venerdì 5 ottobre 2007

Tess

Tess, di Roman Polanski (1979) Dal romanzo "Tess of the d'Urbervilles" di Thomas Hardy, Sceneggiatura di Gérard Brach, Roman Polanski, John Brownjohn Con Nastassja Kinski, Peter Firth, Leigh Lawson, John Collin, Rosemary Martin, Carolyn Pickles, Richard Pearson, David Markham, Pascale de Boysson, Arielle Dombasle Musica: Philippe Sarde Fotografia: Ghislain Cloquet, Geoffrey Unsworth (172 minuti) Rating IMDb: 7.1
Solimano
Sharon Tate lesse "Tess of the d'Urbervilles" di Thomas Hardy e pensò che suo marito Roman Polanski avrebbe potuto fare un grande film ispirandosi a quel libro. Per questo glielo diede prima di ripartire per gli Stati Uniti, e fu l'ultima volta che si videro. Dieci anni dopo Polanski fece il film, che inizia con una dedica: "For Sharon".
Thomas Hardy è meno frequentato dai registi di Joseph Conrad e di Henry James, ma si dà il caso che per ognuno dei suoi quattro romanzi più importanti: "Far from the Madding Crowd", "The Major of Casterbridge", "Tess of the d'Urbervilles" e "Jude the Obscure" c'è almeno un film importante. Perché Thomas Hardy è meno frequentato? Anzitutto perché è meno noto, ma anche perché i suoi libri non hanno nulla di consolatorio: il lieto fine, o qualcosa del genere, è quasi del tutto ignorato. Non perché Hardy fosse un costruttore di storie tragiche che avevano (ed hanno) un buon pubblico di lettori, ma perché era tragica la sua visione dell'esistenza umana. La espresse sempre, anche nelle poesie a cui si dedicò negli ultimi anni, con una forte ambientazione in un luogo mitico ma esistente, il Wessex, che era poi il Dorset. Vi trascorse tutta la vita, in un rapporto con la natura che prevale su quello con i personaggi, una natura che è indifferente all'uomo, ma esprime i segni del suo destino in modo più concreto che idealizzato.
Il film di Polanski, che vinse molti premi, fra cui tre Oscar, è stato generalmente più criticato che lodato. Ritengo che sia un film da vedere e da rivedere, però parto dalle critiche perché non si può discernere con agevolezza il brutto dal bello, che in questo film sono mischiati in modo quasi inscindibile.
Prima di tutto il film è troppo lungo (190 minuti nell'edizione originale, 172 sul DVD), ed è vero, la storia si poteva raccontare con quasi un'ora in meno, ma la lunghezza, che porta all'iterazione di temi e comportamenti, esprime l'ineluttabilità delle sorti, per quanti siano i tentativi che Tess Durbeyfield (Natassja Kinski), ma anche Angel Clare (Peter Firth) e Alec d'Urbervilles (Leigh Lawson) fanno per sottrarsi al destino che hanno scelto senza esserne coscienti e che coerentemente perseguono.

Poi ci sono le critiche alla recitazione, in particolare riguardo l'espressività di Nastassja Kinski e la mancanza di personalità di Peter Firth e di Leigh Lawson. Qui bisogna intendersi su cosa significa recitazione nel cinema, e su cosa intendeva mostrare Polanski. La recitazione nel cinema non è meglio o peggio di quella nel teatro, è completamente diversa. Conta l'esserci, nel personaggio, prima di tutto come aspetto, modo di muoversi, capacità di richiamare l'attenzione dello spettatore. Si potrebbe quasi dire che attori del cinema si nasce, mentre attori di teatro si diventa, una considerazione non meritocratica, resta il fatto che tutto l'aspetto di Nastassja Kinski incarna perfettamente Tess, la giovane campagnola non colta ma intelligente e sensibile, che deve restare sempre con l'imprinting di partenza. Difatti diventa meno credibile quando si veste e si muove da signora, come accade nell'ultima parte del film, quando il seduttore Alec l'ha più costretta che convinta a vivere con lui. Questo argomento vale anche per Angel, Polanski l'ha scelto per la sua faccia che sa di campi ma anche di libri e di musica. La sua mancanza di duttilità fa parte del personaggio, che sotto la spiritualità di facciata vive di una crudeltà verso sé e verso gli altri (Tess, ma anche la famiglia di origine) che è ancor più imperforabile della crudeltà che Tess riserba a se stessa. Sono personaggi orgogliosi ma autolesionisti, al senso dell'onore di cui si ammantano ci credono pure, questo è il dramma nel romanzo e nel film. Quindi vanno bene facce come Firth e Lawson, che più o meno dicono sempre la stessa cosa, però intenta ed intensa. Il libero arbitrio per Hardy non esiste, anche se continuamente i suoi personaggi cercano di cambiare il corso della propria vita. Più cercano più ribadiscono i chiodi originari. C'è da dire che chi legge il libro si rende conto presto della situazione, chi vede il film spera e dispera, difficilmente riesce a chiamarsi fuori, specie se Hardy non l'ha mai letto.

Poi c'è chi dice che "Tess" è un film privo di sensualità, strana cosa, visto che ci sono Polanski e la Kinski. Ma il tema di Hardy e di Polanski qui non è la sensualità, Tess è sottomessa da un mezzo parente mascalzone e ricco come Alec, e va bene l'ellissi di Polanski per non mostrare lo stupro; per Tess e per Angel il sesso proviene da un amore putroppo più totalizzante che totale, altrimenti serve solo per comprarsi la sopravvivenza, evitando il lavoraccio della trebbiatrice. Immagino la delusione degli spettatori attratti da Nastassja Kinski nel cast, per di più in un film di Polanski, che come malizie sessuali non conosce maestri, fin da "Il coltello nell'acqua" e da "Che?", un suo film cancellato dalla memoria dei critici, che si vergognerebbero a parlarne, preferirebbero, se del caso, raccontare di qualche giovannona o di infermiere e collegiali, ma dell'irrisione coinvolta di Polanski in "Che?" è meglio far finta di niente.
La natura: a quasi tutti è piaciuta, con qualche definizione di estetizzante. Difatti è vero Wessex, solo che Polanski l'ha trovato in Normandia e in Bretagna, non nel Dorset. La natura in "Tess" è spesso bella, ma sa essere bruttissima, di nebbia, di fango, di freddo, di mani gelate, di cortilacci disordinati e pollai, di oscurità, di plein air perchè un posto al coperto non ce l'hai. Preferisco la natura di "Tess" a quelle troppo a modo di Ivory, anche a quella troppa romantica ma splendida di Schlesinger in Far from the Madding Crowd (1967) che sicuramente Polanski ha guardato e riguardato. E' difficile abbinare qualche pittore a questa natura, ottocentesca ma all'inizio della modernità, ogni tanto irrompono le macchine agricole ed i treni. Sono i registi, a volte, a suggerire la natura ai pittori, così è, oltre che per Polanski, per Bertolucci in Novecento e per Cimino in I cancelli del cielo. Una natura che la modernità rende un po' sordida, come le persone che la percorrono: così vedeva il mondo Thomas Hardy, in cui le persone e la natura sono spesso peggiorate, non migliorate, dall'essere in stretto rapporto.
Questo è forse il film più antireligioso che io abbia mai visto: nella scena di Tess, che ha battezzato personalmente nella notte il figlioletto che le muore la mattina, e che racconta tutto al pastore. Ma questi nega la sepoltura in terra consacrata perché la gente non approverebbe. Religiosa è Tess - purtroppo per lei - il pastore è solo un laido a prediche pagate, che non può credere al Dio che propaganda.

Mirabile, per altro verso, e con una sensualità casta ma forte, la scena delle quattro ragazze - fra cui Tess - che stanno andando in chiesa e che trovano la carrareccia invasa dall'acqua. Dall'altra parte arriva Angel, che ha gli stivali, e quindi per quattro volte fa avanti e indietro per portarsele tutte di là dell'acqua. Ma per ultima porta Tess, perché l'ama.
Nei 172 minuti che dura il film a volte capita di sbadigliare, forse di intristirsi, perché la rappresentazione della fatica bieca del lavoro nei campi e dell'accudire alle vacche (altro che Arcadia!) ce la riparmieremmo, siamo tutti per la primavera odorosa, ma non c'è spesso. Abbiamo un vantaggio, rispetto a quando scriveva Hardy: che sappiamo leggere in filigrana gli eventi, la nostra mancanza di illusioni è una forza che ci impedisce di cadere nella trappola del dover essere e della valle di lacrime - da cui c'erano comunque gli esenti per censo o perché si erano comprati il titolo. Malgrado un po' di manica larga di Polanski ma anche della fotografia a volte bella in eccesso, e della musica spesso di dolcezza crudele, il film l'ho visto volentieri, continuando a tifare per Tess malgrado la storia la sapessi già tutta. I motivi per cui finisce male sono quasi tutti dipendenti dall'orgoglio di Tess, da quella sua inesorabile "pulsione alla infelicità".

3 commenti:

Giuliano ha detto...

Un po’ di commenti al volo, così come mi sono venuti leggendo:
- “il teatro e la vita non sono la stessa cosa”, dice il Pagliaccio di Leoncavallo; ed è vero. Sembrerebbe banale, ma lo spettatore non sempre se ne rende conto. La maggior parte della gente ha facce che non dicono molto, poco espressive, e tutta la loro vita passa così: sono gli attori che danno colore ad ogni momento, ma sono cose che si possono fare solo nei film, o a teatro. C’è gente che prova dolore e commozione fortissima, ma non glielo si legge in faccia... Polanski è bravissimo in queste cose, è più vero del vero; e non è facile da capire e da spiegare, ai critici e agli spettatori.
- bello anche il riferimento alle mani gelate, e alla verità della vita nella campagna. Anche questo è tipico di Polanski, ed è una delle cose che mi hanno conquistato (molto lentamente, a dire il vero) in trent’anni che vedo i suoi film. Quando si guarda “Il coltello nell’acqua”, i corpi nudi (in costume) sono quelli che vediamo davvero nella nostra vita, altro che abbronzature e corpi tirati a lucido... Sto guardando, dopo decenni, il “Kaspar Hauser” di Werner Herzog: anche lì, come in Novecento di Bertolucci, si vede il letame, i lividi, ciò che vediamo ogni giorno: e disturba, perché al cinema non ci siamo abituati. Un personaggio può camminare nel letame per mesi, ed avrà sempre le scarpe pulite: e io francamente preferisco così, ma è un po’ come vedere i cartoni animati, a pensarci bene.
- Polanski è sempre spiazzante. Sembra sempre di vedere un film normale, ma non è così. Non lo si riesce mai ad afferrare, ed è uno motivi di sconcerto più grossi che io abbia mai incontrato al cinema. Ancora oggi non so bene da che parte stare: se ammirarlo oppure no. (Che razza di animale è questo Polanski?).

Solimano ha detto...

Giuliano, a me ha sempre dato fastidio la prosopopea di molti attori di teatro rispetto al cinema, che vedevano come una vacca da mungere quando c'era bisogno di latte. E' una cosa cronica, in Cantando sotto la pioggia viene satireggiata, perché Debbie Reynolds finge di essere una attrice di teatro, creando problemi di identità a Gene Kelly, per poi saltare fuori dalla torta.
Per fare due esempi, non so se Nastassja Kinski e Catherine Spaak sapessero recitare oppure no (che anche qui occorrerebbero tribunali per deciderlo...), so che in certi film sono perfettamente in parte magari senza fatica e disprezzate sul set (succedeva anche questo).
La penso come te riguardo a "Il coltello nell'acqua": c'è la verità dei corpi e la verità dell'adulterio in quel triangolo forzato dalla convivenza in spazi stretti. Con Polanski viene voglia ogni tanto di criticarlo, per tanti motivi, specie perché la sua morale cinica (che non è cinismo morale) disturba, e l'ipocrisia non è mai morta. Poi dà fastidio la sua furberia, che lo rende capace di inserire dei minuti indimenticabili anche in film che si vede che si proponevano grossi incassi.
Per la vita in campagna, una volta mi mise in crisi un amico campagnolo riguardo all'Albero degli zoccoli, dicendomi che non c'erano mosche, ed aveva ragione.
E' un po' la stessa cosa quando nei film si inseriscono ambienti di lavoro, quindi anche per le fabbriche, salvo eccezioni piuttosto rare.

saludos
Solimano

Anonimo ha detto...

Mi incanto di fronte alla cultura e alle recensioni come le vostre e ascolto le vostre discussioni. Vorrei rivedere tutti i film che proponete anche quando i vostri giudizi sono negativi perchè mi incuriosisce rivederlo alla luce di quello che voi descrivete. Non è adulazione... Ciao giulia