lunedì 21 luglio 2008

Il divo

Il divo, regia e sceneggiatura di Paolo Sorrentino (2008) Con Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Piera Degli Esposti, Paolo Graziosi, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso, Giorgio Colangeli, Lorenzo Gioielli, Gianfelice Imparato, Massimo Popolizio, Aldo Ralli, Fanny Ardant, Cristina Serafini, Achille Brugnini Fotografia: Luca Bigazzi Musica: Vivaldi, Fauré, Sibelius, Saint-Saëns e Renato Zero e diverse canzoni (110 minuti) Rating IMDb: 7.9
Solimano
Ne parlerò, del bellissimo film di Sorrentino, ma molto brevemente. Anticipo solo che ha un grave, irrimediabile, inevitabile difetto: lo spettatore medio esce dal cinema rafforzando in sé l'ammirazione di fondo che l'italiano medio ha per Andreotti. Questa ammirazione la reputo del tutto ingiustificata, dannosa e rivelatrice, ma sono personalmente un alieno, perché per più di trent'anni ho vissuto in Italia come se non fossi un italiano (come tutti gli altri miei colleghi di lavoro). Che farci? E' tardi, per cambiare, continueremo a non farci piacere le cose che non possono -e non debbono- piacerci.
Racconterò alcuni fatterelli concreti per spiegarmi.
1. Lo SMAU di Milano si svolgeva a settembre. Una fatica boia, soprattutto per il caldo. Cinque minuti prima dell'apertura eravamo tutti a sistemare cavi, a pulire per terra senza gerarchie di pulitori: chi si trovava più vicino alla scopa la usava. Una confusione apparentemente insuperabile, per cui scoppiammo a ridere quando arrivò il boss chiedendo ad alta voce: "C'è qualcosa che va?". Capimmo che ci capiva. Ma all'apertura tutto magicamente andava a posto.
C'erano i visitatori importanti, come no. Vedemmo arrivare un corteo che circondava un uomo piccolo ma vivacissimo, malgrado l'età: Amintore Fanfani. Il responsabile del nostro grande stand, un dirigente di alto livello, ricevette Fanfani e si mise a raccontare al meglio alcune cose. Fanfani lo guardava con occhi penetranti, che più attenti non si sarebbero potuti immaginare e con la bocca a cuore per mostrare che la spiega era assai gradita. Eravamo attorno, io col blazer blu coi bottoni non dorati (giammai!), facevo la mia figura, la moda era quella. Sento una voce vicino all'orecchio: "Dov'è Presutti?". Mi volto e vedo che era uno degli assistenti di Fanfani. Presutti era il nostro Direttore Generale. Gli rispondo: "Il dottor Presutti in questo momento non è presente". Vedo che schizza verso Fanfani facendosi largo. Fanfani guardava il nostro spiegatore con aria sempre più coinvolta, ne pareva quasi innamorato. Quello che mi aveva chiesto di Presutti arriva all'orecchio di Fanfani e gli dice due parole, due di numero. E Fanfani, non a metà della frase, ma a metà della parola che stava dicendo il nostro solerte spiegatore, fece un sorriso sempre da innamorato e disse "Grazie!", stringendo prima la mano dello spiegatore, che con perfetto uso di mondo si inchinò, non tanto ma nemmeno poco. E il corteo fanfanesco si avviò verso altri stand ed altre spieghe.
2. Le aziende nostre clienti erano suddivise in quattro settori: Finance, Manufacturing, Distribution, Public. Per ogni settore si sapeva quanta era la nostra penetrazione in quel mercato rispetto al totale, perché c'era anche la concorrenza. Le percentuali di penetrazione erano analoghe nei settori, salvo nel Public (centrale e locale) in cui la penetrazione era nettamente più bassa. Quindi Public significava anche Comuni e Ospedali. Nelle riunioni ad inizio anno si presentavano le varie situazioni. Erano riunioni ristrette, non oceaniche, perché volevamo che ci fosse interattività, specie da parte dei nuovi assunti che si desiderava fossero svegli e pugnaci, gloriously insatisfied era il termine giusto. Un nuovo assunto fece una osservazione in sé molto giusta al Direttore Commerciale: "Come mai nel Public la percentuale di penetrazione è più bassa e cosa intende fare la Società per ovviare?" Qualche sorrisetto si spense subito appena si vide che il Direttore Commerciale non sorrideva, stava serissimo: "Come ha ragione, la colpa è sicuramente nostra, che non riusciamo a mettere le persone giuste in quel settore così delicato ed importante. Ma il problema è ben presente e vedrà che prima o poi le persone giuste le troveremo. Grazie." Il giovane assunto fu ben contento, poi durante il break un'anima buona gli spiegò, quale fosse il problema nel Public.
3. A me piaceva cercare di aprire le porte fino ad allora chiuse, fu così che cominciai a corteggiare le Cooperative Rosse, malgrado che qualcuno mi sconsigliasse. Il guaio fu che trovai uno che mi apprezzava, era proprio l'interlocutore locale a più alto livello, e quindi mi detti da fare. Naturalmente la trattativa era in concorrenza con altri fornitori. Si venne al dunque, e fui ricevuto dal mio interlocutore, che mi pareva un po' amareggiato. Capii che avevo perso, e ci poteva stare, quell'anno avevo già fatto gli obiettivi, ma commise l'errore di consolarmi: "Stavolta per poco non vincevate, siete arrivati secondi". "Guardi che non c'è podio, c'è solo uno che vince e gli altri perdono. Però apprezzo il motivo per cui mi ha detto così". Allargò le braccia guardando in alto.
4. Al Centro di Istruzione, gli allievi erano due per camera. Comincia un nuovo corso (duravano sei mesi) e c'è uno di Roma che storce il naso: "Eh no! Io voglio stare da solo". Ci mettiamo tutti a ridere, figurarsi, facevamo così in tutto il mondo. Alla sera, quello di Roma dormiva in camera singola, era arrivata la telefonata giusta da parte della Camera dei Deputati o del Senato della Repubblica, non ricordo quale dei due.
5. Col settore Public, oltre al problema già detto, ne avevamo un altro. Il livello degli interlocutori non era quello che noi desideravamo. Alle riunioni, delegavano sempre qualche sottoposto volonteroso ma ininfluente. Finché assumemmo un giovane con un cognome molto noto, che nel film Il divo viene fatto di frequente. Una persona che andò a Palermo e che da Palermo non tornò. Il giovane era molto sveglio, con vera signorilità nei rapporti e così fu per tutto il corso di sei mesi, in cui si comportò come un allievo fra gli altri. A Roma, dettero a lui l'organizzazione di un Seminario ad alto livello. Nel giro di dieci giorni il Seminario si tenne ed i partecipanti non furono i soliti, ma tutti i dirigenti di tutti i Ministeri.
6. Ogni tanto cercavamo di migliorare i rapporti, e trovammo un modo simpatico: invitare il Ministro della Ricerca Scientifica allo stabilimento in Brianza che si era recentemente ampliato. Arrivò, l'onorevole Misasi, ben contento di venirci. Parlava benissimo, guardando appena lo scritto. Infine giunse all'acme del suo dire, e la frase chiave fu: " La ricerca non vuol dire inventare il cavallo, il cavallo c'è già!" Si aspettava un applauso che non venne. La nostra era una società che aveva più di venti laboratori di ricerca applicata in giro per il mondo e due di ricerca pura, e Misasi era venuto a spiegarci che dovevamo fare ricerca.

E potrei continuare. Vengo al film. Tutto assolutamente ben fatto, una cura persino eccessiva, un po' di trasandatezza non ci sarebbe stata male, perché la politica, quello che in Italia chiamiamo politica, è spesso trasandata. Non c'è un momento di noia, sono incantevoli le interpretazioni di tutti i componenti del gruppo storico di Andreotti, specie Evangelisti, Sbardella, Cirino Pomicino. E' un grande piacere rivedere Anna Bonaiuto, che è sempre lei attraverso tutte le parti che indossa, film dopo film. Grande arte quella di non sparire nel personaggio senza però prevaricarlo.
Ho sentito molto l'argomento del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro, perché ricordo benissimo cosa pensavo in quei giorni, quando venivano pubblicate le sue lettere (non tutte). Pensavo: "Ci sarò da divertirsi. Certamente le Brigate Rosse il loro vero scopo lo hanno raggiunto e lo rilasceranno, così salteranno fuori tante cose che è bene che vengano dette. Non lo vedo, Moro, riappaciarsi con Andreotti, dopo quello che ha scritto". Ma non andò così, chissà perché.

La mia critica è legata al fatto che nel film esce una figura con una sua grandezza, mentre ci sarebbe da farsi continuamente alcune domande chiave:
"Perché, uno come Andreotti, è stato sette volte Presidente del Consiglio?"
"Quali decisioni, quali scelte politiche, ci ricordiamo che abbia fatto, in tutti questi decenni?"
"Perché è stato fatto senatore a vita?"
Riguardo poi la religiosità, ho una mia convinzione, forse legata al mio essere laico. C'è scritto che "Dio fece l'uomo a sua immagine e somiglianza". Ma è un discorso che si può rovesciare come un guanto: "Ci sono uomini che si fanno un dio a loro immagine e somiglianza". A un dio del genere, è facile continuare a credere ogni giorno, si tratta solo di una proiezione di se stessi, un dio di fronte a cui è naturale inginocchiarsi.
Andreotti ha certamente due qualità.
Una è la capacità negativa, cioè quella di porsi momento per momento solo problemi spiccioli ed immediati, una miopia sistematica che è la vera spiegazione della sua durata.
L'altra qualità è quella di aver capito subito che in Italia l'ammirazione più duratura è quella che nasce nell'accorgersi non delle qualità ma dei difetti, che vedi caso sono quelli universali. Nessuno vuole cambiare, però tutti vogliono durare, e Andreotti c'è riuscito. Ma se non ci fosse stato Andreotti, un altro più o meno come lui ci sarebbe stato.
Interessante la sua reazione di fronte al film. All'inizio ha detto che era una mascalzonata, poi ha pian piano ha aggiustato il tiro, fra un po' se ne vanterà pure. Non perché sia un mostro di intelligenza, ma perché, procedendo come fa lui da sempre, ogni giorno ha la sua piccola opportunità che è diversa da quella del giorno prima, non perché ci hai pensato, ma perché te la trovi lì, sotto il naso. Ma per il resto, come scrittura, come fantasia, anche come ironia ed umorismo, perché ammirare uno come Andreotti?
Mi viene in mente un mio amico a cui toccò di fare il negro, cioè lo scrittore di discorsi di massimi dirigenti. Ci si mise di buzzo buono, solo che si accorse che tutte le affermazioni veramente brillanti, acute e puntute gliele tagliavano, mentre invece in ogni pagina ci doveva essere un punto in cui scattasse l'applauso, scritto proprio sul testo del discorso, così: (applauso).
Eh sì, bisogna esserci portati, anzi, tagliati.
P.S. La posizione ed il formato delle immagini sono per scelta mia, non per caso.

4 commenti:

angela ha detto...

Hai dimenticato la musica: eccezionale, dall'inizio alla fine. Così importante e necessaria da farlo sembrare "opera rock".
Quanto alla domanda fondamentale, azzardo una ipotesi. Di Andreotti si è detto e ridetto, tutti sanno chi è, nel bene e nel male. Ma non governava da solo e veniva anche votato!
Allora, mi pare che Sorrentino marchi le assenze e le presenze compiaciute. Il PCI e il popolo, per farla proprio breve. Così, mi piace, questo modo di fare film dei nuovi giovani registi, che [ri]distribuiscono le "responsabilità".
Mi scuso, per la lunghezza del commento e buona giornata a Voi.

Solimano ha detto...

Angela, per la musica hai ragione, l'ho notato anch'io, ma come hai letto, non ho voluto fare una recensione, ma raccontare una esperienza intessuta di fatterelli piccoli, ma per me significanti, non insignificanti. Perché il guaio era -ed è- la connivenza generalizzata. Già il termine "opera rock" è interessante, perché indica il tipo di operazione, bella ma in fondo facile e pure consolatoria. Per Andreotti, e per il vasto mondo attorno, più che di bene o di male, più che di tragedia, si dovrebbe fare una commedia grottesca basata sullo squallore, tenendo come filo rosso il parassitismo con punte di prossenitismo. Tutto perché (e qui il PCI ed il popolo non si può chiamare fuori) l'assunto era il primato della politica (quindi intesa come fine, non come mezzo). Trovo più nuovo e vero, dopo tutto, il moralismo dei film di Nanni Moretti, che difatti dà più fastidio. Perché aveva ragione Altan, che quando gli chiesero se gli piacessero i moralisti rispose: "No, ma gli altri ancora meno". Poi, a parte tutto, un paese deve pure funzionare, e questo è l'ultimo dei problemi che si ponevano e si pongono.

grazie e saludos
Solimano

Giuliano ha detto...

Penso che, quando Moretti inseriva in uno dei suoi primi film la famosa frase "ve lo meritate Alberto Sordi!" , in realtà sottintendesse Andreotti.
Ieri ci meritavamo Andreotti, oggi ci meritiamo quel che c'è: triste ma vero. (a Roma, Andreotti prendeva sulle centomila preferenze).

Detto questo, trovarsi a rimpiangere Fanfani e Andreotti è un'esperienza devastante, ma così va il mondo.

Letizia ha detto...

Non sono d'accordo con te Primus sul fatto delle celebrazione di Andreotti in questo film, il quale è pervaso di ironia proprio a cominciare dal sottotitolo "la spettacolare vita di Giulio Andreotti". Certo, c'è chi l'ironia non la capisce, ma non credo sia il tipo di spettatore che va a guardare un film di Sorrentino. Il film è organizzato, proprio come dice Angela, come un'opera rock (non pop ...), infatti la cosa che mi ha colpito - e continua a colpirmi quando ne ripercorro le scene (l'ho visto almeno 6 volte) - è il ritmo. Potrebbe apparire curioso in un film che non è d'azione, eppure, come tu stesso rilevi, è incalzante. Lo è nella fissità del personaggio Andreotti, del quale si arriva a sentire il bzzzzzzzzzzzzzz bzzzzzzzzzzzzzzz del cervello mentre passa da un colpo di scena ad un colpo subito. La scelta della musica è eccellente: le scene iniziali degli assassinii scandite da Toop Toop di Cassius, musica elettronica contemporanea, la passeggiata sacrale per le vie di Roma svuotate dalla notte, con la scorta, con la Pavana di Fauré, il finale beffardo di Da Da Da (Trio), il tutto legato dalle musiche originali di Teho Teardo (che ha composto musiche per molti film importanti, anche La meglio gioventù!).
Andreotti ne esce quale credo davvero sia: un personaggio surreale che nessuno sa chi è, neanche sua moglie. Ne esce massacrato perché il film non infierisce, lasciando tutto lo spazio all'evidenza dei fatti.
Sulla religiosità dell'uomo c'è poco da dire, somiglia molto alla religiosità degli italiani: un po' di fumo, molto poco arrosto. Del resto Sorrentino glielo fa dire: "i preti votano, i santi no", in una delle ottime conversazioni con il confessore. Dio è un ottimo referente per Andreotti, perché non essendoci può essere sempre perfetto per l'occasione. Ho riso solo una volta, proprio quando a tavola spiega che se Dio ha detto di porgere sempre l'altra guancia, egli ha tuttavia avuto il buon senso di darcene solo due!
Nevralgica e straordinaria l'intervista di Scalfari (Giulio Bosetti) condotta su "è un caso che ...?", e surreale ed eloquente la risposta, che torna nel film, "io non credo nel caso, io credo nella volontà di Dio". Insomma, non è mica colpa sua.
La scena davanti alla televisione, dove fa capolino Grillo per poi lasciare spazio ai "migliori anni della nostra vita" è struggente, ma attenzione: è struggente la canzone con uno stadio che la canta commosso, mentre il massimo che si ottiene dall'altra parte dello schermo sono due mani che si stringono, nella compostezza e nella rigidità di un cuore privo di sangue.
È tutto così il film: l'empatia la vive lo spettatore con le scene e i fatti, non con il protagonista algido, impenetrabile, asettico. Il suo rumore Sorrentino lo mette nella pastiglia di analgesico che frizza nel bicchiere. Non c'è altro.
Trovo questo film stilisticamente perfetto, girato con maestria e originalità, senza far ricorso a facili effetti speciali.
Degli attori è inutile dire: Servillo ormai è assurto all'empireo, Piera degli Esposti sempre brava e misurata, Anna Buonaiuto che come osserva Primus sta nei personaggi senza coprirli, Flavio Bucci che fa un Evangelisti felliniano e gli altri a seguire.
Una critica però ce l'ho sennò non vale: ho l'impressione che Fanny Ardant sia una vera e propria marchetta imposta dalla produzione: ma che c'azzecca?