giovedì 27 settembre 2007

Io non sono qui

I'm not there, di Todd Haynes (2007) Sceneggiatura di Tod Haynes, Oren Moverman Con Christian Bale, Cate Blanchett, Marcus Carl Franklin, Richard Gere, Heath Ledger, Ben Whishaw, Charlotte Gainsbourg, Julianne Moore Fotografia: Edward Lachman (135 minuti) Rating IMDb: 8.6
Giuliano
All’inizio del film, Bob Dylan è un tredicenne nero, che viaggia sui vagoni come un vagabondo degli anni ’30 e dice di chiamarsi Woody Guthrie. Poi è un giovane bianco, sui vent’anni, che dice di chiamarsi Arthur Rimbaud. E infine, dopo una mezz’ora abbondante, è interpretato da una giovane donna che gli somiglia in modo impressionante; ed è a questo punto che ho smesso di chiedermi cosa volesse fare il regista, e ad amare questo film.
La giovane donna che interpreta Bob Dylan in questo modo miracoloso è Cate Blanchett, ed è una di quelle interpretazioni da non perdere assolutamente. Sembrerà strano che sia una donna ad essere, alla fine, quella che più somiglia a Dylan: ma se prendete le foto di Dylan negli anni ’60 troverete molto di femminile nella sua figura, molto esile, e del resto anche nella sua voce ci sono toni femminili. E Cate Blanchett è bravissima nel prendere questo lato femminile del personaggio e usarlo per la sua interpretazione. Va da sè che la Blanchett rimane sempre se stessa, soprattutto nei primi piani, e che il trucco è scopertissimo: ma è così per tutto il film, anche con gli altri attori, ed è questa la chiave narrativa scelta da Todd Haynes per raccontarci Dylan.

E a questo punto devo parlare dei difetti del film, che sono pochi ma importanti: questo è un film per iniziati, e gli altri rischiano di non capirci nulla, perché tutto qui è raccontato per allusioni e per indizi. Un metodo molto poetico, che dà risultati di grande bellezza, ma per questo film sarebbero necessarie le note a piè di pagina, e non è che sia il massimo della vita, per uno spettatore. Oltretutto, io non sono un fan di Dylan. Dylan non mi appartiene molto, in parte per ragioni anagrafiche, in parte perché Dylan non mi ha mai chiamato: e si sa che bisogna essere chiamati, con il nostro nome, per amare veramente qualcuno – uomo o donna o scrittore che sia. Mi sono perciò arrangiato con quel che sapevo: moltissime cose mi sono rimaste oscure, e continuo a chiedermi se Dylan abbia mai avuto una moglie francese (la interpreta Charlotte Gainsbourg, ed è un’interpretazione notevole), al momento non lo so e non so nemmeno se ci farò sopra una ricerca. Però so dello spaventoso incidente di moto, nei primi anni ’60, dal quale uscì bene ma solo dopo una lunga degenza, e che gli cambiò la vita; e so anche delle polemiche che seguirono il suo abbandono del folk puro e semplice, il passaggio dalla chitarra acustica a quella elettrica, con rock band al seguito, che gli fece dare del traditore e del venduto (venduto al commercio: secondo i fans di Woody Guthrie, Dylan aveva scelto la via più facile e redditizia – e probabilmente è vero). La ricostruzione degli eventi degli anni ’60 è ottima e istruttiva, ma chissà quanti si ricordano di Johnson e delle Black Panthers. E, quando nella seconda metà del film si vede un grosso ragno peloso passare sullo schermo, posso dirvi che è un riferimento al libro scritto da Bob Dylan negli anni ’60 e che si intitola, per l’appunto, “Tarantola”.
Detto questo, il film si apre con dei paesaggi meravigliosi, di quelli che aprono l’anima: paesaggi di campagna, con gialli e verdi molto caldi (il giallo dell’estate piena, ormai verso l’autunno, ma ancora con tanto verde intorno), i treni sono una meraviglia, e il sapore di vecchio West emerge finalmente nella seconda metà del film, con l’apparizione di Richard Gere.
Richard Gere è un altro dei motivi per i quali questo film è da non perdere. Come Kate Blanchett, Gere è semplicemente meraviglioso. Con gli anni, invecchiando, sta diventando sempre più bravo; e non era così scontato. Il tono western, quello del ricordo, è giustificato da “Pat Garrett and Billy the Kid”, il film di Sam Peckinpah che ebbe Dylan fra i suoi interpreti (in un ruolo minore), e per il quale Dylan scrisse una colonna sonora molto bella, compresa la famosa “Knockin’ on heaven’s door”.
A me personalmente, passato lo sconcerto iniziale, è piaciuta molto l’idea di far interpretare Dylan da attori diversi, e con nomi diversi, a seconda del passare del tempo. Non è solo Dylan che avrebbe bisogno di un simile trattamento, anche noi siamo diversi da come eravamo a tredici, a ventidue, o a trent’anni; e questo è forse quello che ci vuol dire Todd Haynes. E, per finire, consiglio a tutti la colonna sonora: le canzoni sono scelte molto bene, e non sono tutte interpretate da Dylan – il che per me è un vantaggio, perché non ho mai amato la sua voce. (Vi raccomando l’ultima sui titoli di coda, appunto “Knockin’ on heaven’s door”, interpretata finalmente da un cantante degno di questo nome).

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Anche a me Dylan non ha mai attizzato molto, soprattutto per come usò e buttò la J. Baez per emergere dal guano iniziale. Musicalmente poi non vedo un grande elenco di pezzi da ricordare, eccezion fatta per quei cinque o sei masterpieces che sono scritti nella storia, promo tra tutti "like a rolling stone".

Ma Bob rappresentò un epoca con molte sfaccettature, ancora più dei Beatles che maturarono artisticamente proprio guardando a lui. Giusta quindi l'ottica di farlo interpretare da soggetti diversi.

Detto questo, io il film non l'ho ancora visto - :P eheheh - ma dopo questa recensione penso che una puntatina con mujera al cinema a vederlo ce la farò senz'altro!

Brian

Giuliano ha detto...

Dear Brian, io invece la penso quasi esattamente come quel tizio che vorrebbe tranciare i cavi elettrici con l'accetta (se vai a vedere il film, è più o meno a metà).
Preferisco Woody Guthrie, Pete Seeger, Ewan MacColl, e quei magnifici semper ciòkk dei Dubliners: però ha anche ragione la signora che, all'inizio, dice al piccolo Dylan vestì de negher "canta del tuo tempo".
Però io sono del '58, il primo disco di Dylan che ho avuto fra le mani è stato "Before the flood", del 1972: già tutto rock, compresa Konockin' on heaven's door.
salutoni dalla bassa comasca
Giuliano
PS: ho ancora tutto di Tim Buckley e di Nick Drake, e li ascolto sempre anche dopo 30 anni. E poi Robert Johnson, ma qui si corre giù fino agli anni '30...

Solimano ha detto...

Io so poco. So che a me piaceva molto Joan Baez a che Bob Dylan me l'ha portata via proprio sul più bello. Sigh!

saludos
Solimano

Giuliano ha detto...

“Love calls you, by your name” è una canzone di Leonard Cohen, circa 1970: l’ho citata nel post ed era un mio piccolo giochino nascosto. (E’ in “Songs of love and hate”).
Anche per Cohen, come per Dylan, mi succede la stessa cosa: se provo a leggere i testi ne capisco sì e no un terzo. Non so, forse ad essere di madre lingua inglese ci si capisce di più: ma è difficile star dietro ai pensieri di Dylan, sembra che metta giù le prime parole che gli vengono in mente – purché reggano il ritmo, va bene tutto. Forse neanche lui si ricorda più di che cosa aveva voluto dire, dieci minuti dopo... Per me è troppo complicato, e quando c’è la spiegazione la cosa peggiora: “Mr. Tambourine Man” mi piaceva moltissimo, poi ho letto che si riferiva a un tizio che si procurava da vivere in modo discutibile, e da allora la ascolto un po’ malvolentieri.
La stessa cosa non mi capita con altri, ho letto poeti anche difficili e ho provato a decifrare altre canzoni americane, spesso i testi sono belli. Ogni anno di questo periodo c’è qualcuno che candida Dylan al Nobel per la letteratura, a dire il vero mi sembra un po’ eccessivo. Ha scritto canzoni bellissime, ma non è stato l’unico...