sabato 15 settembre 2007

A proposito di Antonioni

Blowup (1966)
Giuliano
Ho seguito con un po’ di noia (e anche fastidio, a volte) il profluvio di luoghi comuni seguiti alla morte quasi contemporanea di Bergman e di Antonioni, quest’estate. In particolare mi ha disturbato il richiamo alla mancanza di emozioni e alla noia che ispirerebbero i film di Antonioni. Non che la notazione in sé sia sbagliata, ci mancherebbe: ha anzi in sé molto di giusto, ed è una critica più che legittima. Mi ha disturbato che si sia approfittato di questo aspetto per fare una colpa ad Antonioni di essere stato troppo personale, di non aver fatto quello che ci si aspettava da lui, di non essere andato dietro agli umori del pubblico pagante.
Antonioni ha fatto i film che voleva fare. Era un grande artista, e ai grandi artisti è permesso fare quello che vogliono, con le loro creazioni. Anche agli altri è permesso, ma la differenza va rimarcata. Invece pare che si voglia livellare tutto, piallare ogni piccola sporgenza e adeguare tutto ai gusti di questo e di quello. A me piacciono le differenze, mi piace Antonioni così come mi piace Totò, sono contento perfino che ci siano Massimo Boldi e Christian De Sica, perché fanno ridere e perché più c’è varietà e più il mondo è bello e vale la pena di viverci.
Questo è un mondo dove sempre più specie si estinguono, e un altro Antonioni non ci sarà più. Spariscono gli ippogrifi, gli unicorni, i pappagalli, gli uccelli del paradiso, gli orsi delle caverne, le tigri dai denti a sciabola, spariscono le libellule, le lucciole, i bradipi e gli elefanti, spariscono perfino le mucche e le farfalle, rimangono solo i cani, i gatti castrati, i topi e gli scarafaggi. C’è un gigantesco progetto di normalizzazione in corso: con gli animali siamo a buon punto, con il cinema è ormai cosa fatta. A meno che non si svegli il popolo di internet, e non venga soffocato: oggi la tecnologia è a portata di tutti, in teoria tutti possono realizzare un capolavoro con poca spesa. Però questo è un altro discorso, per intanto prendo atto di quello che succede; poi chiudo e passo la parola.

Blowup (1966)

2 commenti:

Annarita ha detto...

Il tuo ragionamento è perfettamente condivisibile. Si può applicare anche alla letteratura e all'arte, non fa una grinza. il massimo che ci si possa spettare da un film, da un libro, da un'opera d'arte di qualsiasi genere è che rispecchi le emozioni e i sentimenti di chi li ha creati. Quanti fruitori e in qual modo poi vi si riconoscano è un altro discorso, che purtroppo spesso determina un immeritato insuccesso o un demeritato successo . Concordo con te, più ci sono varietà e fantasia, meglio è, fermo restando il diritto di ciascuno di gradire più una cosa rispetto a un'altra, il che significa non farci scivolare tutti verso l'appiattimento. Buona giornata.

Solimano ha detto...

Giuliano e Annarita, c'è un altro aspetto, oltre a quelli che avete giustamente sottolineato: la cultura è viva se in un certo modo sta sul confine, un piede dentro ed un piede fuori. Occorre esplorare abbastanza spesso anche quello che è fuori dalle nostre consuete certezze, così si possono confermare o nodificare. Non per ansia di nuovismo ma per curiosità, che, se c'è, diminuisce la fatica. Comunque uscire volutamente ed intelligentemente dal seminato richiede impegno. Faccio l'esempio della musica: lo sappiamo tutti che ci sono delle musiche bellissime che non piacciono ai primi ascolti, occorre proseguire per conoscere meglio. Ma è così per tutte le cose, per i film anzi è più facile farlo che per la letteratura, perché il coinvolgemento (o il non-coinvolgimento) è quasi immediato.

saludos
Solimano