venerdì 31 ottobre 2008

Bianca (4)

Bianca, di Nanni Moretti (1984) Sceneggiatura di Nanni Moretti, Sergio Petraglia Con Nanni Moretti, Laura Morante, Roberto Vezzosi, Remo Remotti, Claudio Bigagli, Enrica Maria Modugno, Vincenzo Salemme, Margherita Sestito, Dario Cantarelli, Virginie Alexandre, Matteo Fago, Giovanni Buttafava, Luigi Moretti, Giorgio Viterbo, Mario Monaci Toschi, Gianfelice Imparato Musica: Franco Piersanti, "Scalo a Grado" di Franco Battiato Fotografia: Luciano Tovoli (96 minuti) Rating IMDb: 7.2
Solimano
Il film coinvolge e disturba: Michele (Nanni Moretti) non è un moralista che fa discorsi strani in parte condivisibili in parte no, è proprio folle, psicotico. Un colpo sotto la cintura, perché il film è la storia di una follia e dei delitti che ne conseguono.
Ci piacerebbe che fosse diversamente, in modo da starcene un po' più leggeri, ma nei discorsi di Michele c'è la coerenza dei folli; questo fatichiamo ad accettarlo, perché certi discorsi di Michele ci piacciono. Quando i vicini chiudono la finestra e non può più spiarli, dice: "Adesso guardiamo la televisione". Guardare le persone attraverso le finestre per lui è come guardare la televisione, non c'è vero contatto personale. Ci prova, ma vorrebbe invadere gli altri senza esserne invaso, difatti gli seccherà molto l'essere pedinato dai poliziotti, un contrappasso per chi voleva indagare su tutti.


Sappiamo che il momento del barattolone di Nutella arriva dopo che Michele ha fatto l'amore con Bianca (Laura Morante) ed ha capito che lei lo ama. Scena divertente, ma anche scena necessaria, perché chiarisce che per Michele è impossibile far respirare il rapporto con Bianca. Ecco un dialogo chiarissimo fra i due:

– Non è giusto che noi continuiamo a vederci. Io magari sarò imperfetto, però voglio essere coerente: non ci dobbiamo vedere, mai più.
– Ma perché?
– La felicità è una cosa seria, no? Ecco, allora, se c'è, dev'essere assoluta.
– E che vuol dire?
– Vuol dire senza ombre, senza pena. È difficile per tutti, per me invece è impossibile: forse non ci sono abituato.
– Ma le cose cambiano, le persone si trasformano, le situazioni... Io non capisco questa specie di obbligo, senza che fra noi sia successo niente.
– Tanto tu, prima o poi, mi lasceresti. Io non ci posso pensare che un giorno... Magari siamo in terrazzo, tu ormai vivi a casa mia ... Ti avvicini e mi fai: "Sai Michele, ti devo parlare", e poi mi spieghi che è stato tutto molto bello, però ormai non si può più andare avanti, l'amore è finito...
– Ma come fai a saperlo?
– Lo so.
– Allora per non soffrire dopo lo fai adesso, così, senza che ci sia una ragione, senza motivo...

Annibale Carracci: Ercole al bivio ca. 1596 Capodimonte, Napoli

Annibale Carracci: Venere e Anchise 1597-1602
Galleria di Palazzo Farnese, Roma

Questo tipo di perfettismo (il cui vero scopo è non accettare l'esistenza per quella che è e le altre persone per come realmente sono) richiama un mito antico, di cui noi possiamo cogliere l'ambiguità perversa: il mito di Ercole al bivio, che deve scegliere fra la strada del vizio e quella della virtù. Nel quadro cha Annibale Carracci fece per il cardinale Odoardo Farnese e che è a Capodimonte, tutto è politicamente corretto: la donna vestita sulla sinistra indica la strada della virtù, con la rappresentazione di sapienti e poeti, la donna seminuda sulla destra indica la strada del vizio, che si snoda piacevolmente nel bosco ombroso e fiorito; giustamente si è detto che gli oggetti (tamburello, strumenti musicali, carte da gioco, maschere) sono un incitamento alla Voluptas, visivamente rappresentata dalla donna. La perversità consiste nel fatto che, se la mettiamo così, l'amore è un vizio, e tutto ciò che è piacevole è vizio. Che la rappresentazione fosse ambigua era evidente al cardinale ed al pittore, difatti in pochi dipinti si esalta la voluttà come nella Galleria Farnese che Annibale Carracci affrescò subito dopo.
Michele, che non è solo folle, che fa? Trova delle scuse per non accettare la felicità, che gli è a portata di mano, non vuole essere felice. La non accettazione del piacere e della felicità è diffusa nella vita reale, con mille travestimenti. E' un altro motivo per cui il film disturba: dice cose che sappiamo vere, ma che non vorremmo sentirci dire.



Mentre Michele si pavoneggia, leggendo Proust sulla barca sotto l'ombrello e poi guarda indifferente l'annegamento del libro, nei giardini attorno al lago di Villa Borghese sorge un rapporto fra uomo e donna. E' bastata la piccola scusa di avere due cani della stessa razza.




Ben diverso da quello di Michele è il rapporto con la vita da parte di Siro Siri (Remo Remotti), della stessa Bianca, di Aurora (Enrica Maria Modugno) e di Massimiliano (Vincenzo Salemme): sana curiosità e naturale voglia di comunicare. Michele, nel suo terrazzo, sgrida le piante, col dito alzato. Però, a volte è una follia di tipo lucido:

A me invece piace vedere la gente, per esempio la gente che guarda le vetrine. Di sabato io faccio su e giù con le scale mobili dei grandi magazzini: quante persone che faticano per stare al passo coi tempi, per essere moderne. Segretarie, bancari, casalinghe: tutta gente normale, sempre presa in giro perché fa una vita non eccitante. I miei studenti poi mi dicono: "Io piuttosto che entrare in banca m'ammazzo". Ma cos'è quest'odio verso la gente che lavora, verso il cartellino?


Bianca cercherà di aiutare Michele, gli fornirà persino un alibi, ma verso la fine del film scoprirà che non c'è niente da fare. Michele ha l'aria imbarazzata: sa di averla delusa, ma dentro non è libero di fare altrimenti.

La confessione di Michele al commissario (Roberto Vezzosi) ha analogie con la confessione di Raskolnikov a Porfiri Petrovic in Delitto e Castigo di Dostoevsky. Il commissario è un uomo amareggiato nella vita personale e sul lavoro, sta compiendo un dovere in gran parte burocratico, ma come in Delitto e Castigo, quando viene alla luce quello che già sapeva, non assume un atteggiamento di ostilità, ma quasi di pietà. Ecco, come chiusura, parte del dialogo fra Michele e il commissario:

- E quando ho visto le sue scarpe io ho capito tutto di lei: è un uomo che ha sofferto, che ha solo un paio di scarpe alla volta, che piano piano si consumano, diventano lise, perdono il colore. Quando io ho guardato le sue scarpe ho pensato: ora glielo dico subito
- Che cosa?
- Che sono io quello che cerca, che sono stato io
- Ma perché, erano suoi amici, che cosa le avevano fatto?
- Mi avevano deluso. Gli amici ti deludono, la gente normale no. A me piacciono le coppie felici, io li aiuto, li indirizzo sulla strada giusta, gli dò consigli, però non li seguo più quando fanno quegli errori cosí stupidi. Cominciano a dirti le bugie, poi si separano, poi ritornano a stare insieme però è troppo tardi, perché ormai sono feriti e cattivi e allora non li voglio più vedere. Una volta era più facile giudicare, come con le scarpe: c'erano solo alcuni modelli, molto caratterizzati, erano quel tipo di scarpe e basta. Ora invece tutto è più confuso, uno stile si è intrecciato a un altro, le cose non sono più nette
- No, scusi, stavamo parlando dei suoi amici...
- Sì, gli amici non possono comportarsi così, perché io mica divento amico del primo che incontro. Io decido di voler bene, scelgo; e quando scelgo è per sempre.


P.S. Come si è già visto qui, e anche nei post precedenti, nel film è ben presente Villa Borghese, in particolare il lago ed il tempio di Esculapio, ma anche i giardini intorno. Inserisco un'altra immagine del film in cui si vede tutto il tempio e due fotografie di Villa Borghese: il lago e Piazza di Siena.



2 commenti:

Arfasatto ha detto...

Questo bel post infarcito ci citazioni e di foto, splendide, mi ha fatto venire la voglia di rivedere (e sarebbe la settima o l'ottava volta)questo bellissimo film, uno dei mei preferiti di Moretti. E di ritornare a Roma: mai stata a Villa Borghese...

Solimano ha detto...

Grazie Arfasatto. E' un film da vedere e da rivedere, perché sono tanti film in uno: il thriller, l'amore, la satira sulla scuola, il rapporto con gli altri, la follia, un luogo significativo e ben ripreso come Villa Borghese, la letteratura, la pittura. Tutto raccordato in modo tale che il film dà una impressione del tutto unitaria. Poi dicono che Nanni Moretti ha fatto pochi film...
Le citazioni le ho messe perché mi andava di metterle, ma permettono di capire la serietà del lavoro. Persino certe apparenti battute, che di per sé fanno ridere, trovano un senso col resto, sono come mattoni di un'unica costruzione.

saludos
Solimano