venerdì 17 agosto 2007

Videogames d'agosto: Pirati

Manuela
Ieri sera sono andata al cinema. “Pirati”, che mi era stato caldamente consigliato dalle mie figlie come cosina leggera, proprio niente di impegnativo, divertente anche, adattissimo a Ferragosto e, in più, con il grande pregio di avere come protagonista Johnny Depp, che si lascia volentieri guardare, ed è anche bravo.
Si, si, tutto vero, solo che non è un film, è un videogame. Questa frase l’avevo sentita dire da Sissi, parlando di “300”, e allora non avevo capito bene quello che intendesse. Adesso lo so.

Come un in un videogame, il senso è:
assolvere un compito, facendo un dato percorso, abbattendo un certo numero di nemici, aiutato da un certo numero di amici, utilizzando un certo numero di oggetti magici. Il compito è salvare il vecchio padre. Il premio è la conquista della bella.
Durante il percorso si possono raccogliere bonus – ad esempio mappe, pozioni, ecc. – che servono in caso di difficoltà. Ad esempio, se, ad un certo punto, il protagonista viene abbattuto, gli “amici”, utilizzando adeguatamente tali bonus possono andare a prelevarlo nell’al di là; al peggio, game over, si ricomincia.
A differenza di un film – anche quelli da estate, senza troppe pretese - la trama è inesistente, e i personaggi non hanno alcuno spessore psicologico, ma non perché il regista non ci sappia fare, al contrario, devono essere proprio così: non sono “buoni” o “cattivi”, poiché l’esser tali è solo una convenzione, basta scambiarsi i ruoli con l’amico/avversario, come fanno i ragazzi davanti alla consolle, e il gioco può continuare all’infinito. L’andare e venire da un luogo all’altro ha il senso di un succedersi di videate – tecnicamente bellissime, ma altrettanto piatte - in cui quello che conta è dimostrare la propria abilità nello sconfiggere i nemici. Come Lara Croft (chiedo venia, è l’unica che mi ricordo) agli ordini dei tasti di un computer, i personaggi fanno cose mirabolanti e ripetitive (poiché le possibilità di una tastiera non sono infinite): saltano, sparano, schivano, e quando qualcuno viene colpito ci si aspetta di vedere sullo schermo la striscia rossa lampeggiante che indica che le vite a disposizione sono diminuite. I feriti non sono veri feriti (nemmeno nel senso che la “verità” può avere nel cinema), i morti non sono morti.
Confesso che me ne sono dormita un bel po’. Del resto, che pathos e che suspence può avere un videogame? Stare davanti ad un video a vedere qualcun altro che gioca è sommamente noioso: non ho niente contro i videogame, anzi, ma alla tastiera voglio starci io, altrimenti che gusto c’è?
Lodes, uscendo dall’arena gradevolmente estiva, commenta scuotendo la testa, che il cinema ha finito la sua funzione, e che le storie si racconteranno con altri mezzi e con altre tecniche. Forse ha ragione. D’ora in avanti, però, solo cose d’antan…

4 commenti:

Giuliano ha detto...

Manuela, hai scritto una frase da incorniciare: «Stare davanti ad un video a vedere qualcun altro che gioca è sommamente noioso: non ho niente contro i videogame, anzi, ma alla tastiera voglio starci io, altrimenti che gusto c’è?»
Sono assolutamente d'accordo. E' quello che ho pensato, tra l'altro, davanti a certe sequenze degli ultimi episodi di "Guerre Stellari"...

lodes ha detto...

Ho ripensato a questo film e non sono riuscito a trovare la chiave di lettura. C'è da domandarsi perchè. E' una questione generazionale? Non credo. Nel cinema e anche nel genere fantastico/avventuroso è possibile dare sensazioni, emozioni ad un pubblico vasto ed articolato per età e collocazione sociale. Gli esempi non mancano, anche in produzioni recenti. Il linguaggio? Non credo, in fondo, anche se non più giovani, siamo dentro alla rivoluzione tecnologica tanto che scriviamo e leggiamo in un blog. Allora quello che ci manca è altro. E' l'avere praticato i videogame, cioè l'averlo interiorizzato come elemento costitutivo della propria formazione. Che ne sappiamo noi delle emozioni, sensazioni, piaceri del “pathos” che si possono ricavare dal gioco virtuale? E' facile rifugiarsi nel classico "i giovani non sanno più divertirsi" o nel "si rincretiniscono passando ore davanti alla consolle". I videogames hanno milioni e milioni di praticanti in tutto il mondo e al di là della quantità di tempo ad essi dedicato hanno segnato la formazione delle generazioni nate con il pc. Allora è possibile fare film di avventura prescindendo da questa realtà? Manuela sottolinea l’interscambiabilità, una indistinta definizione dei ruoli, dove i cattivi e i buoni sono appunto interscambiabili, ma questo non potrebbe essere un elemento di ricchezza proprio dei videogames? Cioè la possibilità per il giocatore, e per induzione per lo spettatore, di costruire la storia alla faccia degli autori del passato che inevitabilmente facevano morire personaggi che lo spettatore avrebbe invece salvato: siamo sicuri che i videogames siano strumenti per ottenebrare le menti? E i film come “PIRATI” non sono forse incomprensibili perché li guardiamo con gli schemi di un modo di narrare/rappresentare che vede l’autore svolgere la funzione di “ mediazione”? Qui spetta al giocatore/spettatore stabilire chi è il buono e chi il cattivo.

Roby ha detto...

Non ho visto gli ultimi episodi di "Pirati", e nemmeno gli ultimi di "Guerre Stellari", ma mi fido del giudizio di Rowena, Lodes e Giuliano. Però "La maledizione della prima luna" mi era sembrato carino (forse perchè era il 1°della serie piratesca, ancora non "contaminato"), e sono affezionatissima anche al mitico "Star Wars" di Luke Skywalker, Chewbacca e Han Solo...

Popcorn&baci

Roby

Giuliano ha detto...

Cara Roby, in effetti sono bei film, divertenti e ben fatti, con ottimi attori (nei Pirati sono tutti grandi attori "in vacanza premio", e se vai a vedere su imdb...).
Però l'effetto videogioco rimane, ed è un effetto voluto perchè - come dice Lodes - questi sono film pensati per un pubblico molto giovane.