mercoledì 19 settembre 2007

Aguirre furore di Dio

Aguirre, der Zorn Gottes, di Werner Herzog (1972) Con Klaus Kinski, Helena Rojo, Del Negro, Ruy Guerra, Peter Berling, Cecilia Rivera, Daniel Ades Musica: Popol Vuh Fotografia: Thomas Mauch (100 minuti) Rating IMDb: 8.1
Giuliano
Siamo nel 1561, in America, al seguito di Pizarro. I conquistadores sono impegnati nella ricerca dell’Eldorado, ma Pizarro decide di abbandonare per il momento l’impresa, mandando però in esplorazione lungo il fiume quaranta uomini su una zattera, sotto la guida del nobile Ursùa e di Guzmàn, membro della famiglia reale. Il vice di Ursùa è Lope de Aguirre, cioè Klaus Kinski, che lo farà uccidere e prenderà il comando della spedizione: perchè Ursùa, accortosi delle grandi difficoltà dell’impresa, voleva tornare indietro e invece – è noto a tutti - Cortez conquistò il Messico disobbedendo all’ordine di ritirarsi. Della spedizione fanno parte anche due donne: la moglie di Ursùa, bella e forte, e la figlia quindicenne di Aguirre.
Sarebbe mai esistito un film come questo senza la faccia e la presenza fisica di Klaus Kinski? La domanda, così come per il successivo Fitzcarraldo, sorge spontanea. E’ il film che diede grande fama a Werner Herzog, ed è un film forte e folle, girato in posti impervi poco distanti da Macchu Picchu: ma all’epoca in cui fu girato il film il turismo non aveva ancora raggiunto queste zone, che erano intatte e favolose come quattrocento anni prima.
C’è una grandezza shakespeariana in Aguirre, una deformità non fisica ma solo suggerita, Aguirre somiglia molto a Macbeth, ma soprattutto a Riccardo III. Ma è facile vedere Shakespeare quasi in ogni scena (la deposizione di Ursùa, il personaggio di Guzmàn imperatore, i soldati come in Falstaff). Il processo a Ursùa sembra preso dalla Tempesta, e la crudeltà gratuita e grottesca delle due esecuzioni capitali rimanda al Tito Andronico.

E poi c’è la figlia di Aguirre, questa fanciulla quindicenne che attraversa tutto il film immutabile e perfetta, bellissima, senza sporcarsi (nemmeno una macchia di fango) e praticamente senza dire una parola, quasi una presenza angelica, stretta parente delle sue coetanee di “Picnic ad Hanging Rock”.
E un capitolo a parte meriterebbe la moglie di Ursùa, fiera e forte, che dopo la morte del marito scompare nella foresta; e di lei non si ha più traccia, ma si risparmia così la lunga agonia finale.
Ci sono molti personaggi gradevoli in questo film, tra i soldati (gli indios non si vedono mai, tranne due che sono gentilissimi ma fanno una brutta fine; colpiscono duro ma stando ben nascosti: non è di loro che si parla, ma della follia del potere e della violenza della conquista). Tra di loro, segnalo l’attore che interpreta il nero africano Okello, dal pizzetto elisabettiano: viene mandato contro gli indios perchè si pensa che la vista di un uomo nero possa spaventarli, e probabilmente si tratta di un fatto veramente successo.
La musica è del gruppo tedesco dei Popol Vuh, abituali collaboratori di Herzog in molti dei suoi film, e c’è anche un suonatore andino, decisamente spaventato da Aguirre.
Da antologia del cinema è la scena finale della follia di Aguirre, tutta dedicata a Klaus Kinski; ma qui c’è poco da parlare, non la si può descrivere e bisogna proprio andarsela a vedere.

5 commenti:

giulia ha detto...

Il vostro blog mi ha dato la spinta e il desiderio di rivedere molti film, i tornare indietro per conoscere il cinema senza rincorrere solo ciò che offremil momento. Per questo vi ringrazio. Giulia

Giuliano ha detto...

Cara Giulia, il problema è che io queste notizie le trovavo facilmente sui quotidiani, e anche in tv: il fatto che oggi siamo ridotti a farle passare quasi soltanto sui blog, per di più sul nostro che è gestito da due dilettanti (penso che Solimano non si arrabbi se lo metto nella mia stessa categoria) dà la misura dei guasti prodotti da un certo modo di fare tv e “cultura”. La critica musicale, teatrale, letteraria negli ultimi vent’anni ha subito questo destino: o è stata cancellata senza essere sostituita, o è stata rimpiazzata con veri e propri spot mascherati. Io mi ricordo di Giovanni Raboni, che sul Corriere della Sera scriveva critiche teatrali molto personali e che non sempre condividevo, e che facevano arrabbiare parecchio attori e registi: ma, caspita, erano critiche vere, e quello di Raboni era sempre un parere con cui confrontarsi – magari per buttarlo via, ma sempre utile e mai improvvisato.
La settimana scorsa su Repubblica ho letto un’intervista a Uto Ughi, che è uno dei maggiori violinisti degli ultimi 50 anni. Dice che la colpa è tutta del ’68, e mette sullo stesso piano questo e quello: tutti colpevoli di incuria verso la Cultura. Ho il massimo rispetto per Ughi, ma quando leggo questi pareri non credo ai miei occhi: dal ’68 sono passati quarant’anni! E’ come dar la colpa alla Rivoluzione Francese, o alla Breccia di Porta Pia. E’ vero che io c’ero (ero piccolino), ed è vero che anche Ughi c’era e ha molte cose da raccontare: ma, santo cielo, quarant’anni...
La verità è un pochino più variegata, e soprattutto ci si dimentica che in anni più recenti abbiamo avuto un’altra rivoluzione: la nascita delle radio e delle tv libere. E’ su queste cose che bisognerebbe aprire il dibattito e - se posso essere più esplicito, anche se so che Ughi non mi legge – a Prodi si possono rinfacciare mancati investimenti per la Cultura negli anni in cui è stato premier, e mi sta bene; ma l’altro signore, quello per cui ha votato Ughi, è responsabile di almeno vent’anni di “politica culturale”, dalla quale stiamo uscendo solo adesso (i sedicenni oggi guardano Sky e usano internet). Per il futuro vedremo, ma l’Italia di oggi è figlia di Berlusconi e di Canale 5, molto più che dei capelloni del vecchio 1968.
Saluti carissimi, e scusa per l’articolone di fondo che mi è uscito...

Gabriella ha detto...

Domenica scorsa guardavo in TV su RaiTre assieme a mio figlio una commedia di Eduardo De Filippo ("Il sindaco del rione Sanità"). Mio figlio ha "scoperto" il teatro di Eduardo con questa serie TV e si è appassionato, adesso non perde una trasmissione e ormai ne sa molto più di me. Alla fine, commentando, io gli dicevo "ma perchè caspita la Rai non tira fuori tutto il Pirandello, il Cechov e tutto il bendiddio di teatro che ha negli archivi? Le trasmettessero anche di mattina, anche all'orario dei vampiri, ma insomma almeno le farebbero vedere, quelle meraviglie. A te non piacerebbe, vedere Pirandello, Sofocle recitato dai migliori attori di teatro degli anni 60-70?". E mi ha risposto che si, gli piacerebbe un sacco, gli piacerebbe. Ed ha aggiunto che siamo stati fortunati, noi, a poter vedere quelle cose...
Spero di non essere andata OT ma non ho resistito (smile)

Giuliano ha detto...

Cara Gabriella, pensa che per puro caso sono finito alle 20 su Rai Educational (digitale terrestre, o forse marziano) e ho visto una cosa che cercavo da vent'anni: un'intervista a Tadeusz Kantor, con spezzoni dai suoi spettacoli.
Io non chiedo nemmeno che siano trasmessi, vorrei che fossero reperibili. Non si ha nemmeno un'idea della montagna di cose belle che sono state accuratamente seppellite... (per esempio non esiste in commercio il Macbeth diretto da Abbado con regia di Strehler: una vera vergogna, e non ditemi che c'è you tube, sono contento ma quello è un po' un ripiego).

Solimano ha detto...

Giuliano, certo che siamo dei dilettanti! E' una parola che viene da diletto, e comunque cerchiamo sempre di informarci prima di scrivere certe cose, se non ci riusciamo non ne scriviamo.
Però, il problema è che ci sono dei professionisti che sono troppo poco dilettanti, presi come sono da certe priorità non tutte commendevoli, tipo ad esempio il piacere sempre e comunque a quelli che hanno in mano le chiavi del loro futuro. A ciò si aggiunga che ce ne sono che le cercano tutte pur di tener lontani quelli che non chiederebbero di meglio che di essere acculturati. Non scrivo per moralismo, ma perché nei paesi veramente civili non succede così: più si sa più si cerca di informare chi non sa, e potrei fare tanti esempi. E' un grave problema che spiega perché in Italia non c'è pubblico per certi film, tipo Heimat, i film dalla Austen, il Cyrano di Rappeneau etc...

saludos
Solimano