martedì 24 aprile 2007

L'attimo fuggente

Dead Poets Society di Peter Weir (1989) Sceneggiatura di Tom Schulman Con Robin Williams, Robert Sean Leonard, Ethan Hawke, Josh Charles, Gale Hansen, Dylan Kussman Musica: Maurice Jarre Fotografia: John Seale (128 minuti) Rating IMDb: 7.7
Giuliano
Ogni volta che passa in tv "L'attimo fuggente", un film di Peter Weir del 1989, si torna a discutere del ruolo dell'insegnante: deve essere aperto e comprensivo oppure rigido e severo? E' così forte l'impressione che fa il film, ed è così bravo Robin Williams nell'interpretare il professor Keating ("O capitano, mio capitano...") che questo tema si porta via quasi tutte le riflessioni in proposito.Ma questo è un film di Peter Weir, e Weir è un autore molto sottile e non prevedibile, attento a cose che di solito sfuggono, presi come siamo dalla nostra vita quotidiana.
"L'attimo fuggente" (Dead poets society) parla del suicidio degli adolescenti, e lo fa in maniera toccante e drammatica. Sono pochi i film su questo tema, e non ne ricordo un altro che lo tratti con la stessa finezza e delicatezza, quasi sfiorandolo; ma che non può non ferire, e far pensare, far male. E’ un tema così forte che non riusciamo a reggerlo, e infatti preferiamo non pensarci e parlare del ruolo dell'insegnante: tutti noi abbiamo avuto a che fare con gli insegnanti, ed è un discorso sempre duro e difficile ma molto più abbordabile e rassicurante. D'altra parte, è questa la caratteristica di Peter Weir, fin dai suoi esordi australiani con film magici e ormai antichi come "L'ultima onda" (1979) e "Picnic at Hanging Rock" (1975). Dietro il soggetto principale del film c'è sempre qualcosa d'altro, qualcosa che ci disturba e fa venire le vertigini, come se si fosse toccato il mondo che sta al di là della nostra coscienza e della nostra esperienza quotidiana. L’ambientazione scolastica è solo un pretesto, un’allegoria dietro la quale, come facevano i grandi pittori del passato, Weir nasconde la verità della nostra vita, quella che non sempre siamo in grado di accettare e quindi di riconoscere.

8 commenti:

Solimano ha detto...

Giuliano, quando vidi per la prima volta L'attimo fuggente da subito fui diviso fra commozione e repulsione.
Commozione specie per la mirabile scena dei ragazzi che non si adeguano e salgono in piedi sui banchi, mentre gli altri ragazzi, quelli che si adeguano, rimangono seduti, però a testa bassa. E commozione in diversi altri momenti, specie quando è in azione il gruppo di ragazzi, con i loro accordi e i loro contrasti.
Repulsione in primo luogo verso la figura stessa del professor Keating: così non si fa. Si tratta di un cattivo maestro che dà degli stimoli senza considerare la difficoltà del raggiungimento: che spiegasse bene i grandi poeti (anche i grandi prosatori, perché no?) in classe, mettendoci tutto l'amore, l'umore e la competanza, e le cose si facevano da sole, perché i ragazzi le avrebbero affrontate con fattiva lucidità.
Keating è un attizzatore che non si preoccupa del fatto che possa scoppiare un incendio distruttivo.
Repulsione anche per un motivo culturale: è una cultura passata di cottura quella propagandata da Keating, un tardo-romanticismo che crea solo vaghezza di aspettative, una fuga all'indietro, un fermate- il-mondo-voglio-scendere.
Non a caso la Società è di Poeti Morti: i grandi poeti sono vivi, altro che storie, a meno che non se ne faccia una lettura morta perché è il lettore che sceglie di essere morto, dentro. E fuori purtroppo, come succede nel film.

saludos
Solimano

Giuliano ha detto...

Uno dei grandi temi di Weir è l’intrusione. L’intrusione fisica di qualcuno nella nostra vita, come nel suo primo film (“The plumber”: un idraulico si installa nell’appartamento di una giovane donna, ma senza intenti particolari o morbosi, lui lavora ma non se ne va mai via) o come in “Green card”, che è quasi lo stesso film ma calibrato su Depardieu e su Andie Mac Dowell; oppure l’intrusione di qualcosa di incontrollabile, forse di divino (L’ultima onda, Picnic ad Hanging Rock). In “Fearless” è l’essere sopravvissuto ad un incidente aereo che cambia la vita del protagonista, e si potrebbe continuare. C’è sempre un “prima” e un “dopo” nei film di Weir. In questo caso, il tema è particolarmente delicato: l’influenza degli adulti sulle persone giovani, ancora prive di una loro vera personalità. Può essere entusiasmante, può essere disastrosa: è sempre un’intrusione, un’iniziazione, un qualcosa che fa violenza, magari a fin di bene. Non è un caso che gli studenti protagonisti del film siano sui 16-17 anni: è proprio questa l’età più critica.
Poi, si sa, lavorare nel grande cinema richiede compromessi e furbizia, e grande abilità: quello che ammiro in Weir è di non essersi mai perso per strada. Certo, un “Picnic ad Hanging Rock” a Hollywood è impossibile, sarebbe meglio non fare niente e non dare nemmeno l’idea a qualcun altro di rifarlo (non so se avete visto che fine hanno fatto gli angeli di Wenders nelle mani di John Travolta e degli inventori dei telefilm...).
Ma Weir è un artista complesso, è difficile parlarne e rischia sempre di sfuggire qualcosa.

gabrilu ha detto...

Sulla figura del professore l'ho sempre pensata esattamente come Solimano. Un uomo che propone (impone, di fatto) un modello di comportamento senza minimamente curarsi del contesto e delle conseguenze che possono derivare ai suoi alunni dalla messa in pratica dei suoi insegnamenti. Un pessimo esempio pedagogico.
Detto questo, il film è molto bello e coinvolgente, gli attori tutti bravissimi, Weir sempre Weir.

Roby ha detto...

Giuro, finora avevo semplicemente adorato il personggio di Keating-Williams senza minimamente pensarlo sotto l'aspetto di attizzatore-incendiario-scriteriato, e prendendomela a morte solo con gli altri insegnanti e soprattutto con l'odioso (???) padre del ragazzo suicida. Ve l'ho detto, sono una cinefila di terza o quarta categoria... Fortuna che di questo film ho la cassetta: così posso rivedermelo e meditarci un po' su!
CIAO!
Roby

Solimano ha detto...

Roby,il punto è che il gioco delle dominanze lo praticano tutti, compresi professori alla Keating, naturalmente con padri, presidi e chi più ne ha più ne metta. La dominanza ce l'abbiamo nel DNA, cerchiamo di essere dominanti esattamente come respiriamo. Ne riusciamo provvisoriamente ad uscire solo se ci accorgiamo della nostra pulsione di dominanza (accorgeri di quella degli altri è più facile...)
Il professor Keating al tempo stesso spinge i ragazzi alla libertà, ma lo fa in modo da plagiarli, creando quindi un paradosso, che è molto comune: alle riunioni del '68 si saltavano addosso per ottenere il controllo delle assemblee.
Ma nel film è geniale la fine, il salire in piedi sui banchi, lì non è dominanza, ma fierezza di autoaffermazione, un "Non mi avrete!" espresso con gesto inequivocabile.

saludos
Solimano

Giuliano ha detto...

Robin Williams tira un po’ troppo il film dalla sua parte: è una caratteristica degli attori magari non finissimi ma di grande personalità, come la Magnani. E’ forse questo che sbilancia un po’ il film, che è molto più corale di quanto sembri a prima vista. Per parte mia, io sono nato negli anni in cui si svolge il film, e quindi su tante cose non so bene cosa dire; però io avrei voluto avere un Keating tra i miei insegnanti, caspita se l’avrei voluto! Non so se fosse chiaro fin dal principio, ma se devo schierarmi io mi schiero con Roby. Per il resto, se vi capita di rivedere il film, vi invito a provare a fare come se Keating non ci fosse, o avesse il volto di un altro attore altrettanto bravo ma meno carismatico, magari un Anthony Hopkins da giovane.

Anonimo ha detto...

L’attimo fuggente! Un film che ha sempre fatto discutere me e mia figlia, allora adolescente. Già perché gli anni ’80 sono gli anni dell’attimo fuggente: in Italia in modo particolare. Cioè gli anni in cui vinceva il rampantismo, il successo facile, ma anche il doping, la chirurgia plastica, insomma un habitat culturale in cui dominava il tutto e subito ad ogni costo. Ed ecco l’attimo fuggente che apparentemente parla di adolescenti, di un educatore che insegna loro a rompere gli schemi, ad andare oltre. Temi che solo un decennio prima sarebbero stati utili allo sconvolgimento portato dalla “contestazione”, ma che in quegli anni perdono completamente la loro carica di “rottura di schemi borghesi”. Il ’68 aveva già fatto tabula rasa di tutto ciò. Ai giovani degli anni ottanta il film parla d’altro, appunto dell’attimo fuggente che sarebbe un delitto perdere. Il cogliere l’attimo diventa un imperativo. Non c’è tempo e, quindi, non è utile perdere tempo per altro: l’oggetto del desiderio (qualunque sia) deve essere colto/posseduto. “Capitano mio capitano” allora non è la presa di coscienza della emancipazione, della necessità del distacco e del navigare nel mare della vita, ma è la forza per reclamare, appunto, tutto e subito.

Anonimo ha detto...

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