sabato 11 ottobre 2008

Sideways - Il vino al cinema

Sideways, di Alexander Payne (2004) Racconto di Rex Pickett, Sceneggiatura di Alexander Payne, Jim Taylor Con Paul Giamatti, Thomas Haden Church, Virginia Madsen, Sandra Oh, Marylouise Burke, Jessica Hecht, Missy Doty, M.C. Gainey, Alysia Reiner, Shake Tukhmanyan, Shaun Duke, Robert Covarrubias, Patrick Gallagher, Stephanie Faracy, Joe Marinelli Musica: Rolfe Kent Fotografia: Phedon Papamichael (126 minuti) Rating IMDb: 7.8
Ottavio
Il maestro Riccardo Muti sostiene che la musica classica si apprezza compiutamente dopo i quarant’anni.
Penso sia vero, almeno a me è successo così.
Dopo aver trascorso anni ad “educare il mio udito” ascoltando musica leggera di varia qualità (per lo più pessima, ma qualche volta gradevole, ancora oggi!) e jazz nelle sue varie fasi (anche qui buono e cattivo), il piacere attraverso il senso dell’udito lo raggiungo quasi esclusivamente con la musica classica (anche qui ho naturalmente la mia hit parade, variabile ovviamente nel tempo).
Lo stesso si potrebbe affermare per il vino. Si arriva a riconoscerne la qualità e a distinguerne ed apprezzare le varietà solo dopo un lungo “tirocinio giovanile” durante il quale si ingurgita di tutto, bevande naturali ed artificiali, dolci ed amare, seguendo la moda del momento e, ancor più, sottostando alla subdola opera di convinzione della pubblicità.

Solo ad un certo punto, più o meno verso gli anni citati, la maturità consente di effettuare scelte più ponderate.
Si acquista la consapevolezza della cultura del vino, se ne conosce la storia (verso la media-tarda età del Bronzo, 1500 anni a.c. circa, si diffonde nel Mediterraneo la coltivazione della vite, originaria dall’area caucaso-anatolica), il suo ruolo nella civiltà agricola, la sua importanza nella vita sociale ed economica e, non ultimo, la cromatica presenza della vite, spesso insieme all’ulivo, nel nostro paesaggio.
E naturalmente, last but not least, il suo ruolo in enogastronomia.
Il cinema ha trattato il vino generalmente nel suo contesto quotidiano. Le pellicole italiane lo vedono associato al mondo popolare (penso soprattutto ai film del dopoguerra), nelle trattorie romane degli artisti squattrinati, sui tavoli di legno sotto le frasche delle osterie di periferia. E’ insomma un componente immancabile della vita del popolo di tutti i giorni.
Nei film stranieri (soprattutto francesi ma anche tedeschi) riflette invece la più raffinata considerazione che possiede in quei paesi. Si assiste per esempio a cene in eleganti ristoranti dove si ordina una bottiglia di Batard-Montrachet 1898 o di Poully Fumée 1924 invece di un litro de quello bbono dei nostri.


Ma è sempre un contorno, un particolare, mai che assuma un ruolo da protagonista! O quasi mai: ricordo vagamente un Segreto di Santa Vittoria (intesa come Santa Vittoria di Alba, Langhe) dove si rappresenta un episodio della seconda guerra mondiale consistente nel fatto che gli abitanti del paese proteggono dalle requisizioni dei tedeschi la loro ricchezza costituita da un numero considerevole di bottiglie d’annata del loro ottimo vino.
Anche in Racconto d’autunno di Rohmer il vino fa da “catalizzatore” nell’incontro tra la matura vedova viticultrice Magali ed un attempato e buon intenditore single in cerca di decorosa sistemazione matrimoniale.
E probabilmente anche in qualche altro…

Dove invece il vino, pur non essendo citato nei titoli di testa o fra gli interpreti, è presente nella sceneggiatura dall’inizio alla fine, è sicuramente in Sideways, un film americano abbastanza recente. Curioso che siano gli americani i primi a celebrarlo, abituati come siamo a considerarli nella letteratura dei bevitori di birra o di bourbon (e di quelle altre schifezze, parere personale s’intende, come la coca cola etc). E’ vero ormai che il vino viene prodotto (e bene!) in tutto il mondo (dall’Australia al Sudafrica al Cile e alla California), ma al di fuori del Mediterraneo la coltivazione della vite sarà iniziata da uno – due secoli. Insomma, i nostri cineasti, pur immersi nella millenaria civiltà di cui dicevo sopra, si sono fatti soffiare l’idea!
Ma torniamo a Sideways.

E’ la storia di una settimana speciale vissuta da due amici fraterni, entrambi di mezza età. Jack è un attore di serial televisivi in procinto di sposarsi, senza troppo entusiasmo. Miles, divorziato da due anni, e scrittore ancora alla ricerca del successo, decide di fargli un regalo speciale: una settimana da trascorrere sulle strade del vino della California, per un piacevole e intenso addio al celibato fra calici di nettare e campi da golf.
Miles, che è anche insegnante, è un appassionato di vini (e un patito del Pinot nero): le sue conoscenze in materia sono tali che potrebbe benissimo sfruttarle in un lavoro (di esperto, consulente etc): invece la sua aspirazione è quella di essere uno scrittore “pubblicato”. Nella settimana in cui si svolge la vicenda attende la decisione di un editore riguardo la pubblicazione di un suo romanzo. Nelle sue intenzioni, il viaggio nelle varie wine valley (Sideways significa “strade laterali”) deve servire anche a dotare di un minimo di cultura enologica l’amico Jack, ragazzone belloccio e piuttosto grezzo, nonostante l’età, e di semplici sentimenti.

Nella prima enoteca che incontrano Miles dà una prima mitica lezione, davanti ad una coppa di vino rosso: per prima cosa si guarda il bicchiere in trasparenza per apprezzarne il colore, poi si affonda tutto il naso nel bicchiere e si aspira profondamente per scoprirne tutti gli aromi, poi si assaggia un sorso tenendolo in bocca quanto basta per sentirne i sapori e in fine si inghiotte per rilevarne il retrogusto. Una scena cult per gli enofili!
Mentre Miles, tra un assaggio e l’altro, ha in testa il destino del suo romanzo, Jack ha il pensiero fisso di combinare qualche amorazzo con le femmine che incontra.
Ebbene, ne incontreranno diverse, nel loro viaggio, e il loro approccio sarà radicalmente diverso: per lo scrittore devono essere rare, come i grandi vini, da apprezzare e da sorseggiare nella loro maturità; per il belloccio divo da soap opera, devono essere “consumate” presto come un vinello leggero e frizzantino.


Ambedue andranno incontro a cocenti delusioni: Miles viene informato dal suo agente che l’editore non pubblicherà il suo libro: per consolarsi, grande scena, si gode il pezzo migliore della sua cantina, una mitica bottiglia di Cheval Blanc del 1961, da solo, in un fast food, versandolo di nascosto in un bicchiere di plastica. E le avventure di Jack si concluderanno in modo tragicomico, tanto da farlo tornare piuttosto pesto dalla promessa sposa.
Insomma questo viaggio alla ricerca del Pinot perfetto sembra un’alcolica metafora che rappresenta l'obbiettivo della felicità sfuggito, nella vita reale, ad entrambi.
Ma Miles conoscerà Maya che, come lui, vive per la gioia di una buona bottiglia.
Maya, in uno dei momenti più intensi del film, dice che il vino è vivo, come ognuno di noi. Nasce, cresce e raggiunge la maturità. In quel momento, ha un gusto fantastico. Non ci si sorprende se Miles se ne innamora, ricambiato. Potenza del buon vino!


8 commenti:

Giuliano ha detto...

Caro Ottavio, io mi ci sono messo a 18 anni, ad ascoltare Mozart e Schubert e Verdi e Brahms, e poi uno alla volta tutti gli altri grandi. Era anche bello, avere ventidue anni e andare all'Opera (in loggione, sudando per trovare i biglietti, pagando pochissimo).
Però poi gli anni passano.

Avevo letto di questo film, ma me l'ero dimenticato. Penso che lo terrò d'occhio, perché sembra simpatico, e quantomeno c'è un argomento originale, diverso dalle solite storiette; e poi ho notato molte camicie color vino, più o meno chiaro, in queste foto.

Il vino mi piace, ma non lo reggo: nel senso che mi si blocca sullo stomaco. Una triste scoperta che feci, anche quella, a vent'anni o poco più. Il bello è che digerisco anche i sassi, ma se bevo più di mezzo bicchiere mi si rovina il pranzo.

Barbara ha detto...

L'ho visto parecchi tempo fa, ma mi ricordo che mi era piaciuto e in alcuni passaggi mi aveva fatto anche parecchio ridere

Solimano ha detto...

Sono quasi del tutto astemio, tranne qualche wisky e qualche grappino, se sono in buona compagnia, ma proprio perché il vino non lo bevo con regolarità durante i pasti, riesco ad apprezzare il vino veramente buono.
Ho visto in IMDb che il film è piaciuto molto, si come voto che come numero dei votanti, però, da quello che racconta Ottavio, il lieto fine riguarda sololo scrittore sfigato, mentre l'altro, l'uomo di comunicazione, viene punito. Esattamente il contrario di quello che succede nella vita reale...
Per la musica, non so se Muti abbia generalmente ragione: io cominciai a meno di quindici anni col Barbiere di Siviglia, l'ouverture del Tannhauser e... bellissimo colpo casuale ascoltando la radio, il finale della Settima di Beethoven.

grazie Ottavio e saludos
Solimano

Amfortas ha detto...

Io sono astemio, però da melomane non posso fare a meno di ricordare come tra di noi pazzi appassionati i cantanti sono considerati alla stregua dei vini: il Di Stefano del 1948? Grande annata, mentre già nel 1953 si poteva sentire un retrogusto amaro, da acuto forzato e aperto.
E vale per tutti, compresi i tanto (ingiustamente, troppo spesso) bistrattati cantanti odierni.
Ciao a tutti voi.

Giuliano ha detto...

Bel colpo, Meister Paul. Avrei voluto dirla io, questa...
A me piace molto il vino, soprattutto quello rosso, e non disdegno una bella grappa di quelle delle tue parti, ma tutto a piccolissime dosi. Forse è una fortuna, chissà; però se tutti fossero come me il vino e la grappa non li farebbero più.
(Per chi non lo sa, le annate della Callas sono eccezionali fino al 1953-1955, poi comincia il calo)

Solimano ha detto...

Amfortas e Giuliano, però eravate terribili! Io, cresciuto a pane e loggione del Regio di Parma, me la ricordo quella sera in cui nel duetto della che Renata Tebaldi non prese la nota e Cioni sì. E tutti clap clap perché Renata era enfant du pays. Mentre Bergonzi non è mai stato amato, e sì che era musicalmente un grande.
Di Stefano sarà durato poco, ma quel poco basta ed avanza.
Concordo riguardo ai cantanti odierni, c'è di tutto, anche dell'ottimo, i problemi sono altri, specie in Italia e li sapete molto meglio di me.

saludos
Solimano

ottavio ha detto...

Cari Giuliano e Solimano,
vedo che per voi il vino e la (buona) musica non vanno propriamente di pari passo.
Forse il fatto di essere stati un poco precoci con la musica ha creato qualche squilibrio...?
Treulich gefurth (l'ultima u con i puntini)
per dirla con Wagner
Ottavio

Giuliano ha detto...

Caro Ottavio, l'eccellente marzimino è il vino che preferisco.
(e un pezzetto di fagiano piano piano vo' gustar).