giovedì 2 agosto 2007

Il buio nella mente

La Cérémonie di Claude Chabrol (1995) Racconto di Ruth Rendell, Sceneggiatura di Claude Chabrol, Caroline Eliacheff Con Isabelle Huppert, Sandrine Bonnaire, Jen-Pierre Cassel, Jacqueline Bisset, Virginie Ledoyen, Valentin Merlet, Julien Rochefort, Dominique Frot, Jean-François Perrier Musica: Matthieu Chabrol Fotografia: Bernard Zitzermann (112 minuti) Rating IMDb: 7.5
Solimano
Sposati da poco, abitavamo ad Udine. Io ero in giro in macchina dalla mattina alla sera a Trieste, a Padova, a Verona, a volte anche a Milano. Mia moglie aveva l'insegnamento in una scuola media vicino a San Daniele del Friuli. Così, ci occorreva una donna ad ore che venisse quasi tutti i giorni.
Si presentò una giovane sui venticinque anni. Era una Piccola Sorella di Charles de Foucault, e ce ne sarebbe da dire, qui può bastare che vivono in piccoli gruppi sparsi per il mondo ed assumono come condizione di vita la più povera e spregiata del posto dove stanno. Il gruppo di Udine viveva in una roulotte nell'accampamento degli zingari. Io avevo (ed ho) alta stima per quest'Ordine, una mia amica di Parma si era fatta Piccola Sorella poco dopo essersi laureata. Cosa piuttosto comune in quell'Ordine, a scolarità molto alta.
Quella che venne da noi aveva studiato Lingue Orientali alla Sorbona ed aveva ottenuto che gli zingari parlassero con loro la propria lingua, non quella che usavano con i gagi (i non zingari). Faceva i lavori bene, gentile e di poche parole. Mia moglie, un pomeriggio, preparò un te e la invito a prenderlo insieme. Gentile ma ferma, la Piccola Sorella disse: "No, la ringrazio. Non lo farebbe con un'altra donna di servizio, quindi non lo faccia con me". Alla sera, mia moglie me ne parlò, e ci ragionammo. La conclusione fu che quel giorno avevamo imparato una cosa importante.
Le classi sociali esistono, eccome se esistono, anche se si fa di tutto per nasconderle e per negarle, e lo splendido e terribile film di Chabrol - di cui ho già raccontato la trama- va visto anche per questo motivo: è una azione di verità. Ne hanno discusso molto, e ci sono tre interpretazioni.
La prima è che il film è un perfetto noir: all'origine ci sono i delitti precedenti di Jeanne e Sophie e la pulsione di commetterne ancora, insieme. La mia opinione è che il film è anche questo.
La seconda è che un film marxista, che Chabrol, ben fermo in una sua strada personale (ho letto che questo è il suo quantatereesimo film), persegue alla faccia di tante mode che passano di cottura nel giro di sei mesi. Io non sono mai stato marxista, ma dubito un po' di questa interpretazione: Chabrol, se veramente l'avesse voluto, avrebbe costruito il film con una coerenza filosofica diversa.
La terza è che Chabrol vuole esprimere una situazione tanto diffusa quanto rimossa: quella della invidia sociale. Ed io mi associo a questa terza interpretazione, di fronte allo storcere il naso di tanti, che non ne vogliono sentir parlare, perché, se c'è l'invidia, ci sono gli invidiosi e non è bello. L'invidia non è un peccato capitale, è un dato etologico che va gestito, non negato.
Le aziende lo sanno benissimo e ci giocano da sempre, col mettere i tabelloni delle promozioni (basterebbe l'organigramma che puoi vedere sul PC), ma il tazebao non lo rimuovono, serve che i dipendenti leggano, pensino, soffrano, decidano il da farsi. Nei gruppi, regolarmente c'è la lepre e lo sfigato: la lepre sempre più lepre e lo sfigato sempre più sfigato.
La generalità delle persone cade in questa trappola, che le mette l'una contro l'altra e che oggi è ben mascherata dal fatto che certe attività sono svolte da extracomunitari: le badanti, le pulitrici, i manovali, gli edili, gli stallieri, che hanno dei problemi a monte, quello della sopravvivenza, quello dello status symbol non ce l'hanno ancora.
E' quindi del tutto sbagliato il falso democraticismo della famiglia Lelievre verso Jeanne e Sophie, ferisce di più che uno scarno tu lavori ed io ti pago, che ha il pregio della verità. Si vedono in azione, queste menzogne inani, nella raccolta degli abiti smessi: le due donne lo smascherano subito come un lecca-lecca, una presa in giro, il prete è il primo a saperlo, ma non sa che fare: si metterebbe in urto con i clienti della sua parrocchia-azienda, chi glielo fa fare?
I giornali non parlano di queste cose, e la colpa non è dei giornalisti ma nostra: giriamo pagina subito appena vediamo che c'è un articolo su questi problemi. Preferiamo lo sport, la politica, la cronaca, anche la cultura, ma perché leggere certe cose che saranno vere, ma sono anche così sgradevoli? Salvo nel caso di un delitto, che per tre giorni il colpevole è sicuramente un extra-comunitario, e al quarto giorno magari si scopre che è l'inquilino del terzo piano. Lode sia ad Huppert e a Bonnaire, splendide attrici e donne belle volutamente imbruttite, perché qui non ci sono fiabe consolatorie: qui la musica di Mozart dà fastidio perché è uno status symbol della famiglia Lelievre.

8 commenti:

Anonimo ha detto...

Ho appena finito di vedere questo bellissimo film e sono pienamente d'accordo con l'intero post. Vorrei solo aggiungere poche osservazioni su dettagli che ancora adesso mi tengono in ostaggio e che, perdonate, mi faranno scrivere (e di questo mi scuso in anticipo.) C'è un colpo sparato dalla Bonnaire ai bei libri rilegati sugli scaffali. Sophie è analfabeta, questa condizione l'ha portata a sentirsi una minorata, a giocare e a pensare sempre in anticipo per non farsi scoprire così ignorante. I rapporti con gli altri rimangono mutilati (neppure alla sua amica del cuore confessa la sua lacuna.) Quando la cosa viene scoperta da Melinda, Sophie agisce subito col ricatto sulla presunta gravidanza della ragazza respingendo quella forma di aiuto che forse le pare elemosina o l'ennesimo abito liso da dare ai poveri. Allo stesso tempo io credo che proprio nello sparo destinato ai libri ci sia comunque una rivendicazione, un messaggio personale di Sophie del tipo "io non sono come voi, non VOGLIO essere come voi". Quindi spara a morte su tutto quel mondo che non è il suo con la stessa facilità con cui eliminò quello del padre (la sofferenza, la vecchiaia, i cattivi odori...) Jeanne è il suo doppio. " La Posta" è stata buona con lei, dopo quel brutto fatto della sua figlioletta, l'ha ripresa a lavorare trasferendola in un altro ufficio. Eppure Jeanne, sebbene sembri più scaltra di Sophie non riesce proprio ad inserirsi. Tutto le va stretto. Il suo è un urlo continuo, nelle risatine, nei gesti scattosi, nei comportamenti rivoltosi e a tratti infantili. In verità, m'aspettavo che Jeanne sparasse un colpo al Don Giovanni di Mozart (alla televisione) tanto stride insopportabile nella scena di sangue. Invece no. Jeanne sembra aver oltrepassato la fase del disagio provato da Sophie, Jeanne odia lucidamente e basta ciò che non può essere né avere. Jeanne non spara sui simboli, tuttalpiù se ne appropria. Poteva portarsi via uno dei televisori che non possiede ma forse per praticità, sceglie un altro trofeo. Purtroppo quello sbagliato. Le classi sociali esistono, potentemente. Si rivelano in tutta la loro chiarezza quando il rapporto con L'altro accorcia la propria distanza. Gli status sociali passano in seconda fila. In prima, combattono quelli sempre quelli mentali.
cari saluti
Laura

Solimano ha detto...

Laura, io parto dalla tua ultima considerazione, che le classi sociali si svelano quando il rapporto accorcia la propria distanza. E' verissimo.
Mi viene in mente il film Novecento di Bertolucci, in cui il più feroce (e quindi il più odiato) è il fattore Attila, non il possidente agrario. Così nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa il Principe non ha problemi nel rapporto con Ciccio Tumeo, che invece ce l'ha a morte con Calogero Sedàra. Anche Proust torna spesso sul tema che gli aristocratici non avevano problemi a parlare con i contadini, mentre li avevano i borghesi.
Ma tutto ciò accadeva perché si incontravano poco, come le rette parallele che non si incontrano mai. Vivevano in mondi separati.
Tornando al film, la forza vera di Chabrol è che mostra, non dimostra, così le sue argomentazioni non sono di parole ma di fatti, quindi più convincenti. E' un film tipicamente francese, un modo di raccontare così duro nei fatti è molto raro in Italia, in cui si preferisce la durezza nelle parole. Aggiungo che attrici italiane molto note (come in Francia sono la Huppert e la Bonnaire)sicuramente avrebbero rifiutato due ruoli simili.

grazie ed a risentirci
Solimano

Anonimo ha detto...

Caro Solimano, sei sempre illuminante (il vostro blog, non finirò mai di sostenerlo, è e rimane una preziosissima guida e i film, poi, non si guardano più come prima ma con occhi diversi!)
" E' un film tipicamente francese, un modo di raccontare così duro nei fatti è molto raro in Italia, in cui si preferisce la durezza nelle parole. Aggiungo che attrici italiane molto note (come in Francia sono la Huppert e la Bonnaire)sicuramente avrebbero rifiutato due ruoli simili."

Secondo te, perchè?

Sono molto sensibile al cinema francese (poi, a mio parere, viene tutto il resto) e lo sento sempre molto vicino a me, al mio modo di vedere il mondo, quindi m'incuriosisce questa affermazione che hai scritto.

cari saluti
Laura

Solimano ha detto...

Laura, noi italiani siamo bravi in tante cose, solo che rischiamo sempre di essere o di essere poco seri, e diventiamo superficiali, o seriosi, e diventiamo noiosi.
Anche nel cinema è così, pur evitando le generalizzazioni. Uno come Chabrol, ad esempio, ha fatto quarantacinque film, ci saranno i belli e i meno belli, ma in ognuno trovi qualcosa che ti interessa e che non ti annoia. Se un bravo regista italiano facesse quarantacinque film, magari cinque o sei sarebbero ottimi, ma negli altri scadrebbe, perché il pubblico vuole così, e in Francia, per certi film tipo quelli di Chabrol, il pubblico c'è, in Italia no. Forse perché la rivoluzione francese è stata una cosa seria... da noi, nel 1848, a Cremoma era già tutto pronto per l'insurrezione contro gli austriaci come per le cinque giornate di Milano, ma all'ultimo momento non insorsero. Perché pioveva.

saludos
Solimano
P.S. Il tuo commento al film di Chabrol è piaciuto molto a me ed anche a Giuliano, e lo promuoviamo da commento a post, che pubblicherò oggi. Dà un vero valore aggiunto per cui ti ringraziamo, il nostro è un blog aperto ai contributi, quando meritano.

Anonimo ha detto...

Caro Solimano, sospettavo la tua risposta e ci troviamo pienamente d'accordo ( a proposito, la chiusura dedicata a Cremona è una chicca!)

Per quanto riguarda il mio commento promosso a post, beh, che dire se non che sono onorata dal profondo del cuore? (ho fatto anche un saltino sullo sgabello dalla sorpresa, spalancando tanto d'occhi. Non me lo aspettavo proprio!)
Quando un film ti folgora è perché il regista è riuscito a raggiungere una parte di te altrimenti impervia. Si accende la passione, la voglia di approfondire, farsi domande, cercare risposte, confronti e ricambiare quel regista con maggiore attenzione.
Succede con un certo film, un certo quadro, un certo libro, una certa sinfonia... ce n'è per tutti.
Non si capisce bene come, eppure alcune cose ci scardinano da dentro, silenziosamente òliano alcune idee o demoliscono intere strutture per espanderne nuove e migliori.
Merito anche di chi regge un blog come questo, dove un film diventa per magia la rampa di lancio per Altro, oltre le normali aspettative.
Il mio piccolo valore aggiunto, cari Solimano e Giuliano è un tentativo di ricambiare i vostri tanti doni. Considerazioni felici e leggere come pochi piaceri al mondo.
Laura

Solimano ha detto...

Grazie a te Laura, e continua a scrivere, se vuoi e quando vuoi. In questo blog siamo selettivi ed aperti al tempo stesso.
Selettivi perché il livello di scrittura deve essere decoroso, perché nel parlare del film ci si deve sentire la persona che ne parla, lo Spettatore, ed i motivi del suo coinvolgimento.
Aperti, perché esperienze diverse, magari anche sullo stesso film, ne migliorano la fruizione e permettono di scavare e di salire a chi legge, e credo, oltretutto, che questo possa essere utile.

saludos
Solimano

Anonimo ha detto...

Cara Laura
ho appena letto il tuo commento in merito alle figure femminili nel film "il buio nella mente". Sei riuscita a mettermi curiosità,lo vedrò al più presto.Delle psicologie femminili e del loro complicato ma ricchissimo mondo interiore non ci si dovrebbe stancar mai di parlare.Non sarà mai campo minato né usurato finché si riuscirà a parlarne con la grazia che hai dimostrato tra le tue righe.
Grazie per la stimolante riflessione e a presto sul blog!
Imogen

Anonimo ha detto...

Gentile Imogen,
ti ringrazio immensamente per le belle parole che hai avuto nei miei riguardi. Probabilmente, se sono riuscita a trasmetterti tanto è perché desideravo fortemente parlare di Jeanne e Sophie. Volevo salvarle da un giudizio irrevocabilmente impietoso. E' vero, non sono il massimo e per questo bisognerebbe cercare di capire perché, prima di marchiarle a fuoco con parole affrettate (hai notato come questo succede a tanti spettatori di un film al cinema, a cavallo dei titoli di coda ancora caldi? )
Poi, si è liberi di amarle o meno ma lo scomodo d'interrogarci è sempre un bene prenderselo (impariamo cose di noi, degli altri) anche perché queste due attrici sono state davvero formidabili.
Ogni tua visita sarà un piacere.
Laura