lunedì 29 ottobre 2007

La ragazza sul ponte

La fille sur le pont, di Patrice Leconte (1999) Sceneggiatura di Serge Frydman Con Vanessa Paradis, Daniel Auteil, Frédéric Pfluger, Demetre Georgalas, Catherine Lascault, Isabelle Petit-Jacques, Mireille Mossé Musica: Tante canzoni, cantate o suonate da Brenda Lee, Benny Goodman, Noro Morales, Marianne Faithfull, Orchestra Secondo Casadei, Banda Ionico, Calicanto, Istanbul Oriental Ensemble, Marcello Colasurdo etc e "Land der Berge, Land am Strome" di Mozart Fotografia: Jean-Marie Dreujou (90 minuti) Rating IMDb: 7.4
Laura
Di questo film cado vittima ogni volta che ne capto un fotogramma in tv. Di solito succede in orari impopolari e questo me lo rende ancor più caro perché mi piace pensare che il film sia lì per me, che mi aspetti. Solo la fotografia, un ipnotico b/n tessuto da Jean-Marie Dreujou, può tranquillamente valere la visione del film. Quindi, arrendersi docilmente alla storia senza farsi spiazzare definitivamente dalla bellezza impertinente della Paradis e da quella magnetica di Auteil (ma vi avverto, ci sono primi piani dove è impossibile riuscirci.)

Adele (Vanessa Paradis) è una ragazza tormentata. Così tormentata, depressa e sfortunata che si ritrova presto su un ponte della Senna pronta a buttarsi giù per farla finita. Che abbia l'aria di commettere un' azione sciocca glielo dice Gabor (Daniel Auteil), un lanciatore di coltelli a cui le cose non vanno proprio bene ma che la convince a rinunciare proponendole di diventare la sua assistente nei pericolosi numeri di lame volanti. Adele accetta e i due iniziano a girare l'Europa. Inaspettatamente per entrambi inizia un periodo sfacciatamente fortunato: gli ingaggi sono ottimi, i numeri perfetti tanto da osare sempre di più, il pubblico li acclama. Tutto, anche la decisione più stupida e azzardata per testare la sorte, ha sempre un esito positivo. La coppia, che ha un rapporto solamente professionale (delizioso come Adele dia sempre del lei a Gabor fino alla fine -o quasi- del film) sembra essere protetta da una bolla fatata, una speciale benedizione da parte della Fortuna, ovunque vadano e qualsiasi cosa facciano. Adele scommette e vince, gioca e vince, vuole un uomo e se lo prende senza difficoltà alcuna. Gabor sfida addirittura un treno in corsa e il treno passa su un altro binario a un millimetro dall'inevitabile. Benché convinti di essere una coppia invincibile, Adele decide di lasciare Gabor per correre dietro a Takis (Demetre Georgalas), un fresco sposo che per lei pianta la moglie in bianco nuziale sulla nave. Poco tempo e tutto cambia. La Fortuna, separatamente, non si prende lo scomodo di seguirli. Gabor ha sempre saputo il trucco ma evidentemente Adele doveva vederlo con i suoi occhi.
La Fortuna non ce la vediamo mai addosso. Questo credo succeda quando rimaniamo in bilico sul cornicione della nostra vita. Quando abbiamo paura di fidarci della voce del nostro istinto, quando non scegliamo, quando ci dimentichiamo di avere delle doti, quando non ci autosfidiamo. Ma soprattutto quando non siamo disposti a rischiare nulla per metterci in gioco. Perdere la fiducia in se stessi significa farsi abbandonare dalla buona sorte. La perdita raddoppia quando si salta di partner in partner, alla ricerca di una Felicità standardizzata, quando magari l'altra metà, quella perfetta e a noi complementare, ce l'abbiamo proprio sotto il naso. Questo è il trucco del gioco che Adele scopre alla fine, quando ritrova un Gabor disperato, pronto a buttarsi dal ponte dopo aver perduto lavoro, coltelli, aspirazioni, schiacciato da un destino avverso. Insieme funzionavano semplicemente perché Fortuna significa anche rimettersi all'altro incondizionatamente creando quasi una sorta di legame telepatico, uno stato di grazia soggettivo da saper riconoscere e tenere a mente.

Certo, può anche succedere di gridare "Takiiisss!" tutta la vita mentre quello è lì a cambiar donna ogni due giorni senza sentirsi minimamente "chiamato". Gabor ha sempre saputo che Adele E' di fatto la sua Dea Bendata. Eppure non la trattiene contro la sua volontà, pur sapendo che andranno incontro alla rovina. La prova del nove si rivela nel finale, per tutti e due. Toccante l'abbraccio a più riprese, molto più di un prevedibile bacio e proprio per questo risulta essere un gesto forte, vibrante. Leconte si diverte a buttare la pietra per poi nascondere la mano. Suggerisce ancora una volta invece di dire. Crea equilibri instabili dall'inizio alla fine, si diverte quasi alle spalle dei protagonisti ficcandoli in situazioni sempre nuove. Memorabili gli abiti di Gabor, le atmosfere felliniane, l'aria del circo e lo scintillio dei lustrini. Per chi se lo chiedesse, "Who Will Take Your Dreams Away" è la canzone che nel film sottolinea i momenti di maggiore intensità. La voce è quella di Marianne Faithfull.

4 commenti:

giulia ha detto...

Non ho visto questo film, ma devo assoluamente farlo dopo questa tua recensione. Lo cercherò... Giulia

Anonimo ha detto...

Ciao Giulia, grazie di avermi letto. Hai visto che belle immagini che ha trovato Solimano? Forse erano sufficienti quelle ad accendere la curiosità, chi lo sa?
Guardalo, il film. Magari fammi sapere se ti è davvero piaciuto.
Cari saluti
Laura

Habanera ha detto...

I complimenti a Solimano per le immagini sono doverose ma da sole, su uno scritto piatto e senz'anima, non basterebbero. E' importante riuscire a trasmettere qualcosa di autentico quando si scrive e tu ci riesci benissimo, cara Laura.
Ti leggiamo e ti leggeremo sempre con grande interesse.

Un saluto affettuoso
H.

Anonimo ha detto...

Cara Habanera, arrivata a " qualcosa di autentico" mi si è chiuso lo stomaco. Per un lungo attimo ho tremato. Anche perché questa pagina si è aperta sul monitor fino a metà. Poi ho letto fino alla fine le belle parole che hai avuto per me e ho ricominciato a respirare. Ti ringrazio tantissimo. Cercherò di fare sempre meglio. E poi, c'è Solimano che è una mano santa!
Sai, quando hai a che fare con un film che ti è entrato sottopelle, è difficile essere obiettivi e trovare le pecche per una sorta di riconoscenza al messaggio che ti ha dato personalmente. Io, poi, tendo per natura a soffermarmi sul lato buono, quello che mi ha entusiasmato. Le bastonature preferisco sempre evitarle. Al limite ci vado leggera perché è molto facile criticare, scontentarsi. Pare che a destra e a manca si trovino manuali pronti all'uso per questo tipo di attività. Non dico che bisogna salvare tutto, per carità. E' che a volte basterebbe il luccichio di un pezzo di vetro -e non per forza del diamante- per portarti verso considerazioni nuove, ariose, nel loro piccolo.
Un caro saluto
Laura