sabato 21 aprile 2007

Il giudizio universale

Il Giudizio Universale di Vittorio De Sica (1961) Racconto sceneggiatura di Cesare Zavattini Con Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Anouk Aimée, Fernandel, Nino Manfredi, Silvana Mangano, Paolo Stoppa, Renato Rascel, Melina Mercouri, Jack Palance, Lino Ventura, Vittorio De Sica Musica: Alessandro Cicognini Fotografia: Gabor Pogany (100 minuti) Rating IMDb: 6.5
Giuliano
Una guida turistica porta una comitiva in giro per musei e palazzi di Napoli; quando apre una finestra si vede il panorama e parte la musica appropriata, ma arriva anche una voce stentorea e ben impostata, che dice questa frase: « Alle 18 incomincia il Giudizio Universale. » Il cicerone traduce subito in tutte le lingue (è un napoletano sornione, ma di quelli svegli), e sorride ai turisti preoccupati: dev’essere pubblicità...
Comincia così uno dei film di De Sica con Zavattini, l’ultimo se non sbaglio. E’ un film a episodi, ma – per chi non l’ha mai visto – attenti: questo non è un film a episodi come tanti altri, perché dietro c’è Zavattini. Tante volte ci si chiede perché non fanno più film belli come una volta: la risposta è semplice, perché non ci sono più i grandi scrittori e i grandi sceneggiatori a scrivere i film, e perché se anche ci fossero l’industria del cinema non li farebbe mai e poi mai lavorare. Un soggetto come Ladri di biciclette, Miracolo a Milano, Umberto D (tutti di Zavattini, con regia di Vittorio De Sica) verrebbe immediatamente cestinato dai big boss del nostro cinema di oggi, andati a scuola nelle agenzie pubblicitarie e cresciuti vedendo “drive in” e “striscia la notizia”. Ogni tanto fa bene ricordare chi c’era dietro ai grandi film di Sordi, Manfredi, Gassman, Tognazzi: c’erano Tonino Guerra, Flaiano, Benvenuti, De Bernardi, Pinelli, Suso Cecchi d’Amico, Age e Scarpelli... Tutta gente (e chiedo scusa per chi manca, ma la lista sarebbe enorme) che le scuole di cinema e di scrittura creativa non sapevano neanche cos’erano, eppure scrivevano lo stesso, chissà come hanno fatto.
Il risultato, in questo caso, è un film che scorre via liscio come l’olio. Neanche ci si accorge, che è un film a episodi; e che sia strapieno di star e di comici appare perfino naturale, non è una palla al piede come accade quasi sempre in questi casi, ma è anzi un punto di forza: perché il film è scritto, pensato e diretto da due Maestri veri, è tutta qui la differenza.
Questo film l’ho visto da bambino e non me lo sono più dimenticato. Faceva impressione, faceva pensare ma faceva ridere. La voce tonante e bene impostata, lo scoprirò molti anni più tardi, era quella di Nicola Rossi Lemeni, un grande cantante d’opera, voce di basso. Poi c’era Nino Manfredi, che è il cameriere che deve dare uno schiaffo perché è stato licenziato; Paolo Stoppa, che considera suo benefattore quello che in realtà è l’amante della moglie (quasi un Pirandello, con uno Stoppa in stato di grazia); Gassmann l’elegantone che vuole essere risarcito dal bambino che gli ha tirato una pummarola fracica sul cappello nuovo; un efficientissimo Alberto Sordi impegnato in un losco traffico di bambini; Fernandel che pedina una signora bella e vistosa; Franco e Ciccio che cercano di essere assunti come inservienti per il gran ballo; e la “ninna nanna” del razzista, preludio non al Giudizio ma al Diluvio Universale; o forse solo ad un po’ di pioggia, nel qual caso si può far finta di niente e tornare a comportarsi come si è sempre fatto.

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