mercoledì 18 aprile 2007

La dolce vita (1)

La dolce vita di Federico Fellini (1960) Sceneggiatura di Federico Fellini, Ennio Flaiano, Tullio Pinelli, Brunello Rondi Con Marcello Mastroianni, Anita Ekberg, Anouk Aimée, Yvonne Furneaux, Magali Noel, Alain Cuny Musica: Nino Rota Fotografia: Otello Martelli Costumi: Piero Gherardi (174 minuti) Rating IMDb: 8.0
Massimo
Immersi nella Fontana di Trevi, Mastroianni ha davanti a sé la Ekberg, bella e desiderabile; allunga le mani verso il suo volto, arriva vicinissimo, ma poi si ferma, non lo tocca. In questa scena Fellini racchiude tutta la tensione di un’Italia appena uscita dall’immediato dopoguerra, protesa verso una felicità che sembra ormai a portata di mano… ma che non riesce a raggiungere.
E’ il conflitto tra la velocità degli eventi e la vacuità delle relazioni; tra la sensazione di libertà ritrovata e l’oppressione persistente, resa mirabilmente dall’elicottero che – all’inizio della storia - sorvola Roma trasportando una gigantesca statua sacra che incombe sulle terrazze mondane di una Roma appena ricostruita.
Nel brulicare di Via Veneto – come nei salotti - ognuno cerca il suo nuovo spazio. Sono tutti “paparazzi”, perché sono tutti appostati per cogliere al volo l’occasione giusta: un’emozione da consumare per allontanare il senso incombente di gioiosa decadenza, che Fellini contrappone alla drammatica autenticità del neorealismo.
Torna l’America, nelle vesti della diva alta e bionda, acclamata di nuovo come una liberazione, ma questa volta dal provincialismo. Anche qui l’illusione dura poco. Di quella vampata di euforia non resta nulla. Tutto a poco a poco si spegne. Si ricompone. Si deposita. Come le piume dei cuscini – ormai ferme sul pavimento - usate come coriandoli nella sfrenata notte consumata nella villa di Fregene. Alle prime luci del giorno. Marcello lascia tutti e va verso il mare. La cinepresa lo segue disorientato vagare sulla spiaggia all’alba, tra i pescatori. E’ stordito dalla notte in bianco e accecato dal sole che si alza. Ci vorrebbe un senso, un finale di raccordo. E invece Marcello si perde ancora cercando di comprendere la frase di una ragazzina.
Ma è troppo distante, non capisce. C’è troppo mare.

16 commenti:

isabella guarini ha detto...

Man man che scorrono i film proposti dal blog mi rendo conto che la cinematografia non è il mio forte,avendo impiegato tutto il tempo a studiare le opere dell'arte in senso classico. I film di Fellini, invece, li ho visti tutti e li considero capolavori alla stregua della pittura.

lodes ha detto...

La Dolce vita è un capolavoro. Uno di quei film da portare nell’astronave che lascia la terra. E’ un film complesso, perché distribuisce in ogni scena messaggi che lo spettatore può, se vuole, raccogliere e leggere lentamente come se fosse un altro racconto rispetto al film. Per esempio l’irrompere del padre di Marcello che apparentemente non ha nulla a che fare con la Dolce vita. Qui Fellini conduce un gioco duro verso lo spettatore. Dopo aver raccontato un Marcello alla ricerca del “senso” ci mostra un padre (vecchio) che porta con sè tutto il (non) senso di una vita normale. Il personaggio dietro all’apparente bonomia romagnola lascia intravedere tutta l’amarezza per una vita spesa dentro i binari. Non ha più tempo, si invaghisce della bella ballerina ma il fisico lo richiama alla realtà e Marcello più solo e più impotente di lui lo lascia andare verso la fine. Marcello soffre per non essere mai riuscito a parlare con il padre: in fondo è uno sconosciuto. Penso che tanti uomini abbiano sentito disagio seguendo la descrizione di questo rapporto padre/figlio.
Poi vi è la donna: la presenza che Fellini affronterà nei film successivi. La scena dentro alla cupola di San Pietro in cui dice ad Anita “tu sei la donna, tu sei la moglie, tu sei l’amante” è pura poesia. Canta la donna, ma parla di un rapporto che l’accompagna per tutta la vita. Un rapporto dolce, tenero, lirico, onirico, da uomo che conosce bene il mondo maschile e capace di riconoscere gli aspetti deteriori, ma capace anche, appunto, di grande poesia.
La Dolce vita è poi un film che parla di un Italia piena di fermenti, di grandi urbanizzazioni, ma è proprio dentro a tutto questo che Fellini parlò allora dei sintomi di una malattia che si manifesterà dopo un decennio. C’è la difficoltà a capire una società che si sta trasformando, c’è la denuncia di una classe dirigente (intellettuale e politica) che non riesce a ridefinirsi in un Italia che non sarà più agricola. Insomma un male oscuro che segnerà questo paese e di cui paghiamo oggi le conseguenze. Cos’è? Se non questo il finale del film, cioè di una società che si decompone (il mostro marino) e che non “capisce”, non potrà bastare (e non è bastato) a salvarla il bel sorriso della giovinetta che indica una nuova strada a Marcello: ma lui, appunto, non capisce.

isabella guarini ha detto...

Il film che preferisco è "Otto e mezzo", perchè il gioco della memoria si fa più incisivo ed è rappresentato in maniera magistrale. In genere, il flash bach è annunciato con espedienti tecnici, per segnalare l'interruzione della sequenza logica spazio-temporale. Invece, in Otto e mezzo , si stenta a capire ciò che è presente e passato.In fondo avviene così nella nostra esistenza. Il difficile è rappresentare il tempo nelle sue forme, il passato,il presente,il futuro. Isabella

Solimano ha detto...

Qui continuiamo a commentare sul post di Massimo, ma la discussione, paro paro, riguarda anche quello di Giuliano, solo che non si può spezzare: vedrò se riesco a trovare modo a regime di fare in modo che i commenti siano collegati a tutti e due i post, come è giusto.
Che la Dolce Vita sia un capolavoro siamo tutti d'accordo, il punto è che cosa di questo capolavoro oggi ci coinvolge o ci ripugna, perché col tempo si cambia.
Trovo (oggi) di un patetismo crudele e cattivo la parte che riguarda il padre, come se Fellini volesse farci i conti a suo modo vendicandosene, sotto la finta della affettività.
Trovo (oggi) una facile scorciatoia la bimba Valeria Ciangottini sulla riva del mare. A queste scorciatoie Fellini ricorre spesso, la più grandiosa è quella del finale di Otto e mezzo, bellissima e tutta di superficie.
Trovo potente la parte sul Cristo e l'elicottero e sui bambini che pregano miracolati, poi piove e tutti se ne vanno. Potente anche la festa a Fregene, spogliarello compreso, annessi e connessi compresi. Anche la parte di Steiner è grande. In Fellini che lui lo volesse o no (secondo me non lo voleva, cercava di scapparne) c'è un grande risvolto tragico: è qui che dà il suo meglio, la piacioneria e la nostalgia sono in genere da super commedia all'italiana, lui era nato commediante, di per sé una bella cosa, ma il mondo non è solo commedia.
Nella Dolce Vita trovo facile la menata con Anita Ekberg (gnocchissima peraltro), in fondo una cosa vaga come la bimba Ciangottini.
Ma soprattutto mi rompe tutto il problematicismo farlocco con la Furneaux e anche con la Aimée, credo che Fellini fosse uomo di fatti, solo che gli andava di mascherarsi per ragioni sue molto comprensibili: l'immagine di Santa Giulietta Masina da venerare anche a costo di dire delle cose false, false come arte filmica. Riguardo poi le donne, io ho in mente le donne ammirate da Bergman e le donne ammirate da Fellini: sto proprio con Bergman, e non perché la Svezia ci gioca. Avete presente Liv Ulmann? Ecco. Non perchè è bella in sé, ma perché è vera in sé (Ingmar adjuvante), quindi bella.

saludos
Solimano

Giuliano ha detto...

Bello il discorso delle “scorciatoie”: a me è venuto subito in mente Giuseppe Verdi, il vero re delle scorciatoie, ma un po’ tutti gli autori di teatro (quelli veri) le usano: Shakespeare in testa. “La dolce vita” è un film così complesso che non si può parlare di una sola sequenza senza far riferimento a tutte le altre; però questa della Ciangottini nel finale è tutt’altro che una cosa leggera o messa lì per non sapere come finire il film. E’ un grande archetipo: la salvezza che non afferriamo, l’occasione che non sappiamo cogliere, il momento che può davvero cambiare la nostra vita e non ce ne accorgiamo neanche. Questo è forse il vero cuore di Fellini: per Zampanò c’era il sorriso di Gelsomina, per Marcello c’era qualcosa di più, per Roberto Benigni alla fine del percorso di Fellini c’era La voce della Luna in persona, e forse Benigni-Salvini era davvero pronto a riceverla, ma con tutto questo rumore come si fa a capire quel che dice?
un saluto sull’aria di Zampanò, per tromba, di Nino Rota
Giuliano

isabella guarini ha detto...

A me la comparsa della giovane Valeria Ciangottini in finale della Dolce Vita mi è apparsa inquietante e ambigua. Ho pensato al nipote di Padron 'Ntoni del I Malavoglia, che riuscirà a riconquistare la casa del nespolo,oppure al detto: " Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barberini". Con il senno di poi direi che oggi vale la seconda. Isabella

Solimano ha detto...

C'è la bambina Ciangottini, che magari è un archetipo, come dice Giuliano.
Ma c'è un'altra bambina in un film di Fellini.
Compare alla fine di Toby Dammit, l'episodio felliniano di Tre passi nel delirio, anche questa può essere un archetipo, ma di tutt'altro tipo, Fellini fra l'altro era seguito da uno psichiatra junghiano.
Se le due bambine le consideriamo assieme, comprendiamo meglio l'ambiguità che c'è dietro la forza visiva.
Fellini è uomo da percorsi, non da soluzioni o da deus ex machina. Niente deus e la machina è la macchina da presa.

saludos
Solimano

Manuela ha detto...

Sto con Isabella, Fellini lo guardo come un quadro, anzi, una galleria di quadri, spesso inquietanti, interiormente realistici. Su uno di questi mi piace soffermarmi, il quadro del miracolo. Il quadro di un’Italia arcaica, ossessionata dalle sue superstizioni, assediata da vicino da un’altra Italia, quella dei palazzinari e della comunicazione di massa. La prima, oscena nella sua stupida credulità, a cui resta aggrappata contro ogni evidenza, la seconda, distruttiva e volgare. Realtà che sembrano opposte ma sono in fondo indistricabilmente legate, che forse se non ci fosse l’una non ci sarebbe l’altra. Non ci sono innocenti in questo quadro, nemmeno i bambini; tranne il prato striminzito e il gracile alberello, vittime finali. Forse anch’essi creature mitiche, come il mostro marino del finale.
A questo quadro ripenso spesso, quando le gerarchie ecclesiastiche esagerano con le esternazioni. Tutto era già lì, nella superstizione spettacolarizzata, nello spettacolo della superstizione; era già nella statua di Cristo che sorvola la città legata all’elicottero, tanto più materiale in quanto è trascinata in cielo, negazione di qualsiasi possibile trascendenza. Il finale? Una speranza, forse, individuale e collettiva, ma una speranza che né l’individuo Marcello né quell’Italia, che è poi la nostra Italia, era in grado di capire, quindi di afferrare.

isabella guarini ha detto...

In fondo Fellini mi ha insegnato a conoscere l'Italia in cui vivo, senza apologie e senza drammi. Da Fellini ho imparato ad accettare la nostra storia e cultura, che nel dopoguerra era demonizzata a causa del fascismo. Ieri sera, rovistando nella libreria ho incontrato il mio libro di storia delle scuole medie, che si è conservato perché mia madre faceva rilegare i libri per evitare che si distruggessero durante l'anno. La storia del Novecento finiva con la prima guerra mondiale e la storia dell'arte con l'ottocento. Posso dire di aver appreso dai film del neorealismo il presente in cui ero nata. Ma Fellini è un poeta e ci ha fatto vivere la nostra storia come una favola. Ci manca!

Solimano ha detto...

Fellini sapeva rischiare, mettersi in gioco. Non si fernava al punto in cui era arrivato, non si ripeteva. Anche nei film successivi ci sarà l'aspetto favolistico, ma saranno favole dolorose, perchè confliggono con una realtà che non gli piaceva: Ginger e Fred, E la nave va, La voce della luna. Da poeta, si accorge prima di come stanno andando le cose e ce lo dice, prendendosi il rischio di deluderci perchè ci spiazza, ci aspettavamo altro da lui, qualcosa di più simile ai suoi primi film, qualcosa di più consolatorio. Sono stati film che hanno detto molto su quello che stava succedendo in Italia, molto più di film di altri direttamente impegnati (e quindi miopi).

saludos
Solimano

Giuliano ha detto...

Trovo molto bello l’accostamento di Solimano tra l’apparizione della bambina in Toby Dammit e questa della Ciangottini. Molto bello e molto significativo. Fellini, anche questo è noto, si è interessato molto all’occulto e al paranormale: di questo tratta soprattutto in “Giulietta degli spiriti”, dove ne mostra molto bene anche il lato cialtronesco e pericoloso. L’occulto e il paranormale sono argomenti che interessano tutti, ma è difficilissimo farsene un’idea perché appena ti muovi su quel terreno incontri subito, infestanti e noiosissime, le figurine (o le figure pericolose) che descrive così bene Fellini. Però non vorrei che il paragone si fermasse qui: ma è un discorso troppo complicato da affrontare, io non saprei farlo e ci vorrebbe molto spazio. (spero solo che adesso non arrivi una Wanna Marchi a continuarlo!)

Solimano ha detto...

Un modo molto laico, efficace e condivisibile di avere a che fare col cosiddetto paranormale lo trovò Bergman ne Il Volto, in cui una specie di mago (che in realtà è un abile teatrante) viene sfottuto da un illuminista che poi viene costretto a ricredersi da una serie di trucchi del mago che portano l'illuminista a diventare credulone. Ma sempre trucchi sono.
Sono convinto che il punto sia l'atteggiamento di fronte alle aree del non conosciuto, che esistono ed esisteranno sempre: chi cerca a tutti i costi delle spiegazioni finirà in pasto a maghi, cartomanti e spiritualismi impropri religiosi e non, compresi il freudismo e lo junghismo, mentre la persona interiormente sana accetta tranquillamente le aree di non conoscenza, tanto sa che prima o poi verranno svelate, e nel frattempo magari mitizza: poesia, pittura, scrittura, musica, cinema etc etc.
Fu la salvezza di Fellini, che il rischio di credere a certi cacciaballe ce l'aveva.

saludos
Solimano

Giuliano ha detto...

Non avrei saputo dire di meglio; ottimo il collegamento con "Il volto".
av salud
Giuliano

Solimano ha detto...

Così scrive Fernaldo Di Giammatteo in "Cento film da salvare" 1978, Mondadori:

"Federico Fellini (Rimini, 20 gennaio l920) partecipa all'avventura del neorealismo con Roberto Rossellini, di cui è sceneggiatore. Proviene dal giornalismo umoristico, è autore di disegni per i settimanali a fumetti, scrive scenette comiche per la radio. Il cinema lo vede esordire con Luci del varietà (1951), una regía in collaborazione (Alberto Lattuada). Il primo film di cui ha il pieno controllo è Lo sceicco bianco (1952), ambientato nel mondo (attori e lettori) del fotoromanzo. Nei Vitelloni (1953) Fellini rievoca le sue esperienze di giovane provinciale romagnolo, in chiave di nostalgia. Con i tre film che il successo gli consente di realizzare, affronta temi che costituiranno l'ossatura immutabile della sua visione cinematografica: La strada (1954), Il bidone (1955) e Le notti di Cabiria (1957). Se ogni artista possiede una coerenza che trae alimento dalle pulsioni profonde della psiche, Fellini fa della coerenza una sorta di ossessione masochistica, da cui estrae racconti di rigorosa uniformità: il linguaggio del film narra, in una serie di travestimenti, le vicissitudini di un io infantile alla ricerca consolazioni impossibili (il contatto con la vita è traumatico e non si risolve mai in autentica conoscenza del mondo).
La dolce vita, film di ampie proporzioni, rappresenta il tentativo di mettere ordine nel caos di una autobiografia affidata a storie dall'apparenza oggettiva. Dopo aver fissato in personaggi estranei i fantasmi del proprio inconscio, il regista si proietta direttamente nelle immagini dilatate dello schermo (usa la dimensione “innaturale” del cinemascope), nel gioco dei frammenti organizzati in sequenze discontinue, nella “festa” di una tenera e compiaciuta gratificazione narcisistica. L'autore costruisce accuratamente un “periplo intorno a se stesso”, che produce due conseguenze nelle quali va cercata la ragione della novità di La dolce vita: una provocatoria esaltazione della soggettività e la spavalda invenzione di una realtà autosufficiente. Questo avveniva alla soglia degli anni sessanta, in un cinema come quello italiano che al neorealismo e alla oggettività sociologica aveva immolato tutte le sue vittime sacrificali.
Le tappe del “periplo” sono le seguenti. Il giornalista Marcello, giovanotto intraprendente venuto dalla provincia, è al lavoro, a bordo di un elicottero che trasporta una grande statua di Cristo (sull'inconsueto trasporto dovrà scrivere, appunto, un servizio). La sera, in un night club, è a caccia di notizie per la cronaca mondana (questo giornalista, così poco “vero”, fa di tutto e pare sempre che non faccia nulla: è un fantasma di professionista, ossia una proiezione mascherata dall'autore). Incontra una donna inquieta e annoiata (la quintessenza della noia e della inquietudine: un altro fantasma, come tutti i successivi). Insieme a lei, imbarca sulla macchina una prostituta, che presta loro la sua casa (uno scantinato invaso dall'acqua: scenografia “fiabesca” che sottolinea la coerenza della fantasia) per una notte d'amore fuori del comune. Torna nell'appartamento dove abita (ci abita pochissimo, fedele alle regole di un inesistente giornalismo) e scopre che la donna con cui convive - la dolce, appiccicosa e gelosissima Emma - ha tentato il suicidio. La porta all'ospedale (ambiente stilizzato e “svedese”, altra dimora di fantasmi), la salva. Corre all'aeroporto di Ciampino per accogliere Sylvia, una celebre diva che deve interpretare un film a Roma. La segue alla conferenza stampa (dove, tra l'altro, si ironizza malignamente sul neorealismo), la accompagna in una visita alla cupola di San Pietro. Si ritrova con lei, la notte, in un ristorante alle Terme di Caracalla, e, più tardi, a zonzo per le vie del centro. Fa il bagno con lei - favolosamente pazza - nella fontana di Trevi. Davanti all'albergo in via Veneto è aggredito dall'amante di Sylvia.
Marcello vede un uomo entrare in una chiesa. Gli sembra di conoscerlo. L'uomo è Steiner, un intellettuale che gli concede un'affettuosa amicizia. Nuovo cambiamento di scena. Marcello si è rifugiato in una trattoria sulla riva del mare, per scrivere in pace. Telefona a Emma, la rassicura (lo ha già fatto altre volte, lo rifarà spesso), ed è colpito dalla fresca innocenza della cameriera ragazzina. Un nuovo cambiamento di scena, più “favoloso” (il “periplo” procede in crescendo, sul filo di una eccitazione sempre maggiore). In campagna arrivano Marcello, Paparazzo ed Emma per un servizio: dicono che alcuni bambini hanno “visto” la madonna, molta gente è accorsa a chiedere la Grazia. La notte scoppia un temporale, la folla dei malati si disperde in una confusione indescrivibile, sotto lo sguardo di una televisione straordinariamente efficiente. All'alba, uno dei malati è trovato morto. Rivediamo Marcello e la sua donna in casa di Steiner, a una riunione mondano-intellettuale. Marcello è colpito dalla serenità del suo ospite e dalla dolcezza dell'amore che porta alla moglie e ai due figlioletti. I cambiamenti incalzano. Una sera Marcello incontra in via Veneto il padre venuto dalla provincia a salutarlo. Lo conduce in un tabarin e lo accompagna a casa di una sgualdrinella (patetica, come si conviene a una fantasia autoconsolatoria). Il vecchio si sente male, si vergogna (è una pagina di giusta commozione, svolta nel grigiore di un anonimo interno e di una piazza di periferia), e vuol ripartire subito. Sale il ritmo, si moltiplicano e intensificano le sorprese. Marcello è prelevato da alcuni amici aristocratici e portato in una grande villa dove si celebra la stravaganza di una festa principesca. Si stordisce. Dopo aver furiosamente litigato (è l'ennesima volta) con Emma, si commuove e torna a casa con lei. Una telefonata lo fa accorrere (è la frenetica, infantile esasperazione della fantasia) a casa di Steiner, dove l'amico ha ucciso i bambini e si è suicidato. Assiste, impietrito, all'arrivo della moglie ignara, aggredita da uno stuolo di fotografi. Ultimo cambiamento di scena, il “periplo” sta per concludersi, dopo l'acme della dissipazione, nella (prevista) autocommiserazione. Marcello partecipa a un'orgia in una villa di Fregene, si incarognisce e si umilia. All'alba (un'altra alba, questa volta “purificatrice”) Marcello e i suoi amici scoprono sulla spiaggia un grande pesce mostruoso. Accanto alla riva di un fiumiciattolo la servetta della trattoria fa cenni a Marcello, che la riconosce ma non riesce a sentirla, per il rumore della risacca. Così com'è venuta - apparizione magica - la ragazzina scompare, correndo: inafferrabile, perché così esige la logica del sogno".

Sally ha detto...

complimenti a chi gestisce questo blog...un piccolo gioiello.

Solimano ha detto...

Grazie Sally, benvenuta, il tuo complimento è molto gradito!

saludos
Solimano