martedì 15 maggio 2007

La parola ai giurati

12 Angry Men di Sidney Lumet (1957) Storia e sceneggiatura di Reginald Rose Con Henry Fonda, Martin Balsam, Lee J. Cobb, E.G. Marshall, Jack Klugman, Jack Warden Musica: Kenyon Hopkins Fotografia: Boris Kaufman (96 minuti) Rating IMDb: 8.7
Giuliano
Prendere tutti i dati che abbiamo a disposizione, metterli in ordine su un tavolo, guardarli bene e ragionarci sopra. Per me era la norma: ho fatto per tanti anni l’analista chimico, sia pure a livelli bassi – e se lo si fa avendo coscienza di cosa si sta facendo, diventa quasi naturale trasporre nella vita comune questo continuo selezionare e pesare e osservare.
Certo, non è facile decidere in un attimo, come facciamo tutti i giorni; anzi, di solito è proprio l’opposto, cediamo sempre al primo impulso che ci passa per la testa. A volte è proprio quello che serve, altre volte (il più delle volte) si rischia di combinare un guaio, per stanchezza o per esasperazione o per troppa approssimazione. La persona razionale, analitica, spesso è guardata con sospetto e con aperta antipatia: è lenta, noiosa, pesante; ma se è così semplice, la soluzione la vedono tutti, non stiamo lì a perdere tempo...
E’ quello che capita a Henry Fonda, chiamato a far parte di una giuria in un pomeriggio afoso, proprio mentre si sta giocando la finale del campionato di baseball. La questione è chiara, l’imputato è da condannare, bastano dieci minuti, dov’è il problema? Ma la decisione va presa all’unanimità, e Fonda vota contro: vota per l’assoluzione. Alla fine del film, ragionando su ogni elemento e cercandone dei nuovi, si scoprirà la verità e il verdetto sarà ribaltato...
Un film di impianto teatrale, tutto chiuso in una stanza, con “dodici uomini arrabbiati” a discutere tra di loro. Una scommessa, per un regista: e una scommessa riuscita, perché il film è molto avvincente. Gran parte del merito va agli attori, tutti caratteristi di grande valore tranne la “star” Henry Fonda; e oserei dire che il soggetto non conta, conta come viene trattato in fase di sceneggiatura, e conta molto quello che c’è dietro.
Tanti anni fa mi piaceva leggere di neurologia: quel che posso, non sono all’altezza dei grandi discorsi. Ho però imparato che il cervello dell’uomo ha tre livelli, tre differenti stadi dell’evoluzione: c’è il cervello più antico, quello più interno, che sovrintende ai grandi stimoli vitali, importantissimi: fame, sete, sesso, fuga, combattimento. E’ con questa parte del cervello, che abbiamo in comune con i rettili e gli uccelli, che prendiamo la maggior parte delle nostre decisioni. Poi c’è la seconda “estensione” del cervello, che comincia a comprendere ragionamenti più complicati, anche astratti: e lo condividiamo con la maggior parte dei mammiferi, cani e gatti compresi. E, infine, lo strato più esterno, la corteccia, che abbiamo solo noi e qualche scimmia antropomorfa, e i delfini. E’ questa la vera sede del pensiero, ed è con questa che dovremmo ragionare per poter essere classificati a ragione tra gli esseri umani. E’ invece la parte del cervello che teniamo più volentieri spenta, perché crea parecchi problemi. E’ infatti molto più semplice tagliare corto: impiccare i ladri di cavalli al primo albero, senza perdere tempo in processi; dare fuoco all’accampamento degli zingari, sparare nel mucchio e chi prendo prendo, scrivere svastiche sui muri e prendere a cannonate le barche degli immigrati, e via con tutti gli esempi che volete. Non si risolve niente con la pena di morte, ormai lo sappiamo: esiste da sempre, e non si è mai smesso di uccidere e di rubare; ma per farlo capire agli altri che sono chiusi con noi nella stessa stanza dobbiamo sudare molto, e se non siamo bravi e pazienti come Henry Fonda non ce la faremo mai. Io, per conto mio, mi sono già arreso; spero che voi siate messi meglio di me, perché il lavoro da fare è tanto e bisogna essere forti.

8 commenti:

brianzolitudine ha detto...

Henry Fonda in questo film è immenso. La morte di un uomo in fondo interessa poco agli altri, e questo il film lo fa intendere chiaramente.

Mi chiedo, in una ipotetica giuria italiana in presenza di una finale di coppa del mondo, se si potrà mai trovare un giurato, o un giudice, tenace come henry fonda.

La faciloneria dei fatti di Rignano Flaminio, giusto pochi giorni fa, purtroppo non lascia ben sperare.

lodes ha detto...

E’ un film lontano. Lontano nel tempo e nei fatti. Mi piacque perché parlava di una giustizia giusta, che ha in sé gli anticorpi contro lo strapotere dei più forti e contro i possibili errori giudiziari. Io ci vidi un inno alla democrazia americana appena uscita dal maccartismo, un inno all’america liberal, democratica che stava preparando il terreno per l’elezione di Kennedy. Henry Fonda è veramente un gigante come attore, ma anche nel personaggio. Rappresenta appunto quella classe media colta portatrice di istanze di libertà, di superamento di quella cultura provinciale, chiusa, più o meno razzista. Insomma il film fa parte di quella stagione in cui il cinema americano si impegna a mettere a nudo vizi antichi, ma anche virtù. Fa parte anche di quel filone ad impianto teatrale in cui il cinema americano è maestro. Ha ragione Giuliano nel sottolineare la grande prova dei comprimari. E’ uno degli esempi che dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, del valore della scuola americana. Di questi penso a Lee J. Cobb, che di film ne ha fatto parecchi e sempre a fianco di tanti divi: come dimenticare Fronte del Porto con Brando o Dove la terra scotta con Gary Cooper? Veramente un grande.

Solimano ha detto...

Questo film ha una sbalorditiva (e consolante) persistenza nella coscienza collettiva.
Nel Rating IMDb è stato votato da circa 50.000 persone pur essendo un film del 1957. C'è solo un altro caso del genere, Casablanca, per tutt'altri motivi. Il voto è elevatissimo (8.7), e lo piazza al posto numero 14 fra i film di tutti i tempi.
Una singolarità è che c'è una differenza fra voto maschile e voto femminile: è un film più apprezzato dagli uomini. Ma la differenza c'è solo per chi ha meno di 45 anni, sopra il voto è identico. Il motivo può essere che è un film di soli uomini, e questo alle donne più giovani può dare fastidio. C'è inoltre perfetta analogia fra il voto US e il voto no US.
In IBM veniva frequentemente proiettato e discusso durante i corsi per capi, anche per i valori che conteneva, ma penso soprattutto perché è un esempio di negoziazione efficace.

saludos
Solimano

isabella guarini ha detto...

Il protagonista di questo film mi sembra essere il dubbio,come strumento per raggiungere la verità. Non mi riferisco solo alla giustizia, ma a tutto quanto decidiamo insieme agli altri. Dubitare delle certezze è molto faticoso, rende antipatici e insopportabili. Appena compare il personaggio affetto dalla dubbio-mania tutti sgomitano, emanano segnali di insofferenza e finiscono per neutralizzarlo, anche con la violenza verbale. Il fatto che un giurato sia riuscito a far capovolgere il verdetto, mettendo in dubbio le certezze di tutti gli altri, è una apologia della giustizia su cui dovrebbe poggiare ogni democrazia che si rispetti. Nella realtà sarebbe difficile,persino nelle assemblee condominiali.

gabrilu ha detto...

Anche io l'ho utilizzato spesso nei corsi di formazione per Quadri. Si presta moltissimo all'analisi della dinamica di gruppo, alla modalità della presa di decisione, ai processi di negoziazione, allo studio della leadership intesa come attività di coordinamento

Solimano ha detto...

Isabella, si fa fatica a reggere il dubbio, si cerca una soluzione purchessia a patto di eliminarlo. Va detto che c'è anche l'opposto: persone che di fronte a situazioni chiare e ben definite le provano tutte pur di offuscarle, se la soluzione non gli conviene: le abbiamo viste, le assemblee di condominio a proposito del colore delle tende dei terrazzi, o (molto peggio) certi amori con un continuo va e vieni, che servirebbe il margheritone, altro che margherita!
Gabrilu, c'era un altro film che veniva utilizzato nei corsi manageriali, un po' più difficile da indovinare... penso lo vedrai nei prossimi giorni... ma se ci pensi credo proprio che ci arrivi.

saludos
Solimano

gabrilu ha detto...

Solimano, preferisco godermi la sorpresa. Quando leggo i gialli mi infastidisco molto se indovino l'assassino prima della fine :-)
Intanto posso dirti che utilizzavamo molto "Lunga vita alla Signora!" di Ermanno Olmi, per la formazione sulla funzione di servizio "Quel che resta del giorno" (Anthony Hopkins ed Emma Thompson, regia James Ivory). Un altro film che ho adoperato "Il pranzo di Babette" di Gabriel Axel con Bibi Anderson e l'ottima Stephane Audran, tratto dal bellissimo racconto di Karen Blixen

isabella guarini ha detto...

I film, come le opere d'arte, hanno la funzione di suscitare emozioni, di coinvolgere attraverso il meccanismo della riflessione del sè reale o immaginario.Il sè vissuto o il sè dei desideri.Ecco, la parola ai giurati è il film del sè reale, che ci fa vedere noi insieme ad altri nostri colleghi di lavor chiusi in una stnza per prendere decisioni. Mi chiedo chi sia io, o chi vorrei essere. Non ho dubbi che mi sento portatrice di dubbi, ma altrettanto constato che non ho molte vittorie da raccontare. Il dubbio più tragico della storia che ricordi è quello di Cassandra: timeo Danaos, et dona ferentes. A volte aiuta.