domenica 30 settembre 2007

Il segreto di Vera Drake

Vera Drake, di Mike Leigh (2004) Con Imelda Staunton,Richard Graham, Eddie Marsan, Alex Kelly, Daniel Mays, Philip Davis, Lesley Manville, Sally Hawkins, Simon Chandler, Peter Wight Musica: Andrew Dickson, Edward Elgar: "Salut d'amour" Fotografia: Dick Pope (125 minuti) Rating IMDb: 7.8
Solimano
Essere ignoranti qualche volta conviene. Non sapevo nulla di questo film, se non che era di Mike Leigh, un regista che prediligo. Così, alla biblioteca di Lissone mi sono trovato in mano il DVD e l'ho preso in prestito. Se ne avessi conosciuto la trama, non l'avrei fatto, ed avrei perso la visione di un film forse pari a "Segreti e bugie", sempre di Leigh, il film che da solo è la risposta a chi dice che il grande cinema è finito con gli anni Ottanta. Perché il tema è l'aborto, ed è un tema da cui cerco di sfuggire. Dopo aver visto il film, ho guardato in rete, ed ho trovato, fra molte recensioni laudative, alcuni commenti in cui, pur di non mostrare il disagio interiore, si mente in modo spudorato dicendo che il film è brutto, noioso, falso, recitato male. E ci può stare, in questi tempi in cui spesso la pietà e la comprensione sembrano assenti ai vertici della Chiesa (ma la recensione commossa e partecipe di Famiglia Cristiana è un segno in controtendenza), ma purtroppo c'è anche un altro atteggiamento, che analogamente non condivido: quello dell'aborto inteso come diritto civile, come segno di libertà, per cui si rimprovera a Leigh di aver fatto un film di passione e di compassione, invece di un bel film polemico e urlato.
L'aborto è un dramma, e so quello che mi costò la decisione di votare a favore della legge di legalizzazione dell'aborto al tempo del referendum, tanti anni fa, legge che alcuni vorrebbero oggi rivedere, forse perché di mezzo oggi ci vanno quasi sempre persone che non hanno cittadinanza italiana. Viene esercitato un tacito ecchissenefrega! poi magari si parla ipocritamente di volontariato: se un problema è presente non ci si può comportare come se fosse assente. Quel voto al referendum segnò per me il distacco dal mondo cattolico di cui avevo fatto parte convintamente per anni.

Nella Londra del 1950 si svolge la vita di Vera Drake (Imelda Staunton). Fa la domestica ad ore con scrupolo, e vive felicemente da ventisette anni col marito Stan (Philip Davis) e con i figli Ethel (Alex Kelly) e Syd (Daniel Mays). La vita è difficile, il cibo razionato, per questo è festa grande quando possono sedersi a tavola e mangiare con parenti ed amici. Vera provvede anche alla madre, che non è autosufficiente. Da molti anni svolge una attività che tiene segreta a tutti: aiuta ad abortire donne in difficoltà. Non prende soldi, lo fa perché ritiene giusto farlo, forse per una sua esperienza giovanile che il film appena adombra. Un po' di soldi, due sterline - ma Vera non lo sa - li prende invece una donna che le segnala i casi e gli indirizzi. Nell'Inghilterra del 1950 c'era una legge che permetteva di abortire a certe condizioni, ma occorrevano avvocati, medici, psicologi, più di cento sterline, ed il film mostra uno di questi casi: una ragazza borghese che è rimasta incinta in un rapporto forzato. E' un dramma anche per lei, ma basta seguire bene la filiera avvocato-medico-psicologo, raccontare storie su una zia matta ed il caso è risolto, le cento sterline sono il meno. Ma le clienti di Vera non possono fare così, ed il film ce ne mostra alcuni casi: la donna rimasta incinta mentre il marito è in Corea, la madre di sette figli che ha il marito privo di senso di responsabilità e non vuole l'ottavo, la ragazza nera che non sa come fare, quella che abortisce regolarmente come se fosse una piccola tassa periodica, la ragazza che non vuole il figlio mentre il suo ragazzo lo vorrebbe, ci sono quelle che si appoggiano a Vera e quelle che la trattano in modo sprezzante. Con tutte, Vera ha un atteggiamento analogo, cerca di tranquillizzarle e di dire che cosa succederà quando farà effetto l'acqua saponata che inserisce con una siringa. Va in giro munita di una valigetta che contiene quelle quattro o cinque cose che le servono. Solo che una delle ragazze si sente male, viene ricoverata d'urgenza, finisce che qualcuno fa il nome e la polizia si presenta alla casa di Vera mentre è in corso una festa: Ethel e Reg (Eddie Marsan) si sono finalmente fidanzati, e tutti ne sono contenti. Apprendono nel giro di un giorno o due di che cosa è accusata Vera, e gli atteggiamenti sono diversi, il marito le è subito accanto, il figlio Syd no, così anche fra i parenti e gli amici. Ma tutti saranno presenti in tribunale quando, poche settimane dopo, Vera sarà condannata a due anni e sei mesi di prigione, e le è andata anche bene che quella ragazza si sia salvata.
Ma Leigh non gioca la carta dell'incomprensione crudele da parte della legge e della polizia: l'ispettore (Peter Wight) fa il suo dovere con umanità. L'atteggiamento di Vera è semplice: ritiene di aver fatto quello che sentiva di dover fare, ma rispetta ugualmente la legge ed il tribunale in cui si trova. Nelle ultime scene la si vede, con l'uniforme da carcerata, dialogare in prigione con detenute che hanno fatto come lei, magari per soldi o con mezzi diversi dai suoi. Perché ha taciuto con tutti, compreso il marito ed i figli? Perché l'avrebbero convinta a smettere e lei non voleva.

A vederli all'inizio dei suoi film, gli attori e le attrici di Mike Leigh appaiono brutti, i volti non sono noti, sembra che li prenda dalla strada. Non è così: tutta la naturalezza, la verità - diciamola la parola giusta - delle persone dei film di Leigh è frutto di studio rigoroso e di attori o teatrali o della TV di completa professionalità e dedizione. Così per gli arredi, i vestiti, le strade, le automobili, tutto. Nessuno direbbe di questo film che è un film in costume, invece lo è, racconta una storia di quasi cinquant'anni prima. Leigh riesce, con un lavoro coerente, ad evitare sia la freddezza che gli effetti facili, porta man mano noi spettatori in uno stato di coinvolgimento e di commozione crescenti, che percepiamo col vederli sempre meno brutti e più veri, i suoi interpreti. Uno che non vede i suoi film non riuscirebbe mai a capire quello che si prova a guardare il volto di Imelda Staunton, o di Philip Davis o di Daniel Mays, si rimane persino straniti incontrandoli in film in cui fanno altri personaggi. Non condivido quello che si dice, che Mike Leigh fa film di vecchio stile: non esiste nei film a cui lo assomigliano una autenticità come la sua. Per ottenerla sa che deve fingere in modo completo: è rigore nell'arte, coerenza rappresentativa, non naturalismo imitativo. Non credo di conoscere altri registi che così pienamente riescano a sciogliere gli attori nei personaggi. Per riuscirci ha una sola strada: trovare attori ed attrici disposti a seguirlo spogli di orpelli e di facili compensazioni sceniche. Il fatto straordinario è che ci riesce: su un tema del genere sa trovare le risposte giuste, non polemiche né sentimentali ma solamente, semplicemente, umane. Non è simpatia la sua, come qualcuno ha detto in modo ammirato ma riduttivo, ma comprensione piena, fingere in modo completo per giungere alla verità.

11 commenti:

Giuliano ha detto...

Caro Solimano, leggendo quello che scrivi a proposito degli attori mi è venuta in mente una perfida battuta di Laurence Olivier ai tempi del “Maratoneta”, che ogni tanto torna sui giornali quando si parla del lavoro dell’attore (cioè sempre più raramente). La storiella è questa: Dustin Hoffmann deve interpretare il maratoneta, e per essere convincente si allena per davvero e fa lunghe corse per arrivare stanco e sudato nelle scene in cui serve. Laurence Olivier lo aspetta paziente, e intanto commenta: “... ma se invece imparasse a recitare?”.
Quanto a Mike Leigh e a tutto il resto, sottoscrivo. Leigh e Ken Loach hanno un grande pregio, che è quello di mostrare il mondo così come è. Ovvio che poi non piacciano o scandalizzino, ma la realtà mica la si può cambiare – è una vecchia polemica sul raccontare che risale, se non ricordo male, a Balzac e all’Ottocento; una discussione mai finita, sul fatto se sia lecito, dopo aver tanto divertito e intrattenuto, raccontare ogni tanto cosa succede per davvero nel mondo...

giulia ha detto...

Ho visto e rivisto questo film, un film molo vero che testimonia una realtà drammatica. Prima della legge dell'aborto molte donne morivano perchè non avevano i soldi per andare nelle cliniche private o in Svizzera. Io purtroppo ho conosciuto una donna che stava per morire eti asicuro che ora la retorica su "Noi siamo per la vita" mi disturba. Cero che non è una cosa bella botire e vorrei che se ne potesse fare a meno... Ma la realtà è sempre un'altra. Ciao e sempre i miei complimenti. Vi leggo sempre quando posso. Ciao Giulia

Solimano ha detto...

Giuliano, non condivido del tutto la battuta abbastanza perfida di Laurence Olivier. Mi sto convincendo che, quando si parla di recitazione nel cinema, i parametri usati normalmente per il teatro possono portare fuori strada.
Le ragioni sono tante, e me ne sto facendo una idea per il momento ancora abbastanza confusa, ma sono convinto che non è detto che un ottimo attore di teatro lo sia altrettanto nei film. La cosa sbagliata è la solita: fare classifiche, cosa che gli attori di teatro hanno sempre cercato di fare, col bel risultato di non dare al cinema quello che potevano.
Leigh e Loach sono piuttosto diversi, se debbo scegliere, io preferisco il rigore di Leigh, ma mi piacerebbe che in Italia ci fosse qualche regista che si impegni di più nei problemi che Loach porta nei suoi film.
Giulia, eh sì! C'è molta retorica e molta ipocrisia, sul tema dell'aborto. Soprattutto, non si vuole prendere atto del fatto che se una donna decide di abortire lo fa, che ci sia o non ci sia la legge, e non lo da generalmente a cuir leggero. Questo significa che, in assenza di legge, si creerebbe il privilegio di cui racconta il film: chi ha soldi provvede facilmente, chi non li ha è costretto ad arrangiarsi. Su questo, che è l'argomento chiave, preferiscono chiudere gli occhi, far finta che non esista.

saludos
Solimano

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