martedì 29 maggio 2007

Pulp Fiction (1)

Pulp Fiction di Quentin Tarantino (1994) Sceneggiatura di Quentin Tarantino, Roger Avary Con Tim Roth, John Travolta, Amanda Plummer, Eric Stoltz, Bruce Willis, Ving Rhames, Maria de Medeiros, Rosanna Arquette, Peter Greene, Uma Thurman, Duane Whitaker, Steve Buscemi, Quentin Tarantino, Harvey Keitel Musica: un elenco di canzoni che non finisce più, guardatele sotto soundtrack in IMDb Fotografia: Andrzej Sekula (154 minuti) Rating IMDb: 8.8
Solimano
Su Pulp Fiction ce n'è da dire, per me e per altri, quindi segno fin da ora che è la prima puntata.
Ho tanti motivi per amare questo film, quello in me prevalente lo espressi a suo tempo in un post che sembrava parlare di tutt'altro, ma addussi Pulp Fiction come esempio positivo dei miei convincimenti. Fra le reazioni ce ne furono due notevoli. Uno con cui ero in corrispondenza, dedusse dal post che stavo diventando matto e mi scongiurò di curarmi fin che ero in tempo, un altro mi fece lodi forse eccessive, e giunse ad una conclusione tutta sua: Pulp Fiction bandiera dei cattivi apparenti (in realtà buoni) e La vita è bella di Benigni all'opposto, bandiera dei buoni apparenti (in realtà cattivi). Un discorso piuttosto intrigante, ma non banale. Ecco il mio post, scritto volutamente con fastidiosa aulicità:
"Questo porta l'attuale stagione, prima in cultura che in politica, prima in morale che in cultura. Gli è che il corpaccione comatoso del Romanticismo (maiuscolo, prego!), in tale stato almanco dal 1897, anno della dipartita di Johannes Brahms, grande sibbene ultimo, gli è che tale corpaccione continua ad ammorbare l'aria co' suoi pestilenziali effluvii. I lodevoli sforzi di tanti medici pietosi rivolti ad una rapida e dolce fine non sono bastati. Proust, Stravinsky ed Einstein, Wittgenstein e Bartok, Musil e Russell (da giovane) e Joyce fra i tanti. Ma stregoni e sciamani invigilano al perdurare del corpaccione, pronti, in caso di decesso, ad imbalsamazioni o modernizzanti clonazioni (pecora Dolly, pure lei maiuscola!): Freud e Jung (almanco sublimi ciarlatani), Heidegger, Mann giù giù insino a' nostri Croce, D'Annunzio, Pirandello, Pavese, Pasolini e ancora più giù Malaparte, Milani il Don, Fallaci. Pochi e non amati i medici italici: Gadda, Montale, Svevo, Calvino su tutti. Attrezzi de' medici: telescopio, microscopio, lente e tant'altri disegnati su misura delli obietti osservati. Attrezzi degli stregoni: uno solo, lo specchio in cui si rimirano in millanta pose convenevoli e non. Continueranno a vincere gli stregoni, armati di Sindone e di Amelie, di TV deficiente e, soprattutto, di Amore (maiuscolo, prego!), specie verso sé stessi ed i lontani: i vicini sono invece contemnendi. L'altra sera ho rivisto, per l'ennesima volta, Pulp Fiction, recente e maravigliosa bandiera de' medici pietosi. Un mondo in cui, per chiamare le cose con verità ingenua, non si affonda nel limo puteolente de' menzogneri sentimenti, menzogneri anzitutto con sé stessi. Puteolente, il limo, sibbene cosparso di tonnellate di profumi forniti dalle più riputate ditte, che in ciò trovano una qualche convenienza. Una domanda, infine: ma il Giovanni Sebastiano, le ragioni, le passioni, i sentimenti, li sapeva esprimere? Lasciò questo pianeta nel 1750, ben prima che Jean-Jacques Rousseau principiasse la plurisecolare frescaccia degli odiatori delle matematiche, che hanno trasformato i lumi in candele, e relativo waltzer".

7 commenti:

habanera ha detto...

Bah! Non so perchè non ho mai avuto voglia di vedere questo film... Probabilmente ne ho letto qualcosa che mi ha fatto decidere che non mi sarebbe piaciuto. Se proprio insisti, e dal tuo incipit ho tutta l' impressione che insisterai su questo film, lo vedrò.
Ce l' ho lì, a portata di mano, in una videocassetta entrata in casa non so più per quale misteriosa ragione, forse come allegato
di qualche quotidiano. E' ancora intonsa, gelosamente custodita nel suo involucro di cellophane trasparente. Mi sa che è venuto il momento di lacerare l' involucro e vedere che cosa nasconde. Mi hai incuriosita.

Saluti e pop corn
habanera

Roby ha detto...

Habanera, anche a me è successa la stessa cosa. Qualcosa che ho letto... qualcosa che mi hanno detto... Sicuramente, quello che da questo film in poi si è chiamato "genere pulp" NON E' per niente il MIO genere preferito!!!
Comunque è vero, Solimano con il suo aulico post incuriosisce e intriga da par suo...

Baci&abbracci

Roby

Manuela ha detto...

Boh, non ho capito proprio tutto quello che scrive Solimano.
Comunque ho visto i primi 15 minuti di Pulp Fiction, spintonata da mia figlia per la quale Tarantino è un cult... e ne ho avuto abbastanza.
Preferisco i cattivi veri.

Solimano ha detto...

Questo è un bel caso, tre donne che per un motivo o per l'altro non hanno visto Pulp Fiction.
Ma basta guardare IMDb e si spiega tutto. I votanti sono una enermità, 220.000, ma è diverso il voto dei maschi e quello delle femmine: 9.0 i maschi e 8.2 le femmine, che è una bella differenza che c'è per tutte le fasce d'età. Un po' meno nella fascia fra 18 e 29 anni, anche questo è interessante.
Venendo al fim, vi avverto di una cosa importante: in realtà non è un film sanguinolento (anche se il sugo di pomodoro si usa a tonnellate), non è un thriller, non è un noir, è soprattutto un film che fa ridere e sorridere, e poi fa pensare senza strani tiramenti. Ironia ed autoironia a gogò, con una demolizione sitematica di tutte le retoriche possibili e immaginabili, Tarantino le smonta proprio facendole vedere in azione.
Poi ci sono Uma Thurman, Rosanna Arquette e Maria de Medeiros, che sono tre buonissimi motivi che condivido solo con qualche decina di milioni di maschietti, ma del buono c'è anche per coi: John Travolta, sebbene un po' segnato dall'età, e soprattutto Harvey Keitel, nel film fa il risolutore di problemi, e tante donne, ad uno come è nel film gli viene voglia di dirgli: "Caro Harvey, io avrei un problema da risolvere..."
"Son qui per questo", direbbe Harvey, stateci attente, io vi ho avvertite.

saludos
Solimano

Giuliano ha detto...

Per Solimano: riesci a trovare la storica stroncatura di Kezich (era Kezich?) quando uscì il film? Sarebbe interessante rileggerla.

Solimano ha detto...

Giuliano, ecquequà... ma... ma... sei sicuro che sia una stroncatura?

Tullio Kezich sul Corriere della Sera, 2 novembre 1994:
"Che Quentin Tarantino non sia un’invenzione di noi europei, inguaribili «americani immaginari», lo provano gli incassi di Pulp Fiction in Usa, dove la «ensemble dark comedy» (come la definisce «Variety») ha rastrellato nelle prime due settimane quasi 25 milioni di dollari. A differenza di un’altra recente Palma d’oro made in Hollywood, Barton Fink dei fratelli Coen, stavolta la bomba primaverile di Cannes ha un discreto riverbero sul botteghino. Trentun anni, attore comprimario, sceneggiatore ormai celebre (Assassini nati), regista del «kammerspiel» al sangue Le jene, Tarantino vanta un bel mento prognato alla Dick Tracy. Di lui «Libération» ha scritto: «Dà un leggero coup de vieux a David Lynch e Abel Ferrara». Soprattutto Tarantino è uno che ha voglia di divertirsi: l’estate scorsa alla retrospettiva locarnese di Jerry Lewis rideva più forte di tutti; e quando mi capitò di regalargli una maglietta di Tintin, se la infilò subito.
Il tutto per farvi intendere con che spirito bisogna andare a vedere Pulp Fiction, che fin dal titolo allusivo al genere del räcconto poliziesco stile Black Mask, si annuncia per ciò che è: un grottesco sopra le righe, ultrachiacchierato con umorismo e bollito sodo alla Bogart; ovvero un’ibridazione fra il «city gangster movie», la comic stripe e il teatro della minaccia. Insomma, come sentenzia «Première» polemizzando con censori e psicologi-squillo: «È cinema, nient’altro che cinema».
Nel prologo Amanda Plummer e Tim Roth, emuli imbranati di Bonnie & Clyde, meditano un colpo in uno snack... Ma il film fa un passo indietro per presentarci i protagonisti, la coppia di sicari costituita da John Travolta e dal nero Samuel L. Jackson, che alle 7 di mattina parlando di scemenze vanno in macchina a uccidere due tizi come si va in ufficio; e compiuta l’operazione si trascinano dietro un negretto in ostaggio. Nel primo episodio Bruce Willis, pugile al lumicino, vende l’incontro al boss Ving Rhames; e intanto Travolta riceve l’ordine di accompagnare a cena Uma Thurman viziosa pupa del capo. Accade così che al «Jackrabbitt Smith’s», una specie di museo vivente delle cere, la strana coppia vince un trofeo di ballo (gustosa l’allusione a La febbre del sabato sera), ma nel tornare a casa la ragazza strafatta di droga sta per morire. Trasportata in casa dello spacciatore Eric Stolz, viene salvata con un’iniezione al cuore.
Il secondo episodio inizia con Willis che ricorda quando il fiero militare Christopher Walken gli riportò dal Vietnam l’orologio d’oro del padre caduto, conservato gelosamente negli anni di prigionia ficcandoselo nel sedere. In un rigurgito di orgoglio, infrangendo il patto con i gangster, il pugile uccide il suo avversario sul ring e dopo essersi rifugiato dalla sua compagna, Maria de Medeiros, scopre di aver dimenticato proprio il prezioso orologio. Torna di corsa nel suo appartamento, dove uccide Travolta che aspettandolo al varco era andato un momento al cesso. Inseguito da Rhames in persona, Willis finisce con lui nel negozio di uno strozzino pervertito, che dopo averli intrappolati si prepara a sodomizzarli; ma il pugile riesce a farsi giustizia brandendo una spada da samurai.
Nel terzo capitolo, che si svolge prima del secondo perché Travolta vi compare ancora vivo, i due killer fuggendo in macchina dal luogo del delitto sparano in testa per sbaglio al negretto che hanno portato con sé. Lo scaricano da Tarantino, allarmatissimo nel vedersi arrivare nel giardino una macchina insanguinata e un cadavere; ed ecco che sopravviene lo snob Harvey Keitel, impeccabile sistematore di situazioni incresciose. Alla fine ci ritroviamo nello snack del prologo, dove tocca proprio a Travolta e Jackson sistemare i malcapitati rapinatori del prologo.
Pulp Fiction (153 minuti, ma la lunghezza non si sente) è un «nonsense» della malavita, un grande obitorio della risata attraversato da bulli e pupe incarnati da una dozzina di attori in stato di grazia. Nell’impegno di prendere in giro i luoghi comuni del genere, il regista sparge vernice rossa senza risparmio; e quel colore allude amaramente, tra uno sghignazzo e l’altro, alla macelleria della cronaca quotidiana".

Giuliano ha detto...

Mi sa che allora non era Kezich...