che le aule non diano quell'impressione di trascuratezza, con i ragazzi in preda ad uno svaccamento generale. Se è così, siamo messi veramente male, e non si dica che mancano i soldi, che gli stipendi sono scarsi, le riforme non attuate. Saranno tutte cose vere ma deve essere dura sia per ragazzi che per le insegnanti passare le ore insieme. Il lavoro ha una sua ragione molto semplice: se ci si crede, a quel lavoro, si finisce per farlo bene e starci bene. Generalmente, quando uno svolge un lavoro che non gli piace, lo si vede benissimo anche nel tempo libero: è perennemente scontento di sé, fatica ad accorgersi di qualsiasi cosa che abbia un che di positivo.
Il tema centrale del film è difficile e coinvolgente: l'amore adoloscenziale. Giorgio, che ha tredici anni, si innamora della cugina Mignon (Céline Beauvallet) che ne ha quindici. Mignon è cresciuta in Francia, la sua famiglia era più ricca rispetto a quella di Giorgio ma adesso il padre ha dei problemi con la giustizia e per un po' di tempo Mignon è ospite dei Forbicioni di Roma. Finirà che Mignon preferirà a Giorgio un ragazzo più grande di età, Cacio (Lorenzo De Pasqua), uno che legge meno libri di Giorgio, un po' borgataro, come dicono a Roma.
Francesca Archibugi non fa così, tratta il tema seriamente, peccato che abbia forzato la situazione scegliendo fasce d'età ed interpreti che confermano il teorema prima della dimostrazione. Giusta invece la conclusione della storia: Mignon se ne tornerà in Francia raccontando la balla che è incinta di Cacio ( ma non si poteva scegliere un nome meno ridicolo?) e Giorgio comincerà a capire come vanno le cose, e soprattutto a vedere sé in rapporto alle persone. Giorgio potrebbe chiudere con la frase finale che dice Zazie, la ragazzina incantevole e acuta del libro di Queneau: J'ai vieilli.
