domenica 6 maggio 2007

Madame Bovary

Madame Bovary di Claude Chabrol (1991) Dal romanzo di Gustave Flaubert Sceneggiatura di Claude Chabrol Con Isabelle Huppert, Jean-François Balmer, Cristophe Malavoy, Jean Yanne, Lucas Belvaux, Christiane Minazzoli, Jean-Louis Moury Musica: Jean-Michel Bernard, Matthieu Chabrol, Maurice Coignard e Donizetti, Scarlatti, Johann Strauss jr Fotografia: Jean Rabier (140 minuti) Rating IMDb: 6.7
Solimano
Una cosa bella nel cinema è che alla fine possono aver ragione tutti. Me la sono presa con i registi della nouvelle vague che accusavano il loro predecessori di fare le cinema de papa, ed eccomi a scrivere di uno che alla nouvelle vague ha partecipato e che ancora oggi, dopo più di quarant'anni, continua a girare dei film quasi sempre ottimi: Claude Chabrol. Di quelli usciti da quel gruppo solo verso uno ho molta diffidenza, anche se non sempre: Godard. Ma Truffaut, Resnais, Rohmer, Malle hanno dimostrato di avere il fiato lungo. Chabrol è probabilmente il più fecondo e quando seppi che avrebbe girato un film tratto da Madame Bovary mi meravigliai, perché ritenevo non avesse bisogno di rischiare, visto che da anni aveva le sue storie preferite che sembravano un filone inesauribile. Ma Chabrol è lucido e saggio, dall’impresa è uscito bene, anche se ci ho messo un po’ di tempo a capirlo.

Il film l’ho visto due volte, arrivando a conclusioni diverse. La prima volta ammirai la fedeltà al testo di Flaubert e la costruzione diligente dei personaggi e dei posti, ma di una ammirazione fredda, come se fosse un libro con le figure. La seconda volta, che è stata molto recente, ho capito meglio quello che aveva voluto Chabrol: nel rispetto assoluto del libro inserire i centotrentacinque anni che erano trascorsi. Va ricordato che Flaubert pubblicò Madame Bovary molto presto, nel 1856, mentre I Miserabili sono stati pubblicati nel 1862, Anna Karenina addirittura nel 1877, più di vent’anni dopo, e sono due libri che sembrano culturalmente precedenti. Chabrol è fedele a Flaubert non per timore di esporsi o per eccesso di rispetto, gli è fedele perché lo condivide. Difatti, in tutti i suoi film ci sono storie d’amore, ma quale amore è, ci si chiede alla fine. In genere si tratta di amore cattivo o di amore utopico, o tutte e due le cose assieme. Però sempre lì torna, perché sa che c’è una irresistibile pulsione negli uomini e nelle donne a ricascarci, commettendo errori apparentemente nuovi, ma che poi sono sempre i soliti, che portano infine all’amarezza della delusione, ben che vada a una ironia un po’ turbata.
Che testo poteva essere corrispondente a Chabrol più di Madame Bovary? Nessuno, e ci si aggiunge che l’occhio con cui guarda Chabrol è lo stesso di Flaubert, disattaccato e senza cadute sentimentali, che sarebbero incoerenti alla loro visione di vita. Solo che durante il film è successo un imprevisto: Claude Chabrol ed Isabelle Huppert di sono innamorati ambedue del personaggio di Emma Bovary, che è scappato dalle mani di Flaubert per rifugiarsi nelle loro. Dopo il fallimento dell’operazione che il dottor Charles Bovary compie al garzone affetto da piè caprino, episodio che costitiuisce lo spartiacque, perché Emma da allora disprezza Charles, c’è una mezz’ora di film splendida di abiti, di sorrisi, di viaggi, di vento. Emma ha deciso di prendere nelle sue mani la vita e di sottrarsi alla noia di Thionville, diviene determinata e decisa, non le importa nulla di spendere e di indebitarsi col losco Lheureux.

La sua diventa una vita quasi picaresca, Isabelle Huppert è sfolgorante, finalmente non più vestita solo di decoro campagnolo. Non è una vita felice la sua, però è una vita desiderante, in cui ha sempre di fronte un obiettivo, e la relazione con Léon, compresa la celebre carrozza in giro per le strade di Rouen sembra quasi un lieto fine. Noi sappiamo che non è così, e Chabrol non ci risparmia nulla dell’affannoso trapestìo di Emma alla ricerca dei soldi da dare all’usuraio, neppure la scena in cui penetra nella farmacia per sottrarre l’arsenico e l’agonia sarà lunga. Tutto come da aspettative, il bovarismo è una malattia dello spirito, ma gli altri, come sono gli altri? Almeno Emma continuamente si pone delle aspettative che non conseguirà, ma sembra di un altro mondo rispetto alle cautelose abitudini che la circondano, compreso Charles Bovary, così buono, così appiccicoso, prevedibile, debole. E se fosse, pensavo alla fine del film - la seconda volta - che una modica quantità di bovarismo non serva proprio per vivere meglio? Quanti ne vediamo, nelle nostre città, identici agli abitanti di Thionville; essere diversi sarà un rischio, ma oggi è l’unica strada, come lo era nel 1856, forse per questo Flaubert diceva: “Madame Bovary c’est moi”.

8 commenti:

isabella guarini ha detto...

blogbook
Solimano, Bovary siamo noi, può essere vero. Ma la signora di cui ci parla Flaubert è una antesignana del consumismo che rovina la libertà per cui si trasgredisce. Non sono se riesco a chiarire, prima a me stessa
l'idea che mi circola nella mente, ogni qual volta si discute di liberalizzazione della donna. Bovary per sfugghire al tran tran della quotidinità e a un marito normale, diviene vittima, se non schiava, di usurai. Che piacere ci può essere in una situazione del genere? Sì, un piacere effimero che avvelena! Ma ne vale la pena? Con Flaubert siamo alla concezione della donna libera, solo per gli amori e il lusso, pagato da un marito, mite lavoratore, o da usurai. Ma sempre di uomini si tratta. Non ci siamo per l'emancipazione della donna attraverso il proprio lavoro, la cultura, l'arte e, men che mai, il potere politico.

Solimano ha detto...

Isabella, ce ne sarebbe da dire sul tuo commento! Preferisco stare sulla palla Flaubert-Chabrol, se no mi dilungo al di là del convenevole. Flaubert pubblica nel 1856, che poteva fare allora, una come Emma? Stare in casa accudendola, seguire la figlia, il marito, leggere qualche libro, suonare il pianoforte, ricamare, dipingere, vestirsi bene, guidare/comandare la cameriera, il cocchiere, la cuoca, tenere un salotto, fare del bene in parrocchia. E ce ne sarebbero tante altre, tutte cose di per sé belle e magari gratificanti. Solo che come lavoro proprio zero, come amicizie zero, come amori zero. Niente ingegneri, architetti, medici, matematici, politici, filosofi, al massimo qualche poesia sull'autunno o sulle pecorelle. Chiesero a Vittorio Gassman in una intervista di quelle buone, che si facevano trent'anni fa, quali fossero i valori per lui preminenti nella quotidianità, rispose: "Amore e lavoro, la cultura molto dopo". E Gassman era uno colto, non un facilone. Tu dici Emma, ma li hai visti gli altri nel libro e nel film: il marito, Rodolphe, Leon, Homais, Lhereux, il prete?
Una gabbia, da cui Emma cerca di uscire, sbagliando, come no, ma nella gabbia non ci si sta bene.
Stessa storia con Anna Karenina (scritto vent'anni dopo!): Tolstoj mi gratifica di più come lettore, ma è sbalorditiva la chiarezza di Flaubert nel capire che esisteva un enorme problema, la condizione femminile, e il motivo vero per cui lo portarono in tribunale non erano gli adulteri o la carrozza in giro per Rouen, era che entrava a gamba tesa nella realtà. Ce ne stanno di adulteri in Balzac! Però davano meno fastidio, come non dava fastidio un bel nudo mitologico magari eroticissimo, ma l'Olympia e Le Dejeuner sur l'herbe offendevano il pudore.

saludos
Solimano

Roby ha detto...

Sono divisa: da una parte sto con Isabella, dall'altra con Solimano. Che fare? Nel dubbio, sospendo il giudizio, per dire solamente che ho amato con tutte le mie forze il libro di Flaubert (come molte altre cose sue), letto quasi per sbaglio durante un'atroce, noiosissima vacanza al mare di circa 20 anni fa, in compagnia di parenti con i quali non mi trovavo affatto. Con Emma Bovary, invece, stavo benissimo, e più leggevo, più partecipavo a quella commedia tragica che è la sua vita. Fosse vissuta nel XXI secolo, Emma avrebbe rincorso invano il miraggio dei reality show o del lavoro da velina, finendo probabilmente nelle mani del Lele Mora o del Fabrizio Corona di turno, per poi trovarsi bersagliata dai giornalisti davanti ai cancelli del tribunale: ma volete mettere, al confronto, l'emozione di un tumultuoso incontro in carrozza, o la drammaticità di una boccetta d'arsenico vuotata in silenzio, quando tutto è ormai perduto? La storia di Emma, trasportata ai giorni nostri, sarebbe finita con la protagonista che -guardandosi bene dal suicidarsi- guadagna un sacco di soldi vendendo le sue memorie ad un settimanale scandalistico, facendo l'ospite fissa da Cucuzza e la "tronista" dalla De Filippi. "O tempora...", ecc. ecc.

Roby

NB: le informazioni di seconda mano su gossip e programmi televisivi odierni mi derivano -ci tengo a precisarlo- dall'assidua frequentazione di questi ultimi da parte di colleghe, parenti anziane e, ahimè, figliola scriteriata. "Unicuique suum..." ecc. ecc.

gabrilu ha detto...

Per capire quello che Flaubert pensava del personaggio di Madame Bovary è fondamentale leggere l'epistolario.
Solo due piccoli assaggini:

"La Bovary [...] sarà stata per me un eccellente esercizio [...] Fatico tanto a scrivere questo libro. Devo fare grandi sforzi per immaginare i miei personaggi, e poi per farli parlare, perchè mi ripugnano profondamente" (Lettera a Louise Colet, 26 agosto 1853)

"E poi non paragonatevi alla Bovary. Voi non le assomigliate affatto! Vale meno di voi, come testa e come cuore; perchè è una natura un poco perversa, una donna di falsa poesia e di falsi sentimenti" (Lettera a Mademoiselle Leroyer de Chantepie, 30 marzo 1857).

Flaubert disprezzava tutti i personaggi del romanzo, Emma compresa. Non ha alcuna stima per lei. E' stato in seguito parte (non tutto) del movimento femminile e femminista ad arrampicarsi sugli specchi per dipingere Emma Bovary come antesignana e vittima della lotta per l'emancipazione femminile.

isabella guarini ha detto...

Avevo timore che i miei dubbi su Bovary non fossero condivisi. Invece il commento di Solomano, Roby e Gabrilu, ha completato una ciritica atipica e rispetto a quella consunta del femminismo vetero- sessuale. Buona domenica, Isabella

Solimano ha detto...

Isabella, non c'è nessun problema sul condividere o meno, se ognuno di noi dice la sua forte e chiara è meglio per tutti, perché non esiste - per fortuna - nessun ufficio che stabilisca chi ha ragione, che poi è sbaglato, si tratta di parlare delle tante ragioni, non di una sola. Le differenze sono un bel gioco a somma positiva, il vantaggio è comune.
Roby, la definizione di commedia tragica per Madame Bovary la trovo appropriatissima, Flaubert voleva una tragedia qutidiana, però senza coturni e soprattutto senza sua immedesimazione nei personaggi, gli è uscito un libro amarissimo che a volte fa pure sorridere di sprezzo, come in Homais, che alla fine giustamente trionfa, come trionfa Calogero Sedàra nel Gattopardo, ci vuole sempre qualcuno che faccia da Fortebraccio. Siamo alla canna del gas, se tocca agli Homais ed ai Sedàra o tipo quelli odierni della TV, che giustamente tiri in ballo.
Gabrilu, sono certo che quelle cose Flaubert le scrivesse alla sua amica perchè convinto, non per complimentosità. E meno male, doveva fare così perché in quegli anni (1856, molto presto!), c'erano due scorciatoie: o la geniale facilità di Balzac o la sublimità del romanticismo che stava passando di cottura, quello di Hugo. Solo che Rebecca Sharp è più vasta di Thackeray, Anna Karenina di Tolstoij(anche Vronskij, ma non voglio convincerti)... e Emma Bovary è più vasta di Flaubert. Succede, è una delle meraviglie della letteratura. Chabrol e la Huppert se ne sono accorti, e quella mezz'ora di Anna che percorre come una folata la Normandia cambiandosi vestito tre volte al giorno è per me la parte più bella del film: sono stati fedeli ad Emma, un po' meno a Flaubert.

saludos
Solimano

gabrilu ha detto...

Solimano, io infatti parlavo di Flaubert. Non del film di Chabrol, molto bello e la cui Emma/Isabelle mi risulta sicuramente più simpatica della Emma del romanzo. Nel romanzo, Emma a me fa venire il nervoso. Questo senza nulla togliere alla grandezza del personaggio e del romanzo. Senza nulla togliere al fatto che Madame Bovary è uno di quei libri che rileggo ciclicamente e sempre con diletto.
Però ormai non riesco più a prescindere, quando si parla di Flaubert, da quello che ho appreso dalla lettura delle sue lettere...

Solimano ha detto...

Inserisco una recensione di Adelina Preziosi, uscita su SegnoCinema n.53 gennaio-febbraio 1992:

"È Chabrol fedele a Flaubert? E M.me Bovary a Chabrol? E Isabelle Huppert a M.me Bovary? Pare proprio che intorno alla più celebre fedifraga mai uscita dalle pagine di un romanzo non si possa che disquisire di fedeltà. A un archetipo, più che a un personaggio, a un mito, più che a un romanziere. Entrare nelle storie 'degli altri' non è certo un'esperienza nuova per Chabrol, perfettamente a suo agio tra i crimini e i misfatti della letteratura cosiddetta minore: Fréderic Dard, Hubert Monteilhet, Dominique Roulet... fino a Simenon, Henry James e Patricia Highsmith: universi corrotti nei quali il suo cinema ha apportato un rigoroso ordine morale costruito sul ribaltamento delle apparenze e dei valori acquisiti.
Il disagio che emana da questo incontro con Flaubert non deriva tanto dal carisma autoriale dello scrittore (c'è anche Goethe nella filmografia di Chabrol, Les affinités électives, realizzato per la tv nell'82) quanto da una sovrapposizione di scritture: quella di Flaubert, che assedia i personaggi e la storia con l'assillo di oggettivizzarli, quella del regista, non certo trasparente nel fluttuare dei punti di vista che traduce in sguardi l'attrazione e lo sgomento per il 'mistero' Emma Bovary. L'ambientazione ottocentesca curata (com'è ovvio, non trattandosi dell'opera di un dilettante) in ogni dettaglio, la presunta competitività con l'opera letteraria nel travaglio formale, eventuali riferimenti a precedenti 'riduzioni' entrate nella storia del cinema, sono elementi di approccio depistanti rispetto a un punto fermo: M.me Bovary appartiene di diritto alla poetica chabroliana.
Personaggio complesso e inafferrabile inserito in un contesto che palesa un ordine quasi perfetto e comunque indiscutibile, imbocca e segue fino in fondo un percorso lineare e incanala nella sua vettorialità la vertigine e il caos. Nella "putrefazione confortevole, e piacevole a filmarsi" della piccola borghesia rurale dell'800 francese, nella mediocrità delle aspirazioni, Emma tesse disfa e ritesse in silenzio un suo gran rifiuto, consapevole soltanto di essere, comunque, colpevole. Charles, cui è legata da amore contrattuale, è il suo specchio, il suo alter ego. La graduale ma inequivocabile trasformazione di quest'ultimo da personaggio tutto sommato positivo, 'buono' e innamorato in inetto e pusillanime è passo passo funzionale al progressivo arrendersi di Emma al male necessario che la invade. Del resto, il nome Charles è un po' la cifra del cinema di Chabrol: lo portano uomini destinati a rivelarsi ben diversi da come appaiono alla luce di un giudizio immediato. Qui il marito diventa cartina di tornasole del dramma inenarrabile di Emma e nel contempo portatore, per antitesi, del giudizio morale nei riguardi della donna.
Sola in un mondo (meglio, in una storia) tutta di uomini, adotta nei loro confronti (nessuno escluso, nemmeno gli amanti) una forma di comunicazione del tutto convenzionale, consona alla realtà apparente ma sempre più profondamente scissa dal suo io: la ragazza sana sensuale e libera dei Bertaux è entrata col matrimonio in un gioco che la costringe a fare della menzogna prima una difesa poi uno status. Da una condizione di malessere diffuso in cui il suo inconfessabile bisogno di 'qualcosa' si consuma in fantasie solitarie e in repentini slanci di 'normalità' (tentativi di amare il marito, di curare la casa, di amministrare saggiamente il denaro, di occuparsi della figlia) passa, dopo la malattia, a una fase di aggressione sotterranea ma implacabile della cellula familiare che intuisce come negazione vivente (proprio in Charles e nella piccola Berthe) dei suoi sogni romantici più che come nucleo generatore dell'intera società di cui ben razionalizza (né tanto meno ideologizza) gli aspetti oppressivi e frustranti. In uno stordimento crescente, simile a quello che colse come una premonizione lei (e lo spettatore) nel roteare delle gonne al valzer di Strauss durante la festa alla Vaubyessard, Emma passa dal primo al secondo amante inventandosi l'amore e acquista sete e velluti fino alla totale rovina economica per dimostrare a se stessa di esistere.
Chabrol non l'abbandona mai in questo percorso ora esaltante ora umiliante, comunque eroico. La mdp non si distrae mai da lei esasperandone così la soggettività esclusiva e morbosa, il punto di vista assolutamente unilaterale che rimane referente unico anche quando non è condiviso. Il regista, indifferente a una definizione psicologica del personaggio e assecondato da Isabelle Huppert che sembra volergli negare anche ogni pregnanza fisica (età, corpo, sensualità) riducendolo a pura 'forza', tenta invano di catturarlo in una rete di obiettività. Gli altri personaggi possono ignorare Emma o guardarla, credere alle sue menzogne o a loro volta ingannarla. Lei, fino all'ultimo oppone una resistenza passiva (anche alla mdp): si lascia cedere in moglie, amare, sedurre, abbandonare, abbindolare. "Sembrava attraversare l'esistenza sfiorandola appena..." Non riconosce ciò che la circonda, procede come vampirizzata dal suo destino.
Il suo tramite con la realtà è un sogno mai rivelato: e il film diventa un moderno omaggio alla sua impossibilità di essere normale, al segreto che tenta di tenere racchiuso in sé oltre la morte. La lunga terribile agonia, in cui la fine imminente coincide con la perdita del controllo sulle apparenze (e quindi il definitivo contatto con la 'verità') costringe Emma all'oggettività: a 'svelare' la sofferenza che emblematicamente prende l'aspetto di sudore vomito convulsioni.
È categoricamente escluso ogni generico significato di punizione autoindotta in questa fine che dà invece allo spettatore la misura e il peso materiale di una sofferenza troppo spesso scambiata per un melodramma borghese. Non a caso Chabrol (con un palese tradimento nei confronti di Flaubert) fa pronunciare a Charles quando scende le scale di casa col dottor Canivet dopo la morte della moglie la frase che invece avrebbe dovuto dire a Rodolphe dopo aver scoperto la sua tresca con Emma: "È stata una fatalità". L'uomo diventa piccolo piccolo, dominato dal destino, unica possibile chiave di lettura, unico sguardo da dentro.
Consapevolezza che si frantuma caleidoscopicamente nei frammenti di altre M.me Bovary incontrate nel cinema di Chabrol (le commesse 'facili' di Les bonnes femmes, la Why di Les biches, la Lucienne di Les noces rouges e, naturalmente, Violette Nozière) e, nello stesso tempo, di altre donne 'perdute' interpretate da Isabelle Huppert, prima tra tutte La dentellière di Goretta malata d'amore. A questo punto, forse, può nascere il sospetto legittimo di trovarsi di fronte ad un'operazione ripetitiva, che usa la provenienza letteraria e la cornice classica come la formula antirischio, ovvero come specchietto per le allodole.
Siamo forse di fronte a uno di quelli che proprio Chabrol ("Cahiers du Cinéma", ottobre'59) definisce "Grandi Soggetti" per dimostrare che essi in realtà in nulla differiscono dai piccoli e che la forza di un'idea è nel vero che ci porta a scoprire al di là delle apparenze e della messa in scena? E nella triste storia di Emma Bovary, "en verité, il n'y a que la verité".