giovedì 6 settembre 2007

Wim Wenders al cinema

Giuliano
Prima di diventare autore di film in proprio, Wim Wenders è stato critico cinematografico. I suoi giudizi sul cinema, molto curiosi e spesso divertenti, con una spettacolare stroncatura di Sergio Leone e dei veri e propri saggi su Nashville di Altman e “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut, sono raccolti nel libro “Stanotte vorrei parlare con l’angelo – Scritti 1968-1988” (il titolo è un verso di una poesia di Rainer M. Rilke), pubblicato da UbuLibri nel 1989, che spero sia ancora reperibile.
Ne riporto un paio di esempi che a me sono piaciuti molto, cose che avrei voluto scrivere io e che mi è capitato spesso di pensare.


(...)Quando si va a vedere “Facciamo l'amore” (Let's make love, 1960, regia di George Cukor) per godersi Marilyn Monroe, non appena lei appare c'è un inevitabile controcampo sull'insignificante Yves Montand. Anche quando Marilyn Monroe è sola sul palco e la si vede cantare, si è obbligati a godersi di tanto in tanto un Yves Montand che, estasiato, abbassa le palpebre, e che fa esattamente ciò che non si vorrebbe vedere se si va a vedere Facciamo l'amore per vedere Marilyn Monroe.
I film di Werner Schroeter ci mostrano le sue attrici in maniera tale che non soltanto le si vede un poco, ma le si vede fino alla fine. E ciò non accade perché non esistono controcampi o perché le inquadrature durano a lungo, ma piuttosto perché tutte le immagini sono disposte sullo stesso piano della percezione visiva. (Ciò che si vuol vedere, quando si va a un film di Elvis Presley per vedere Elvis Presley, è esattamente la stessa cosa che si vuol vedere quando si va a un film pornografico per vedere della pornografia, o quando si andava a un concerto dei Rolling Stones per vedere i Rolling Stones). Qualcosa deve scorrere senza fine e senza interruzioni. Marilyn Monroe non deve mai smettere di cantare sola sul palcoscenico. Elvis Presley non deve smettere di stare su quella spiaggia hawaiana. Mick Jagger non deve smettere di muoversi nel modo in cui si muove. La pornografia dev'essere pornografia in ogni istante. Ogni cosa dev'essere concentrata. Lo speaker in televisione deve continuare a prendere papere. (...) (I fantastici film di Werner Schroeter e la gente innaturale che li popola, Maggio 1969)
(...) Un paio di giorni dopo vidi “A doppia faccia” (Das Gesicht im Dunkeln, 1969, regia: Riccardo Freda), da un romanzo di Edgard Wallace, con Klaus Kinski nel ruolo di protagonista. Il film è a colori, e le tinte vi assumono una brillantezza stranamente cupa, tanto che sembra più una vecchia pellicola in bianco e nero che non un film a colori. Le inquadrature sono spesso del tutto sorpassate e fisse, con set naturali, ad esempio l'atrio di una antica villa, che fanno lo strano effetto di scenografie teatrali. I personaggi le percorrono senza essere inseguiti dalla cinepresa. Così, spesso, vengono ripresi piccoli in totale mentre ci si aspetterebbero dei primi piani; e le scene si dilungano senza tagli più di quanto sia concesso in un giallo. A ciò va aggiunto che il film, più di una volta, cade in situazioni affatto inconsuete e incontrollate, sembra quasi che si metta a sognare. Una ragazza si accende una sigaretta, inizia a fumare e non dice una parola, con la cinepresa che non vuole smettere di fissarla. Al termine di una lenta e lunga carrellata la cinepresa ormai ferma viene improvvisamente un poco indietro, subito dopo carrella di poco in avanti, solo per poter riprendere Klaus Kinski esattamente nel mezzo tra due stipiti. Oppure Klaus Kinski che, a letto con la sua segretaria, le accarezza il seno e lascia che la sua mano s'abbassi lentamente: nel far ciò, lui stesso si osserva, ed è talmente affascinato dal movimento della mano e dal seno, che non vuole più smettere, sicché passa un'eternità ma il taglio non arriva, con l'ultimo dito che vuole ancora tastare il seno. Alle volte, questo film aveva qualcosa a che fare con la prima opera dei fratelli Lumière “L'arrivo del treno” (L'arrivée d'un train, 1885); un momento di verità. Uno chiude gli occhi per pochi secondi. Quando li riapre vede dalla sua finestra che la strada è esattamente come prima. E ne ha sgomento. (Il terrore dei senza legge, Settembre 1969)


P.S.
Le immagini di Marylin Monroe sono tratte dal film Let's Make Love di George Cukor (1960). (s)

3 commenti:

Giuliano ha detto...

Per chi fosse rimasto un po' perplesso dal tono dello scritto, ricordo che Wenders nel 1969 aveva poco più di vent'anni.
Anch'io a vent'anni avrei definito Montand "inutile", senza mezzi termini...

Solimano ha detto...

Giuliano, può darsi che Wenders, anche se ventenne, avesse ragione. Bisogna vedere le motivazioni con cui Montand ha fatto quel film, e d'altra parte, di Montand attore ricordo solo un film notevole: "La guerra è finita" di Resnais.
So che non apprezzi la Monroe, ma in questo caso il regista è Cukor, e si vede positivamente anche nelle due immagini.

saludos
Solimano

Giuliano ha detto...

La cosa divertente è che poi Wenders i suoi film li ha girati quasi così, ispirandosi ai Lumiére. Però se nei film di Wenders si chiudono gli occhi e poi li si riaprono, è cambiato tutto... (non so neanch'io come faccia, ma è proprio così: una magia.)
PS: Montand è inutile in quella sequenza, e lo dice bene Wenders, anche se con qualche durezza.