domenica 25 maggio 2008

Stalker (2)

Stalker (id) (1979) Regia: Andrej Tarkovskij. Dal racconto «Picnic sul ciglio della strada» di Arkadij e Boris Strugackij. Sceneggiatura: Arkadij e Boris Strugackij. Versi di Fjodor Tjutcev e Arsenij Tarkovskij. Fotografia: Aleksandr Knjazinskij. Musica: Eduard Artemev (e brani dal Bolero di Ravel e dalla Nona sinfonia di Beethoven). Interpreti: Aleksandr Kajdanovskij (lo Stalker), Anatolij Solonicyn (lo scrittore), Nikolaj Grinko (lo scienziato), Alisa Frejndlich (la moglie dello Stalker), Natasha Abramova (la figlia), F. Jurna, E. Kostin, R. Rendi; produzione: Mosfil'm (Secondo Gruppo Artistico); direttore della produzione: L. Tarkovskaja; durata: 161' Rating IMDb: 8.2

Giuliano
Una stanza, all'interno di una Zona proibita dove è successo qualcosa che le autorità non sanno o non vogliono spiegare, presidiata da imponenti misure di sicurezza; e due uomini che cercano di raggiungerla, con l'aiuto di una misteriosa guida. E' il soggetto di “Stalker”, uno dei film più belli di Andrej Tarkovskij, uscito nel 1979. Tarkovskij partì da un racconto di fantascienza dei fratelli Strugatzkij, che si rifaceva in modo evidente al meteorite caduto su Tunguska, in Siberia; ma ne trae una storia molto più profonda e spesso impressionante. Innanzitutto per la figura del protagonista, che è lo stalker del titolo, interpretato da Aleksandr Kajdanovskij.

Stalker è una parola inglese, che viene da to stalk, verbo che indica un particolare tipo di camminare ("inseguire furtivamente la selvaggina", specifica il mio dizionario), e la stanza nel cuore della Zona è un luogo dove si realizzano i nostri desideri. Ma non i nostri desideri coscienti, come scoprirà uno dei due "esploratori", bensì quelli più profondi e inaspettati. Cosa si nasconde dentro il nostro cuore? Che cosa vogliamo, veramente? Un altro stalker è entrato nella stanza, e poi si è suicidato, si racconta nel film: voleva salvare il fratello perduto nella Zona, ma ne è uscito ricco sfondato, pieno di soldi. Non ha retto di fronte alla sua vera natura, una rivelazione inaspettata del Sé più profondo. Questo e molto altro contiene il film, che vive sulle immagini e non sulle parole, come quasi sempre succede in Tarkovskij; un film non raccontabile se non in alcuni suoi momenti.
Bisognerebbe vederli, i film di Tarkovskij: ma lui non faceva molto per farsi piacere. Ha girato film classificati come fantascienza, come questo e il precedente “Solaris”, ma si capisce da subito che della fantascienza non gli importava nulla; gli capita di essere di una sciatteria irritante, eppure è un maestro del cinema fin dai suoi esordi (Andrej Rubliov, del 1966) e ne conosce ogni segreto. Tarkovskij depista lo spettatore, i suoi personaggi imbastiscono lunghi discorsi filosofici che sono subito cancellati da apparizioni misteriose, i fenomeni atmosferici sono più importanti dei discorsi, ogni sua sequenza è come un quadro, ed è incantato da Leonardo. Non si può raccontare Tarkovskij: ed oggi è quasi impossibile vederlo, a meno di ricorrere al dvd o alle cassette. Trovarle però non è facile: la censura di mercato è ben presente e molto forte, da questo punto di vista credo che i film di Tarkovskij circolassero più facilmente in Unione Sovietica. Ed oggi non si insegna più a guardare, né tantomeno ad avere pazienza.

Il film comincia con lo Stalker a casa sua, con la moglie e la figlia, una bambina malata (forse per l’effetto della Zona), e misteriosa. La bambina ha dei poteri sovrannaturali, riesce a spostare gli oggetti guardandoli: però non cammina, il padre è costretto a portarla in spalla.
Prosegue, in un bianco e nero virato e inquietante, dentro il bar dove i tre protagonisti si ritrovano. C’è anche una donna, portata dallo scrittore; ma lo Stalker la scarta subito, e la donna se ne va via offesa, dando dello stupido allo Scrittore che l’ha fatta venire fin lì. E’ una donna elegante, vivace e curiosa, ha una bella macchina. Forse per lei la Zona era solo un’emozione da raccontare alle amiche, qualcosa come una seduta spiritica.

Da qui in avanti comincia qualcosa che somiglia ad un film d’azione, l’entrata nella Zona, su una vecchia jeep, è contrassegnata da scontri con militari e raffiche di mitra. Non è facile, entrare nella Zona; e qui la lettura politica è più che giustificata, vista la situazione storica. Ma va detto che anche entrare nella Vita non è facile...
Il meteorite, o quel che era, è caduto vent’anni prima; cominciò a sparire la gente, la Zona venne recintata, poi si sparse la voce dell’esistenza della Stanza. La Stanza è dove si avverano i desideri, quelli più intimi che nemmeno noi conosciamo.

All’ingresso nella Zona colpiscono i colori scelti da Tarkovskij: colori molto marcati, verdi pieni, saturi, forti, irreali per troppo realismo. La Zona è ricca d’acqua, questi verdi così intensi ne sono la testimonianza.
Al minuto 55 lo Stalker spiega qualcosa: La Zona è forse un regalo, o forse un avvertimento che ci è stato dato. Ci sono stati altri Stalker, il più famoso è quello che tutti chiamavano “Maestro” e che solo in seguito, dopo l’incidente nel quale morì il fratello, gli venne affibbiato quel soprannome: il Porcospino. Il Maestro era diventato intrattabile, scorbutico; la Zona gli aveva rivelato il suo vero carattere, e non si era piaciuto.
Come dice un grande poeta inglese:
God's must deep decree
bitter would have me taste:
my taste was me.
(Gerald Manley Hopkins, 1844-1889)
( la più oscura sentenza di Dio volle che assaporassi l'amaro sapore: quel sapore ero io.)
(versione di P.Valduga)
La storia la conosciamo già: il Porcospino si recò nella Stanza, chiese la salvezza per il fratello perduto, ne tornò ricco a palate, i soldi gli spuntavano da tutte le parti. Non resse alla rivelazione, si tolse la vita.
Al minuto 64 ascoltiamo la prima delle tre poesie che Tarkovskij ha messo nel film. E’ una poesia di Arsenij Tarkovskij, padre del regista e grande poeta russo.
... che si avverino i loro desideri... che possano crederci,
e che possano ridere delle loro passioni!
Infatti, ciò che chiamiamo passione in realtà non è energia spirituale,
ma solo attrito tra l'animo e il mondo esterno.
E, soprattutto, che possano credere in se stessi,
e che diventino indifesi come bambini:
perchè la debolezza è potenza,
e la forza è niente.
Quando l'uomo nasce è debole e duttile,
quando muore è forte e rigido.
Così come l'albero, mentre cresce, è tenero e flessibile,
e quando è duro e secco, muore.
Rigidità e forza sono compagni della morte;
debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell'esistenza.
Ciò che si è irrigidito non vincerà.
( Arsenij Tarkovskij )

Quando nasce, l’uomo è tenero e debole; quando muore è duro e rigido (forte)
(Tao te ching, LXXVI)
I desideri più veri e più puri si realizzano sempre, me lo ha confermato spesso la mia esperienza.
(M.K.Gandhi, autobiografia, pag.149 ed. Newton Compton)


Parigi nel cinema: Ultimo tango a Parigi (2)

Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci (1972) Sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, Franco Arcalli, Agnès Varda Con Marlon Brando, Maria Schneider, Jean-Pierre Léaud, Maria Michi, Giovanna Galletti, Catherine Allegret, Luce Marquand, Catherine Breillat, Massimo Girotti Musica: Gato Barbieri Fotografia: Vittorio Storaro (136 minuti) Rating IMDb: 7.0
Solimano
Nell'immagine sopra al post Jeanne (Maria Schneider) sta telefonando da un bar al fidanzato Tom (Jean-Pierre Léaud): il bar è il Kennedy Eiffel Bar nell'Avenue du President Kennedy, quindi molto vicino al quartiere di Passy dove c'è l'appartamento in cui si incontrano Paul (Marlon Brando) e Jeanne.

Molti forse non ricordano che c'è un episodio del film in cui Jeanne porta Tom nell'appartamento (naturalmente quando è assente Paul): lei è entusiasta mentre a Tom l'appartamento non piace. Nell'immagine qui sopra, l'ombra scura dietro Jeanne è Tom. Questo accade quando si rovesciano le parti fra Jeanne e Paul. Prima era lui che mancava agli appuntamenti e che non voleva che si dicessero i loro nomi. Ora Paul racconta di sé, del suo lavoro (ha un albergo piccolo e malfamato), di sua moglie che si è appena suicidata. Più racconta di sé più Jeanne cerca di sfuggirgli, programma addirittura il matrimonio con Tom.


E così, ancora sul ponte di Bir-Hakeim, è Paul che insegue Jeanne, e anche quando la raggiunge, lei ha quasi del tutto perso ogni voglia di proseguire la storia.


Si ritrovano insieme per l'episodio che dà il nome di Ultimo tango al film. Il locale esiste ancora, anche se trasformato. E' la Salle Wagram in Avenue Wagram al numero 39, non lontano da l'Arc de Triomphe.




Dopo l'uscita dalla Salle Wagram ha luogo il vero e proprio inseguimento di Paul, anche di corsa, ogni tanto con qualche esitazione. I due non sanno bene che fare: Paul è tentato di rinunciare, Jeanne di aspettarlo. Non ho individuato i nomi delle strade, ma sono certo di averne viste alcune, credo che si tratti ancora del quartiere di Passy.

Finché arrivano alla casa di Jeanne, quella dove la ragazza vive col padre colonnello. Paul riesce ad entrare in casa, Jeanne afferra la pistola e spara un solo colpo. Paul non cade, ma va sulla terrazza e contempla per l'ultima volta il paesaggio di Parigiì. E' un paesaggio del tutto anonimo, fitto di antenne televisive.

Subito dopo si vede Jeanne che sta telefonando alla polizia. Sullo sfondo si scorge la porta-finestra aperta che dà sul terrazzo. Sfuocata appare la sagoma rannicchiata di Paul, ormai disteso sul pavimento, e sfuocata è anche l'immagine di Parigi, quella che ha appena visto Paul (immagine qui sotto).

sabato 24 maggio 2008

Parigi nel cinema: Ultimo tango a Parigi (1)

Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci (1972) Sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, Franco Arcalli, Agnès Varda Con Marlon Brando, Maria Schneider, Jean-Pierre Léaud, Maria Michi, Giovanna Galletti, Catherine Allegret, Luce Marquand, Catherine Breillat, Massimo Girotti Musica: Gato Barbieri Fotografia: Vittorio Storaro (136 minuti) Rating IMDb: 7.0
Solimano
All'inizio del film Paul (Marlon Brando) e Jeanne (Maria Schneider) non si conoscono ancora, però camminano entrambi per la stessa strada. E' una zona di Parigi in cui il metrò esce all'aperto e diventa per un breve tratto una sopraelevata, come si vede nell'immagine piuttosto buia che inserisco sopra il post.


Jeanne e Paul stanno camminando entrambi sulla strada pedonale del ponte Bir-Hakeim, che congiunge l'arrondissment Bir-Hakeim (numero 15) all'arrondissment Passy (numero 16). Ai lati della strada pedonale ci sono due corsie per le autovetture. I grandi piloni che si vedono nelle immagini sorreggono la linea del metrò, le cui due stazioni più vicine prendono appunto il nome da Bir-Hakeim e da Passy. Paul è perso nei suoi pensieri, ogni tanto si ferma e non si accorge di Jeanne, che invece lo nota perché ha un atteggiamento strano. Senza saperlo, stanno andando entrambi nello stesso posto: un appartamento da affittare.

L'appartamento è molto vicino al ponte, si vede Jeanne che è appena arrivata e sta guardando il palazzo dove all'ultimo piano c'è l'appartamento. C'è anche la targa stradale: c'è scritto Rue Jules Verne, ma in realtà è Rue d'Alboni, al numero 1. Jeanne e Paul si conosceranno, come tutti sanno, all'interno dell'appartamento.

Più tardi, vediamo Jeanne sul marciapiedi di una stazione non del metrò ma ferroviaria (non so esattamente qual è). Deve arrivare il suo fidanzato Tom (Jean-Pierre Léaud) che sta girando un piccolo film in cui ha una parte anche Jeanne. Non ci sono altre immagini di Paul perché con Jeanne per il momento si incontra nell'appartamento.

Ecco il ponte Bir-Hakeim, con una luce più chiara di di quella della immagine in alto. Jeanne infatti si sposta in continuazione: nell'appartamento si incontra con Paul, mentre quasi sempre si vede con Tom fra un treno ed un metrò.

Difatti nell'immagine c'è Tom ripeso di spalle che è andato a prendere Jeanne ad una stazione del metrò, che è facile da individure: è la stazione Nation, che è in una zona diversa di Parigi, dalle parti di Place de la République.

E qui sotto ci sono Jeanne e Tom che fanno i fidanzatini romantici in un posto di Parigi che hanno raggiunto col metrò. Quale sia la zona non lo so, credo che sia piuttosto lontana del centro di Parigi, ed evidentemente Bernardo Bertolucci ha scelto una location abbastanza diversa, un po' da innamorati di Peynet (perché gli inammorati stile Bertolucci sono invece Jeanne e Paul).
(continua)

venerdì 23 maggio 2008

L'invenzione di Morel (3)

- L’invenzione di Morel, romanzo di Adolfo Bioy Casares
(1940, Buenos Aires)
- L'invenzione di Morel, film del 1974. Regia di Emidio Greco. Sceneggiatura di Emidio Greco e Andrea Barbato, dal romanzo di Adolfo Bioy Casares. Fotografia di Silvano Ippoliti. Musica di Nicola Piovani. Costumi di Gitt Magrini. Con Giulio Brogi, Anna Karina, John Steiner, Anna Maria Gherardi, Ezio Marano. Durata: 90’ Rating IMDb: 6.8
Giuliano
- ... credo che perdiamo l'immortalità perché la resistenza alla morte non ha subito alcuna evoluzione; ogni suo perfezionamento insiste sulla prima idea, rudimentale: mantenere vivo tutto il corpo. Bisognerebbe cercare soltanto la conservazione di ciò che interessa la coscienza.
(Adolfo Bioy Casares, L’invenzione di Morel. Traduzione di Livio Bacchi Wilcock, edizione Bompiani 1974, pag.32)

Nelle puntate precedenti abbiamo visto come il nostro naufrago, un profugo politico sbarcato su un’isola deserta e fuori dalla rotte navali, si trovi d’improvviso in mezzo a molte persone eleganti, sorte improvvisamente come dal nulla. Queste persone sembrano ignorare completamente il naufrago, come se fosse invisibile, come se appartenessero a un altro mondo; e spariscono improvvisamente, così come sono venute.
Il fenomeno si ripete molte volte, misteriosamente. Un po’ alla volta, l’uomo prende confidenza con le apparizioni, che sembrano ripetere gli stessi gesti e gli stessi percorsi. L’uomo è molto colpito da una giovane donna, Faustine; cerca di entrare in contatto con lei ma non ci riesce. Anche Faustine si comporta come gli altri, lo ignora completamente; è come se vivesse in un altro mondo, eppure è lì viva e presente. Cosa succede?
Per cercare di capire, il naufrago (interpretato da Giulio Brogi) segue Morel, l’uomo a cui tutti sembrano far riferimento. Dopo qualche tempo, finalmente arriva ad assistere alla riunione nella quale Morel spiega tutto ai suoi ospiti.

Dai dialoghi del film di Greco mi ero segnato, a suo tempo, questi appunti:
1- Morel: (...) una volta riuniti tutti i sensi, sorge anche l'anima?
2- Morel: (...) l'influenza del futuro sul passato (...)
3- Morel: (...) non dimentichiamoci che, nella nostra incapacità di vedere, i movimenti del prestigiatore si convertono in magia. Quante volte noi stessi abbiamo interrogato il destino degli uomini, mosso le vecchie domande: dove andiamo? Dove aspettiamo, come musiche mai udite in un disco, finché non ci comandano di uscire?
4- Brogi, a Faustine: (...) Quando mi preoccupava la persecuzione poliziesca, le immagini di quest'isola si muovevano come i pezzi degli scacchi, seguendo un piano strategico per catturarmi... Devo convincermi che non ho bisogno di fuggire. Le immagini mi spaventano, ma mi proteggono. Non potrò mai ripartire. Il viaggio è irripetibile, la mia barca è putrefatta e io non posso fabbricarne un'altra. Nessuna nave oltrepassa l'orizzonte, se non quella vostra: che non esiste...
Questi invece sono i dialoghi originali, dal libro di Adolfo Bioy Casares. Va detto che Morel viene descritto come un uomo con la barba; Greco invece lo affida John Steiner, un attore che è del tutto diverso dall’idea che ci si farebbe leggendo il libro.
- L'influenza del futuro sul passato, - disse Morel, con entusiasmo e quasi sottovoce.
(traduzione di Livio Bacchi Wilcock, edizione Bompiani 1974, pag.63

Morel tese le braccia e disse con parole mozze:
- Debbo farvi una dichiarazione.
Sorrise nervosamente:
- Niente di grave. Per non cadere in inesattezze, ho deciso di leggere. Ascoltate, per favore. (...) Dovrete perdonarmi questa scena, prima fastidiosa, poi terribile. La dimenticheremo. Questo, nonché la buona settimana che abbia vissuto, finirà col toglierle importanza. Avevo pensato di non dirvi nulla. Vi avrei risparmiato un'inquietudine molto naturale. Avrei disposto di voi tutti, fino all'ultimo istante, senza ribellioni. Ma siccome siete miei amici, avete il diritto di sapere.
In silenzio muoveva gli occhi, sorrideva, tremava; poi continuò con impeto:
- Il mio abuso consiste nell'avervi fotografati senza il vostro permesso. E' chiaro che non si tratta di una fotografia come le altre; è la mia ultima invenzione. Noi vivremo in quella fotografia,sempre. Immaginatevi un palcoscenico nel quale venisse recitata, integralmente, la nostra vita durante questi sette giorni. Noi stiamo recitando. Tutti i nostri atti sono rimasti registrati.
- Che spudoratezza! - gridò un uomo con baffi neri e denti sporgenti.
- Spero che sia uno scherzo - disse Dora.

Faustine non sorrideva. Sembrava indignata.
- Avrei potuto dirvi, appena arrivati: “Vivremo per l'eternità”. Forse avremmo rovinato tutto, nello sforzo di mantenere una continua allegria. Ho pensato: qualunque sia la settimana che passeremo insieme, sarà piacevole soltanto se non ci sentiremo costretti a occupare bene il nostro tempo. Non è stato cosí? Allora vi ho dato un'eternità piacevole. E' vero che le opere degli uomini non sono perfette. Qui mancano alcuni dei nostri amici. Claude si è giustificato: sta lavorando all'ipotesi, sotto forma di romanzo e trattato teologico, di un disaccordo fra Dio e l'individuo; ipotesi che sembra efficace per rendersi immortale e che perciò non vuole interrompere. Madeleine non andava in montagna da due anni; deve pensare alla sua salute. Leclerc aveva promesso di accompagnare i Davies in Florida.-
Aggiunse:
- Il povero Charlie, naturalmente..."

Dal tono della voce, piú marcato su povero, dalla muta solennità, dai cambiamenti di posizione con rumore di sedie mosse, dedussi che quel Charlie era un morto; per essere piú esatto: un morto recente. Morel disse poi, quasi volesse consolare l'uditorio:
- Ma l'ho qui con me. Se qualcuno vederlo, posso mostrarglielo. Fu uno dei miei primi provini riusciti.
Si soffermò. Credo che si rese conto del cambiamento d'umore avvenuto nella sala, ( prima erano passati da una noia affabile all'afflizione, con una sfumatura di rimprovero per il cattivo gusto di introdurre un morto in mezzo scherzo; adesso erano tutti perplessi, quasi inorriditi).

Tornò in fretta ai fogli gialli:
- (...) Quando misi a punto la mia invenzione mi venne l'idea, prima come un semplice argomento sul quale esercitare l'immaginazione, poi come un incredibile progetto, di dare una realtà perpetua alla mia.fantasia sentimentale... Il fatto di credermi superiore, e la convinzione che sia piú facile conquistare una donna che fabbricare cieli, mi consigliarono di agire spontaneamente. Le speranze di conquistarla sono ormai un ricordo; non ho piú la sua fiduciosa amicizia; non ho piú il sostegno, il coraggio per affrontare la vita. Conveniva seguire una tattica. Fare dei piani.
(Morel cambiò voce, come se volesse cancellare la gravità che avevano diffuso le sue parole)
- In principio pensai alla convenienza di venircene qui da soli (impossibile: non l'ho piú vista sola da quando le ho confessato i miei sentimenti) o di rapirla (saremmo rimasti a litigare eternamente). Si noti che, questa volta, non vi è alcuna esagerazione nella parola eternamente.
Lesse molto diversamente questo paragrafo. Disse - mi sembra - che aveva pensato di rapirla e provò a fare qualche scherzo.
- Adesso vi spiegherò la mia invenzione.
(Adolfo Bioy Casares, L’invenzione di Morel. Traduzione di Livio Bacchi Wilcock, edizione Bompiani 1974, pag.104)

(continua)

La scrittura ai tempi del computer


Roby

I miei dottissimi compagni di blog, Solimano e Giuliano, hanno già abbondantemente sviscerato la questione dei diritti dell'autore (e del lettore), della pirateria in rete e del piacere di scrivere, di leggere e di leggersi. Molto incautamente -bisogna riconoscerlo- essi hanno espresso l'auspicio di vedermi fare altrettanto, senza dubbio inconsci del rischio cui si esponevano. Sarò tuttavia magnanima, aggiungendo alle loro solo un paio di mie osservazioni, dettate dal ben noto e dichiarato amore per l'antichità, più o meno classica.








La comunicazione scritta delle proprie idee, dei propri sentimenti, delle proprie esperienze non è certo una scoperta odierna. A beneficio di chi lo avesse dimenticato, vorrei ricordare che tavolette cerate, rotoli di papiro, codici di pergamena e fogli di carta esistono da svariate migliaia di anni, e che da migliaia di anni c'è qualcuno che incide, traccia, dipinge o verga gruppi di parole -riunite in modo da avere un senso compiuto- affinchè qualcun altro possa leggerle e trarre da esse insegnamento, svago, emozione, riflessione.




Lo facevano gli scribi egizi, le poetesse pompeiane, gli amanuensi medievali, usando ognuno lo strumento scrittorio ed il supporto proprio del suo tempo, trascorrendo ore ed ore chi accovacciato sulla sua stuoia, chi ripiegato sul suo leggìo, chi chino sul suo tavolo. Dopodichè, il risultato delle loro fatiche veniva affidato ai media dell'epoca (corti reali, scuole filosofiche, circoli culturali, imperatori mecenati), che s'incaricavano di diffonderli -in modi e tempi ragionevolmente meno convulsi di quelli attuali- in tutto il mondo allora conosciuto: cioè, grosso modo, nell'area del Mediterraneo e tutt'al più del Vicino Oriente.








Certo, nell'antichità non esistevano problemi di copyright. Virgilio stesso, tanto per non fare nomi, attinge dichiaratamente da Omero e dall'epica greca -proprio come gli scultori romani copiavano magistralmente le statue ellenistiche- col nobile (e interessato) scopo di glorificare la stirpe di Augusto, suo protettore: nessuno ci trovava niente da ridire, anzi, l'abilità stava proprio nel reinterpretare lo stesso tema reinventandolo e riadattandolo di volta in volta alla propria sensibilità. I lettori non brontolavano, vedendosi rifilare la solita minestra riscaldata, e da un secolo all'altro si appassionavano alle stesse beghe fra dèi, eroi, guerrieri e schiave rapite.





Ma ora mi accorgo che sto diventando noiosa e prolissa, anche se voi, per educazione, state lì buoni e zitti e continuate a leggermi senza protestare, tutt'al più sollevando un sopracciglio come a chiedervi: Ohibò, dove vorrà andare a parare Roby con tutto questo?


Ebbene, per tornare al titolo del post: il fatto, o meglio I fatti sono due:


1. da quando -all'incirca all'età di sei anni- ho scoperto l'esistenza di matite, pennini e biro, nonchè l'uso che se ne poteva fare, non ho più smesso di scrivere scrivere scrivere scrivere, dovunque e comunque, ricavandone spesso una sensazione di inebriante (seppur effimera) onnipotenza. Con una penna ed un quaderno nuovo, potevo trasformarmi nell'eroina che preferivo, potevo conquistare il ragazzino che volevo, potevo rispondere a tono alla professoressa più terribile e ridurre al silenzio la compagna di scuola più pettegola. In una parola, SULLA CARTA IO POTEVO ESSERE QUELLA CHE NON ERO!





2. la seconda scoperta fondamentale nella mia vita di scrittrice è stato il COMPUTER, e -per essere più precisi- il computer collegato a internet. Realizzare all'improvviso che ero in grado di scrivere digitando su una tastiera (senza per questo tradire i miei trascorsi papirologici), entrando in tal modo in subitaneo e reciproco contatto con un intero mondo al di là del video fu una rivelazione pari -per me- al ritrovamento del Santo Graal per Indiana Jones. IO scrivevo, ALTRI mi leggevano e talvolta mi rispondevano, poi io leggevo loro e li commentavo... e via così, in un tripudio di blog, post, link, quote, ecc. ecc.





Che farei, oggi, senza il mio adorato mouse, il mio pc già piuttosto vecchiotto, i miei tasti su cui le vocali A, E, I e O sono già pressochè scomparse, consumate dall'uso? Venero, è vero, l'età aurea dell'Egitto faraonico: ma quanto inchiostro a base di nerofumo e resina, quanti calami faticosamente appuntati e quanti fogli di papiro pazientemente seccati al sole mi sarebbero stati necessari per inviare a ciascuno di voi il testo che ho appena digitato e che fra poco posterò? Senza contare l'esorbitante spesa indispensabile ad assoldare messaggeri sufficienti a raggiungervi dove risiedete -e cioè ai quattro angoli del globo- oltre al tempo inevitabilmente da trascorrere in attesa di un vostro eventuale commento, positivo o negativo che fosse o che sia.





Giorni, settimane, mesi interi passati a scrutare l'orizzonte, laddove le piramidi si stagliano superbe contro il sole che tramonta, mentre i sacri ibis si levano in volo sulle acque del Nilo che pigramente scorre... Per Amon-Ra, sai che 2palle!!!!! Oooops, scusate: mi è scappato!


E adesso, salvo e pubblico. Come sempre, da un anno a questa parte, al vostro buon cuore...



PS: Credo che l'immagine della Amerigo Vespucci possa costituire un ottimo viatico per veleggiare in rete senza perdere la bussola, mantenendo intatti quel fascino e quell'aplomb necessari a conquistare i selvaggi più diffidenti, a beffare i pirati più temibili e a raggiungere sani e salvi i porti più lontani.


giovedì 22 maggio 2008

I caratteri nel cinema: La signorina Silvani

Fantozzi, di Luciano Salce (1975) Dal libro di Paolo Villaggio, Sceneggiatura di Leonardo Benvenuti, Piero Bernardi, Luciano Salce Con Paolo Villaggio, Anna Mazzamauro, Gigi Reder, Giuseppe Anatrelli, Umberto D'Orsi, Liù Bosisio, Dino Emanuelli, Plinio Fernando, Paolo Paoloni, Elena Tricoli, Pietro Zardini, Iolanda Fortini Musica: Franco Bixio, Fabio Frizzi, Vince Tempera Fotografia: Erico Menczer (108 minuti) Rating IMDb: 8.2
Solimano
Nel 1975, la signorina Silvani (Anna Mazzamauro) è impiegata in una grande ditta il cui nome riassume efficacemente i settori di mercato a cui la ditta si rivolge. E' un nome un po' lungo, quindi preferisco inserire qui sotto la veridica immagine della targa all'ingresso.

La storia della signorina Silvani è anche una battaglia fra dame. La Silvani ha infatti una rivale, la signora Pina Fantozzi (Liù Bosisio).
Per dare una idea delle due personalità, inserisco due immagini, e non dite che la signorina Silvani non la si vede in faccia, avremo modo, l'importante è che dalla camminata se ne comprenda subito il carattere deciso, da donna che sa quello che vuole e soprattutto quello che non vuole.
Mentre la signora Pina, pur abbigliata festevolmente per il Cenone di Capodanno, mostra nello sguardo il suo dubbio segreto: suo marito, il Rag. Ugo Fantozzi (Paolo Villaggio) l'ama oppure no?
L'immagine in alto mostra la Silvani al suo posto di lavoro, una scrivania come tante (c'è anche di peggio), però la signorina è riuscita ad introdurre qualche personalizzazione, difatti la cornetta del telefono è bicolore. La Silvani generalmente veste di rosso, che fa un bellissimo vedere col nero corvino dei suoi capelli.
Aspira giustamente a mansioni ben superiori a quelle che svolge. Ma la consola il sapere di essere donna piacente.

Difatti, la Silvani si è appena seduta alla scrivania che subito viene ad ossequiarla il Fantozzi, restando correttamente in piedi. La Silvani lo guarda al di sopra degli occhiali, ma è solo il suo modo di tenere le distanze sul posto di lavoro. Vedremo in seguito la vera considerazione che la Silvani ha per il Fantozzi. La Silvani ha appeso il cappotto -rosso come il vestito- proprio di fianco alla scrivania e tutto il telefono è bicolore, non solo la cornetta.

Nello stesso ufficio lavora un altro ammiratore della Silvani, oltre alla battaglia fra dame c'è anche una battaglia fra diplomi. Si tratta infatti del Geom. Calboni (Giuseppe Anatrelli), che ha uno stile di corteggiamento tutt'affatto diverso da quello del Rag. Fantozzi. Alla Silvani non sfugge niente e le è ben chiara l'invasione di campo fatta dal Calboni col sedere sulla scrivania. Per stare sul forse che sì forse che no, la Silvani procede ad operazioni di cura personale, che itera di frequente durante l'orario di lavoro. Ci tiene a mostrarsi sempre inappuntabile e a tenersi aperte tutte le opportunità, non si sa mai.

Credo di aver capito che le preferenze della Silvani vadano per il momento al gentile Fantozzi più che all'esuberante Calboni. Poco dopo la Silvani va a trovare il Fantozzi alla sua sfortunata scrivania (proprio sotto le scale), e sta consegnando con le sue mani un polputo raccoglitore contenente lavoro che lei dovrebbe svolgere, e può fidarsi solo del Fantozzi, che le è grato di questo chiaro segno di preferenza.

Il giorno in cui si svolgono le esequie della madre del Mega Direttore Naturale Conte Lamberti, prematuramente scomparsa all'età di 126 anni, la signorina Silvani non veste di rosso, ma un po' di bianco un po' di nero. Darà un ulteriore segno di considerazione al Rag. Fantozzi accettando un passaggio sulla sua automobile Bianchina. Per un malaugurato caso le dita della mano sinistra del Fantozzi rimangono chiuse nella portiera dell'auto, ma doveva essere più rapido nel ritrarle. La Silvani infine udrà le grida sommesse del Fantozzi che si siederà felicemente al posto di guida, pur con qualche dito fratturato.

E' proprio una giornata sfortunata. Tre energumeni guidano pericolosamente, la Silvani li rimbrotta ed i tre malmenano il Fantozzi reinserendolo poi nella Bianchina attraverso lo sbriciolato lunotto posteriore. La Silvani sta sulle sue perché il Fantozzi, durante la rissa con i tre, ha dato la colpa a lei.



Arriva il lungamente atteso Cenone Aziendale di Capodanno, a cui partecipano anche le famiglie dei dipendenti. La Silvani, che è tornata al rosso (scollato per l'occasione), è seduta ad un tavolo con Calboni, però vedete il calore con cui saluta l'arrivo della famiglia Fantozzi. La signora Pina, che si è fatta i capelli di un bellissimo color tiziano, invece di esserne contenta ci rimane male.
Nel corso della serata la Silvani sarà al centro dell'attenzione di tutti, farà anche un ballo col Fantozzi, che purtroppo finirà contro una vetrata. Le ferite però saranno lievi. La serata si conclude presto, alle 10.30, perché gli orchestrali hanno messo avanti gli orologi per andare ad un'altra festa. Gravissimo l'episodio della automobile Bianchina su cui piomberà un frigorifero vecchio buttato da un quinto piano. Il Fantozzi se ne fa subito una ragione, e dice che lascerà la macchina parcheggiata lì.


Anche la mensa aziendale è teatro della lotta amorosa Fantozzi-Calboni. Il Fantozzi chiede con un sorriso di sedersi a fianco della signorina Silvani, ma arriva il Calboni che si siede direttamente, si accende una sigaretta e occupa i posti di fronte con il portachiavi e le mentine. Il Fantozzi si ritrae con signorilità, che certamente la Silvani interiormente apprezza.


Infatti, non molto tempo dopo la signorina Silvani accetta un compromettente invito a cena del Fantozzi. Si tratta di un ristorante giapponese, e la Silvani ha scelto un abbigliamento innovativo, quasi da gheisha (è forse un modo di persuadere il Fantozzi a farsi avanti?). Il Fantozzi sembra proprio un altro uomo: si è rifatto l'abbigliamento e la pettinatura è diversa.
Si direbbe che tutto proceda per il meglio, ma ancora una volta il destino (cinico e baro) infierisce. La Silvani è venuta a cena con il cane barboncino a cui è affezionata, l'ha affidato momentaneamente al Fantozzi che l'ha consegnato al cameriere. Questi ha frainteso le intenzioni, ed ha creduto che si trattasse di gastronomia e non di custodia. Fatto sta che il cane barboncino arriva in tavola arrostito e contornato da verdure confacenti. Questa volta la rottura fra Silvani e Fantozzi pare insanabile, ma mai dire mai.


Eccoli infatti in macchina tutti: Silvani, Calboni e Fantozzi. Stanno salendo verso Curmayeur. Calboni alla guida, Silvani al suo fianco, Fantozzi dietro che prende una buona aria montanina. Si prospetta forse un partouze à trois? Chissà. Silvani e Calboni si muovono socialmente con efficacia, riescono a giungere alla Contessina Alfonsina Serbelloni Mazzanti vien dal Mare (Iolanda Fortini). Ma il Fantozzi si fa intimidire dall'aristocrazia, sembra un corpo estraneo, mentre la Contessina socializza volentieri con Silvani e Calboni, che si godranno la vacanza per conto loro, come si vede nell'immagine in fondo. Mi risulta però che negli anni a seguire il Fantozzi, pur reduce da queste immeritate sfortune, tornerà alla carica chiedendo alla signorina Silvani altri raccoglitori di lavoro da svolgere. La signorina assentirà volentieri, lo so che ha un debole per Fantozzi!

Film, di Samuel Beckett

Film, di Samuel Beckett. Regia di Alan Schneider (1965). Con Buster Keaton, Nell Harrison, James Karen, Susan Reed. Durata: 20 minuti. Rating Imdb: 7,9

Giuliano
“Film” non è un film come lo intendiamo di solito: è un’opera di Samuel Beckett, scritta in forma di film breve, quasi interamente muto, con protagonista Buster Keaton. Non c’è molto da raccontare, somiglia forse ad un sogno e bisogna proprio vederlo; va anche detto che tra il testo scritto e la sua realizzazione (così come tra un sogno e il suo racconto) la differenza è notevole. E’ per questo che ne parlo il meno possibile, vado a prendere il volume “Samuel Beckett: Film” (Einaudi, 1985) e riporto qui l’incontro fra Beckett e Keaton, come lo racconta il regista inglese Alan Schneider. Per il ruolo di protagonista era stato scelto Jackie MacGowran, un attore di teatro che aveva già collaborato molte volte con Beckett; ma l’inizio delle riprese fu rimandato e l’attore non era più disponibile.

(...) Mentre tutti noi, chi piú chi meno, eravamo presi dal panico, Sam reagí a tutti questi avvenimenti con la sua caratteristica elasticità e comprensione. Ricordo che un giorno, durante una telefonata intercontinentale, pose fine alla nostra disperazione per l'improvvisa crisi del cast suggerendo tranquillamente Buster Keaton. Era ancora vivo Buster e in buona salute? (Lo era). Avrebbe accettato di interpretare un lavoro di Beckett? (Alcuni anni addietro gli era stata offerta la parte di Lucky per la versione americana di Godot e l'aveva rifiutata). Il film sarebbe diventato un film di Keaton anziché di Beckett? (Di questo Sam non si preoccupava). Cosí la sceneggiatura fu inviata a Keaton, seguita qualche giorno piú tardi dal primo viaggio del regista ad Hollywood per convincere Buster. (....) Keaton aveva letto la sceneggiatura e non sapeva bene cosa si potesse fare per adattarla cinematograficamente. La sua opinione era che eravamo tutti matti, Beckett incluso. Ma aveva bisogno di denaro, una bella somma per un lavoro di meno di tre settimane, perciò accettava la parte. Sí, si ricordava della faccenda di Godot, ma neanche quello l'aveva capito bene.
Keaton non faceva nessuno sforzo per nascondere la sua generale perplessità. La sceneggiatura non solo non era chiara, confessò, ma non era neppure divertente. A questo punto suggerí qualche maniera particolare di camminare, o lo sketch in cui avrebbe continuato ad affilare una matita che diventava sempre piú piccola. Gli dissi che normalmente non aggiungevamo nulla al materiale di Beckett. Allora mi confidò che ai suoi tempi aveva diretto molti film e non vedeva come questo qui avrebbe potuto durare piú di quattro minuti. Aveva calcolato i tempi: anche se avessimo allungato la pantomima del cane e del gatto, che non era poi cosí male. Avrebbe fornito volentieri - dietro compenso - qualche idea. Del 1927. (...) Quando Sam e io arrivammo, Keaton stava bevendo una lattina di birra e guardava una partita di baseball alla Tv; sua moglie era nell'altra stanza. I saluti furono tiepidi, forse senza volere, leggermente imbarazzati. I due si scambiarono pochi convenevoli, era soprattutto Sam a parlare, poi si misero a sedere in silenzio mentre Keaton continuava a guardare la partita. Credo che non ci abbia neanche offerto una birra. Non che fosse mal disposto, semplicemente non ci aveva pensato. O forse doveva aver pensato che un uomo come Beckett non beveva birra. Ogni tanto Sam, o io, cercavamo di dire qualcosa per mostrare dell'interesse verso Keaton, o solo per tenere in piedi una conversazione inesistente. Tutto inutile. Keaton rispondeva a monosillabi e ritornava subito agli Yankees - o erano i Mets?
- Non ha domande da fare su qualche punto della sceneggiatura, Buster?
- No. (Pausa).
- Cosa ha pensato del film quando l'ha letto?
- Beh... (Lunga pausa).
E cosí via. Era straziante. E senza speranza. Il silenzio durò un interminabile settimo inning.
Semplicemente non avevano nulla da dirsi, niente da spartire. E tutta la buona volontà di Sam e i miei accaniti sforzi per iniziare una conversazione non riuscirono a stabilire tra loro alcun contatto.
Fu un disastro. Oh, sí, proprio prima che ce ne andassimo Keaton fece qualche commento sul suo vecchio Stetson appiattito che considerava come il suo marchio di fabbrica (forse Sam gli aveva chiesto qualcosa al riguardo), e disse che ne aveva portati con sé alcuni di colori diversi per usarli nel film. (La sceneggiatura prevedeva un copricapo un po' insolito). Mentre cercavo una via d'uscita a quella che mi pareva una scelta fra Scilla e Cariddi, Sam rispose - con mia gradita sorpresa - che non vedeva perché Buster non potesse usare il suo cappello in questo film. (...)

Buster si stava dimostrando magnifico. Era un vero professionista: paziente, imperturbabile, rilassato, pronto a recepire quanto gli si diceva, un aiuto insomma. Doveva avere piú di settant'anni, ma non si lamentava mai, neppure un attimo, quando gli chiedevamo per un motivo o per l'altro di ripetere quella specie di corsa a ostacoli lungo il muro nel caldo soffocante. (...) Sam era incredibile. Viene generalmente ritenuto inflessibile, con una personalità granitica; le fotografie tendono a rappresentarlo in questo modo. Tuttavia, quando nascevano problemi, qui come in tutte le sue produzioni teatrali che avevo curato, era sempre disposto a cedere sui particolari, assolutamente comprensivo e arrendevole, pragmatico, non autoritario. Ben lontano dal rimproverare limiti o errori a coloro che gli stavano attorno, criticava il suo materiale, se stesso. Non recriminava su me o su altri. Era perfino disposto a eliminare una parte importante del suo film. Io avrei voluto andarmene, uccidermi, piangere, rifare tutto di nascosto, qualsiasi cosa! Inutilmente. La mattina seguente, e per tre settimane, girammo il nostro unico interno nel piccolo ma funzionale studio nell'alta West Side. Fu molto più facile. E diede migliori risultati. (Inoltre, i rulli della scena dell'ingresso ripresa il secondo giorno, non erano poi cosí male. Secondo Sam, la fioraia era magnifica. E io condividevo la sua opinione).
(...) Buster (come quasi tutti quelli della troupe) faceva qualche osservazione a mezza voce a proposito della sua faccia che per tutti quegli anni aveva rappresentato il suo mezzo di sostentamento, mentre ora questi idioti si davano un gran da fare per evitare di mostrarla. Infatti, quando anche solo una parte di profilo risultava visibile, cosa che succedeva spesso, facevamo immediatamente un'altra ripresa, anche se la prima era buona. Ma il comportamento di Keaton sul set continuò ad essere controllato e improntato a spirito di collaborazione come il primo giorno. Era infaticabile anche se non proprio loquace. Effettivamente stavamo girando un film muto, e lui era nella sua forma migliore.
(...) Quando arrivammo alla sequenza con gli animali si trovò nel suo elemento. Si trattava di una vera e propria scena farsesca, una continua gag, l'ometto contro un mondo animale che lo derideva in silenzio. Lo derideva, certo. Tutti mi avevano detto che i cani erano attori su cui si poteva contare e che, se addestrati, riuscivano a fare quasi di tutto; i gatti, al contrario, erano piuttosto estrosi e finivano con l'essere solo una gran seccatura. Appena il nostro serraglio fu messo alla prova, il gattone randagio recitò splendidamente, facendo esattamente ciò che avrebbe dovuto fare; il cane invece, un timido chihuahua, cominciò bene, anche se un po' esitante, poi si irrigidí completamente. (...) Passammo la parte migliore e peggiore di una giornata su quella sequenza, fra grandi risate degli spettatori, ma senza poter utilizzare tutto il materiale. Alcune delle riprese eliminate, con Buster che fa le boccacce agli animali e li caccia via, erano fra le piú divertenti del film. Il guaio era che, a causa della rigida dicotomia fra le due visioni non potevamo tagliare dove volevamo e montare assieme parti di due riprese. Ogni ripresa doveva continuare fino alla fine. Anche qui Buster fu paziente e comprensivo, benché il chihuahua non la pensasse cosí. (...)
Fu stupito nel constatare che la durata del film aveva in realtà superato i quattro minuti da lui previsti. Ma anche compiaciuto. E quando finí di lavorare con noi comprese che tutto ciò «significava » qualcosa, anche se ancora non capiva bene che cosa. Un attore non deve capire ma fare, sembrava avesse continuato a ripetere fino al momento in cui ci lasciò per prendere un treno diretto alla West Coast. Ma anche se in seguito può aver detto a intervistatori o giornalisti che di quello che aveva fatto e di quello che il film voleva dire non aveva capito nulla, ciò che meglio ricordo del nostro saluto sul set fu che aveva sorriso e in parte ammesso che dopo tutto era valsa la pena fare quelle sei pagine. (...)
ALAN SCHNEIDER, Hastings-on-Hudson, New York, febbraio 1969.
Le immagini vengono quasi tutte dal volume della Einaudi dedicato a “Film”: non sono di grande qualità ma non ne ho trovate di migliori (alcune sono volutamente poco nitide). Rappresentano fotogrammi del film, e Beckett sul set con Alan Schneider e con Buster Keaton. L’ultima foto, dove Samuel Beckett è il terzo da destra, è la squadra di cricket della Portoir Royal School, anno scolastico 1921.

mercoledì 21 maggio 2008

I diritti del lettore

Solimano

Caro Giuliano, fai bene, a darmi del Fesso. Ci farò un bel biglietto da visita, però lo voglio con tutti i titoli:

"Dott. Ing. Solimano il Magnifico Fesso"
Sul lavoro, tutti noi giravamo nudi e sciolti, col biglietto da visita con solo il nome ed il cognome e la mansione in azienda. Un giorno, un cliente simpatico, di quelli che non ne perdonavano una, mi fece: "Sono tre anni che la conosco, ed ho imparato solo ieri che lei è ingegnere!" "Ebbene sì", gli risposi "ma fra noi due questo cambia qualcosa?"
Va detto che il lettore migliore che ho mai conosciuto era proprio un ingegnere. Si doveva occupare delle due aziende di famiglia, ma aveva fin da piccolo una passionaccia per la lettura: come conciliare i viaggi continui fra le varie sedi aziendali (tutte in Emilia), la moglie e i quattro figli, e la lettura?
Inventò una cosa semplicissima. Fece in modo che le tre sedi commerciali fossero vicine alle stazioni ferroviarie di Bologna, Reggio Emilia e Parma e si mise a viaggiare in treno. Da ingegnere, aveva fatto i conti che giuppersù i tempi reali di percorrenza erano del tutto analoghi fra auto e treno, solo che così poteva leggere.
Mi ha insegnato il sistema delle letture parallele, anche se sono stato un allievo maldestro. Faceva così: sceglieva un anno, mettiamo il 1828 o il 1775. Poi sceglieva tre libri usciti quell'anno nello stesso paese (è arrivato anche alla stessa città, ma forse per eccesso manierista). In genere un libro di narrativa, uno di poesia ed uno di storia, scienza o filosofia. E viaggiava ogni giorno con i tre libri fra i contratti ed i cataloghi delle ditte, zompando da un libro all'altro.
Era durissimo sul lavoro, gentile ma non mollava, trattative lunghe e difficili, che alla fine si chiusero bene (ma ce ne volle!). Ci sedevamo nel suo ufficio con il tavolo di mezzo, e come prima cosa affrontavamo il lavoro, io che volevo vendergli il calcolatore e lui che faceva di tutto per non comprarlo, ma tutti e due non vedevamo l'ora di parlarci addosso delle reciproche letture.
Un giorno mi fece: "Le do una buona notizia, forse firmo il contratto. Un mio amico mi ha detto una cosa importante: che il calcolatore lo devo prendere adesso se no fra cinque anni le mie aziende non ci sono più. E' un argomento terroristico, ma lo trovo convincente". Il suo amico era un certo Romano Prodi di cui non avevo mai sentito parlare, e a cui, malgrado tutto, continuo a volere bene, se non altro per lo stile di vita familiare.

Un altro giorno mi raccontò come facevano per le vacanze, fra dieci amici industriali, in genere reggiani. Si erano fatti tutti lusingare dalla storia della bella villa nel posto à la page, ma avevano scoperto che ci si annoiava, a star da soli in 'sta villa bellissima, e peggio ancora quando si era in compagnia: in quei posti c'erano o buzzurri incredibili o gente tiramentosa con cui a parlare bisognava stare attenti anche alle virgole. Così trovarono un ottimo albergo di seconda, non di prima, in un posto quasi sconosciuto e lo prenotavano per tutto luglio e agosto, al completo. Chi andava chi veniva, ma si trovavano fra di loro con le famiglie, e non c'era da programmare alcunché. Una sola cosa imposero: il cuoco di assoluta fiducia, che proprio perché tale non c'era il gné-gné mattutino nella scelta del menù: il cuoco l'avevano scelto, poi si erano messi nelle sue mani. I reggiani sono la meglio gente: lavorano molto, però allegri e sanno stare insieme.
Mi raccontò la storia dei suoi nonni, e fu la volta che imparai qualcosa di importante su un tema non secondario: l'Amore. Il nonno e la nonna vivevano nella casona di campagna, erano molto anziani e per non disturbarsi dormivano in due camere contigue. Prima di dormire ognuno dei due leggeva qualcosa (era un po' un male di famiglia). Ma il nonno smetteva di leggere e spegneva la luce solo dopo almeno cinque minuti che aveva visto che la nonna l'aveva spenta. Il motivo era che in campagna c'erano le zanzare, ed il nonno non voleva che disturbassero la sua amatissima settantacinquenne, venissero da lui piuttosto, 'ste bestie ingorde!

La cultura fa bene, poche storie, ma bisogna leggere per passione, non con obiettivi che sarebbero sordidi, come quello di scrivere. Che di per sé non è sordido, tutt'altro, tutti dovrebbero scrivere, ma leggere solo per raccontare in giro cosa si è letto e cosa se ne pensa non va bene. Il lettore vero legge per due motivi: per piacere o per utilità. E' così anche in rete, ti vengono a trovare se gli dai piacere o utilità, l'uno o l'altro. Solo che i milioni di retaioli non possono superare un certo numero di click al giorno, generalmente poche decine, quindi farsi venire a trovare è dura, in un certo modo siamo tutti in concorrenza, per fortuna non c'è l'obbligo di lettura, anche se qualcuno ci sta pensando.
In fondo il giochino -a suo modo simpatico- di Splinder con "Sono amico di Tizia" e "Mi ha scelto come amico Caio", cosa è, se non un tentato obbligo di lettura? Però non hanno tempo di leggersi tutti 'sti amici, anzi Amici, si vede dalla genericità dei brevissimi commenti che è solo pura visibilità alla: "Ve', ti sono venuto a trovare, adesso vieni mo' tu a trovare me nel mio blog!" Mi piacerebbe che Splinder andasse oltre, e alla categoria degli Amici aggiungesse quella dei Nemici. "Sono nemico di Filippo" e "Mi ha scelto come nemico Samantha" aggiungerebbe uno zinzino di pepe a questa melassa generalizzata.
L'altro giorno, ho ghignato un po' leggendo nel blog di Remo Bassini che quando fa dei post con dentro la parola "Scrittori" le visite scendono, mentre se mette la Parola "Editori" le visite salgono. Gli è che la rete è piena di aspiranti scrittori ansiosi di essere pubblicati, gara durissima, a meno che uno non si paghi le spese.
Ci si aggiunge che i Lettori hanno ormai le case piene di libri, per la massiccia infornata dei libri usciti con la Repubblica, il Corriere della Sera, l'Unità e altri giornali e riviste. L'infornata sta proseguendo, e nell'articolo Vorrei ma non posso pubblicato nel Nonblog di Habanera ho raccontato quello che è successo: i libri ormai l'unico posto dove metterli è lo spazio sottostante il letto matrimoniale. Quindi, un Lettore -categoria a cui tu ed io apparteniamo, Giuliano- a parte il fatto che tende a rileggere più che a leggere, ha delle priorità che lasciano poco spazio a libri novelli di autori sconosciuti. Ammesso che si giunga alla pubblicazione cartacea, le tirature sarebbero ridicole e le vendite minime. Che farci allora? Perché togliere la speranza (virtù molto sospetta) agli aspiranti scrittori? Non hanno bisogno di speranza, la soluzione ce l'hanno a portata di dita: scrivere qui, in rete.
Solo che bisogna saperci fare da tanti punti di vista, che cocciutamente non prendono in considerazione (a parte che comunque the heart of the matter è scrivere in modo almeno decoroso). Bisogna rinunciare ad un individualismo spesso stolido, per cui si sta arroccati nel proprio blog solitario, o si utilizza la piccola catena di Sant'Antonio dei commenti di visibilità con altri che hanno lo stesso problema loro. Anche i tentativi di blog collettivi o di riviste in rete non sono immuni: si portano dietro due difetti, quello delle rubriche e quello del todos caballeros.
Le rubriche stringono invece di allargare, diventano cassettine con un po' di naftalina, gabbiette più erudite che colte, in cui si usano alternativamente parolone e parolette.
Il todos caballeros è la mancanza di selettività, perché, se si fanno le cose insieme bisogna escludere oltre che includere. Se ti trovi qualcuno che scrive in modo imbarazzante, e col todos caballeros te lo ritrovi di sicuro, diventa peggio che stare da soli.
Ho due episodi reali da raccontare, che si sono svolti qui a Monza.
C'è stato uno, non certo sprovveduto da diversi punti di vista, che quando io aprii questo blog ne aprì uno politico. Niente di male in questo, ma aveva il problema delle visite. Una sera gli dissi: "Secondo me devi fare una cosa semplice semplice. Scegli quattro o cinque persone che stimi e con cui hai un buon rapporto e li convinci a scrivere post nel tuo blog, au pair con te". Vidi il suo sguardo, stava sicuramente pensando che io fossi matto da legare. E' passato un anno, ha continuato da solo, una cosa però l'ha fatta: una piccola lista di distibuzione che se ci sono cinquanta mail sono tante. Una volta al mese vedo arrivare una sua mail, corredata da link, in cui ci scrive che ha scritto un post sull'argomento tale o talaltro. Quel giorno sicuramente qualche visita gli arriva, se non altro per curiosità.
L'altro episodio è quello della rivista in rete, che un gruppo monzese voleva fare e che credo stia facendo partire adesso. Chiesero la mia opinione ed io la dissi, proprio da Fesso. Usai soprattutto due argomenti.
Il primo è che in un blog collettivo o multiblog o rivista in rete ci vuole il responsabile, quello che ha l'ultima parola se insorgono problemi. Uno quindi au pair nella vita normale del blog, ma anche non au pair perché può e deve poter decidere in autonomia e rapidamente. Li vedevo attorno al tavolo che storcevano il naso, non sapevano come controbattere ma non gli stava bene. Finché ci fu uno (sicuramente pensava di essere il furbo della compagnia)che fece un intervento furbissimo, tipo: "L'esigenza espressa da Solimano è giusta, ma si risolve del tutto facendo una cooperativa!" Tutti a dire bene bravo bis, evviva la cooperativa, noi siamo per la cooperazione etc etc, solo che io, che sono un notevole bastiancontrario dissi: "Sì, ma nei casi dubbi, chi è che decide? Facciamo l'assemblea dei soci in prima e seconda convocazione?" Ci mancò poco che mi buttassero per le scale.
Il secondo argomento che usai fu quello del todos caballeros: includere sì, ma anche escludere, lo si fa persino nei giornaletti parrocchiali, oltre che al Corriere della Sera. Hanno fatto una vera e propria Associazione con soci senior e soci junior, un sito che costa più di mille Euro di solo software di base (l'argomento decisivo per non fare un blog a costo zero fu che il blog sembra un rotolo di carta igienica, e mi piacque), costo differenziato delle quote etc etc. Gli faccio molti auguri ma non è questa la strada, anche se si leggeranno l'un con l'altro, così il contatore si muove.
In genere si è cocciuti anche riguardo le immagini, perché non si sanno cercare e non si sanno usare. Le immagini sono importanti, ma ci sono due problemi. Uno è l'incultura diffusissima, per cui non si sanno scegliere le immagini più appropriate: grafici ignorantissimi con sotto il vestito niente. Ma c'è anche la supponenza storica degli eruditi libreschi (anche di certi cinefili), per cui usare le immagini è una specie di colpo basso, quello che conta è solo il testo, l'immagine al massimo è come la carta della caramella.
Che qualità deve avere chi fa parte di un gruppo?
Prima la qualità umana, personale.
Poi la qualità di scrittura.
Infine la qualità di erudizione e cultura.
Lo so che è un discorso pericoloso, ma c'è poco da fare: esiste gente che scrive bene a qualità umana scarsa, ed è bene starne lontano, come esistono persone erudite e/o colte che scrivono in modo noioso (forse anche perché non amano quello di cui scrivono) ed anche da questi occorre stare lontani.
Le possibilità ci sono, e sono in rete, non sulla carta. Chi sovverte i due termini, e fa il retaiolo nella speranza di farsi cartaceo, fa male pure il retaiolo, un mestiere che per farlo bene bisogna porsi dei problemi nuovi. La rete è un po' un "Hic sunt leones" con i suoi rischi, ma tutto sommato un leone è solo un grosso gatto.

Riguardo ai Pirati (e alle Piratesse) io sono favorevolissimo, a Carnevale la parte del Pirata col foulard di mia moglie in testa ed un fazzolettone come benda sull'occhio mi veniva benissimo. Che facciano quello che gli pare, meglio per tutti. Avrei gradito che qualcuno mi interpellasse prima di mettere cinque Bei Momenti in Wikipedia, e ho sorriso un po' amaro quando uno mi ha scritto: "Debbo riconoscere che il suo articolo su il Portale dello Zodiaco contiene informazioni utili". Invece di dirmi grazie. Gli seccava, poveretto, che un Dott. Ing. non appartenente alla congrega si fosse permesso di trovare cose che lui non sapeva. Di mafiette ce ne sono tante di ogni genere, e non sono igieniche mentre la competizione igienica lo è, perché punta al miglioramento di tutti, nella sostanza. Quindi, vengano pure a prenderci le immagini, dopo un po' le cambieremo e ne metteremo delle altre, così torneranno. Sui testi, salvo eccezioni -e li abbiamo sfottuti- ho notato generalmente una buona correttezza corredata di link, ma c'è comunque da aspettarsi di tutto, perché i furbi ci sono: furbi-fessi, non Fessi come noi, Giuliano.

P.S. Come immagini, volevo mettere la mia amata Geena Davis come Piratessa nel film Cutthroat Island (1995), che di per sé non è un gran film, solo che c'è lei. Ma mi sono anche ricordato che in un film bello e importante come Thelma & Louise (1991) di Piratesse ce ne sono due: Geena Davis e Susan Sarandon.

Gomorra

Gomorra, di Matteo Garrone (2008) Dal libro di Roberto Saviano, Sceneggiatura di Matteo Garrone, Roberto Saviano, Mauruzio Braucci, Ugo Chiti, Gianni Di Gregorio, Massimo Gaudioso Con Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo, Gigio Motta, Salvatore Abruzzese, Ernesto Mahieux, Marco Macor, Ciro Petrone, Carmine Paternoster, Salvatore Ruocco Fotografia: Marco Onorato Film Editing: Marco Spoletini (135 minuti) Rating IMDb: 8.4
Massimo
I colpi sono boati improvvisi che ti fanno saltare sulla poltrona. E i guaglioni si accasciano come manzi di muscoli e tatuaggi. Si muore senza preavviso a Secondigliano. Senza scalpore. E se vai all'inferno, stai meglio. E' il videogioco della Camorra. Se uccidi vai avanti. E' Gomorra. Il film non-film, che pedina i suoi personaggi nella loro lunga fuga senza soste. Fuga dalla miseria, dalla noia, dall'umiliazione, dallo sfruttamento... sempre con la macchina da presa attaccata al collo. Sempre con gli spari nell'aria. E l'artiglio del tradimento che si nasconde anche dietro al sorriso di un amico, al richiamo di un garzone che porta la spesa a casa... Esco stordito dalla densità delle immagini. Dall'energia abrasiva di uno splendido racconto che non nasconde niente. Da un inferno a due ore di macchina da Roma. E non posso neanche dire: tanto è solo un film.

martedì 20 maggio 2008

Guerra e pace: Gli scenari della guerra

Voyna i mir (1967), Regia di Sergei Bondarchuk, dal romanzo di Leone Tolstoj, Sceneggiatura Sergei Bondarchuk e Vasily Solovyov.
Con Lyudmila Savelyeva (Natasha Rostova), Vyacheslav Tikhonov (Principe Andrej Bolkonsky), Sergei Bondarchuk (Pierre Bezukhov), Irina Gubanova (Soniya), Antonina Shuranova (principessa Maria), Irina Slobtseva (Hélène Bezuchova) Kira Golovko (Contessa Rostova), Vasili Lanovoy (Anatolj Kuraghin), Oleg Tabakov (Nikolaj Rostov), Segej Yermilov (Petya Rostov) Vladislav Strzhelchik (Napoleone Bonaparte), Boris Zakhava (il Generalissimo Kutuzov), Giuli Chokhonelidze (Generale Bagratiòn)
Scenografie Georgi Koshelev, V. Uvarov, Costumi Vladimir Burmeister, Nadezhda Buzina, Mikhail Chikovani, Musiche originali di Vyacheslav Ovchinnikov dirette dall'autore Durata originale 487 minuti( 364' nella versione venduta in Italia, Urss, 1966 Rating IMDb: 8.2

Gabrilu sul suo blog NonSoloProust

Palcoscenici della pace e scenari di guerra. Nel romanzo di Tolstoj si intrecciano, e la guerra contro Napoleone cambia drasticamente il destino di tutti i personaggi.

Il primo scenario di guerra che compare nel libro e nel quale è presente anche il Principe Andrej è la battaglia di Schöngraben, ma è soltanto un assaggio. Le grandissime, epiche sequenze di guerra sono, sia nel libro che nel film di Serghei Bondarchuk, sostanzialmente quattro.

Come avevo già scritto, per la realizzazione del film vennero utilizzate forze dell'esercito regolare dell'Armata Rossa e venne creato appositamente uno speciale corpo di cavalleria.
Sul making of del film, se avrò tempo, avrei voglia di tornare. Guerra e Pace non è robetta che io riesca ad esorcizzare con pochi post.

Il Generalissimo Kutuzov (Boris Zakhava)

La battaglia di Austerlitz (2 dicembre 1805) detta anche "la battaglia dei tre imperatori": lo Zar Alessandro I, l'Imperatore d'Austria Francesco I°, Napoleone Bonaparte Imperatore dei francesi.
Russi e austriaci vennero sonoramente sconfitti.
Austerlitz rimarrà per Napoleone la vittoria più sfolgorante di tutta la sua carriera.

Il Generalissimo Kutuzov e il principe Andrej Bolkonsky,
suo aiutante di campo

"Dal mezzodi del 19 nelle supreme sfere dell'esercito ebbe principio un gran movimento, tra affannoso ed eccitato, che durò fino al mattino del giorno dopo, 20 novembre, in cui fu data la così memorabile battaglia di Austerlitz.
[...]
Il movimento concentrato, iniziatosi alla mattina nel quartier generale degli imperatori e che aveva dato l'impulso a tutto il movimento seguente, era simile al primo moto della ruota di fondo d'un grande orologio da torre. Una ruota si muove lentamente, una seconda gira, una terza, e le ruote, le carrucole, i rocchetti, si mettono a girare sempre più rapidamente, il carillon comincia a suonare, le figure a balzar fuori, e le lancette ad avanzare con esattezza, indicando il risultato di tutto il movimento."


Bagratiòn e Kutuzov ad Austerlitz

Come nel meccanismo di un orologio, così anche nel meccanismo della guerra il movimento, quando l'impulso è dato, continua irresistibile fino all'ultimo risultato; e così stanno indifferentemente immobili le parti del meccanismo alle quali l'impulso non è ancora giunto, fino al momento in cui il movimento viene trasmesso. Le ruote sibilano sull'asse, ingranando coi denti, le carrucole cigolano per la rapidità del moto; ma la ruota vicina riamane tranquilla e immobile, come se fosse disposta a conservare per centinaia d'anni quella immobilità; ma il momento viene, una leva agisce, e, ubbidendo al movimento, la ruota stride girando e si confonde in un'unica azione di cui non si può comprendere nè lo scopo nè il risultato."

Il Generale Principe di Bagratiòn (Giuli Chokhonelidze) ad Austerlitz

L'epica battaglia di Borodinò (7 settembre 1812), a 125 km da Mosca. Fu la più grande battaglia campale combattuta in un sol giorno di tutta la campagna di Russia e di tutte le guerre napoleoniche: vi parteciparono oltre 250.000 uomini. Fu anche la più sanguinosa: le vittime delle due parti sono stimate in almeno 70.000, il che ne farebbe la battaglia più sanguinosa di tutti i tempi. A chi giovò quel macello? L'esito della battaglia fu incerto sotto il profilo tattico, ma poichè i russi indietreggiarono la vittoria strategica arrise apparentemente ai francesi che dopo pochi giorni entrarono a Mosca. Apparentemente, perchè l'essersi spinti fino a Mosca costituirà anche, secondo Tolstoj, il principio della fine dell'esercito napoleonico.