sabato 1 settembre 2007

Il colore del melograno

Sayat Nova, di Sergei Parajanov (1968) Sceneggiatura: Poemi Sayat Nova, Sergej Parajanov Con Sofiko Chiaureli, Melkon Aleksanyan, Vilen Galstyan, Giorgi Gegechkori, Spartak Bagashvili, Medea Diaparidze (79 minuti) Musica: Tigran Mansuryan Fotografia: Suren Shakbazyan Rating IMDb: 7.6
Giuliano
Sayat-Nova è un poeta e un santo armeno. Il film si apre con una sua citazione: « L’uomo e la sua anima sono sofferenza ».
Per maggiore precisione, riporto qualche riga da un sito che si occupa di cose armene:
Sayat-Nova (c. 1712-1795) Arutin Sayat-Nova occupa un posto particolare nella storia della letteratura armena. Egli ha lasciato poesie in quattro lingue: in armeno, in georgiano, in turco dell'Azerbaygian nord-occidentale e in russo. In un canto addirittura alterna versi in armeno, in georgiano e in turco con dei versi in persiano. Anche la diversità delle esperienze da lui vissute — tessitore, viaggiatore, trovatore popolare, poeta e musicista di corte, padre di una numerosa famiglia, sacerdote, scriba, monaco e, infine, martire — lo rende una figura eccezionale.
Il regista Paradzhanov, georgiano di origini armene, percorre la storia di Sayat Nova da quand’era bambino fino alla maturità, e lo fa nello stesso modo che ho raccontato in “La fortezza di Suram”: per immagini. E sono immagini meravigliose, da rimanere incantati.
Questo film, così come tutti i film di Paradzhanov, dovrebbe essere vietato a chi non apprezza la grande pittura. La parola diventa secondaria, quasi non ci sono parole nei film di Paradzhanov.
Il fatto è che il cinema dell’autore armeno-georgiano (nato nel 1924) è un clamoroso anacronismo, un salto all’indietro ai tempi del muto, perfino ai trucchi di Georges Méliès: ma a colori, e con i mezzi moderni. Paradzhanov è un frammento di cinema muto in epoca sonora. Sembra già Paradzhanov, in “Intolerance” di David W. Griffith (1916), l’apparizione delle due colombe accanto alla fanciulla delle montagne, la guerriera-arciera che difende la fortezza (ormai morente, dopo l’ingresso di Ciro in Babilonia). D’altronde, si sa che Griffith (uno degli inventori del cinema così come lo concepiamo oggi) è stato davvero grande, al di là della sua importanza storica; ed è emozionante ancora oggi nelle sue cavalcate di guerrieri, babilonesi o americani che siano; e autori importanti come Kubrick hanno spiegato più volte che, nel passaggio dal muto al sonoro, qualcosa si è perso, e che la maggior parte dei film che vediamo si potrebbero seguire anche a occhi chiusi, o facendo
qualcos’altro, perché è il dialogo la parte principale – le parole, e non le immagini. Il cinema muto è davvero un altro mondo, un altro modo di pensare e non solo di vedere.Affascinato dal film, ho provato a fare una piccola ricerca in internet su Sayat-Nova, ma non è facile (c’è qualche armeno in ascolto che vuole intervenire?) e non ne ho ricavato molto. Ci vorrebbe più pazienza di quella che ho avuto io, e l’argomento sarebbe da approfondire – ma dovendo parlare soltanto di Paradzhanov l’argomento in sè assume minore importanza rispetto al lavoro del pittore – pardon, del regista. Così come ha poca importanza sapere se i rituali complessi che vediamo nel film sono veri o inventati (Tonino Guerra, che era suo amico, dice che molti erano inventati, molti ricostruiti a memoria, alcuni veri: ma nemmeno Paradzhanov sapeva più distinguerli). Non mi resta che concludere, e concludo così come avevo fatto con “La fortezza di Suram”: questo film è una festa per gli occhi, e anche per il cuore.

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