domenica 6 gennaio 2008

Mi fido di te

Mi fido di te, di Massimo Venier (2007) Sceneggiatura di Walter Fontana e Massimo Venier, Con Ale (Alessandro Besentini), Franz (Francesco Villa), Luciana Alzati, Emanuele Arrigazzi, Alessandro Betti, Cecilia Broggini, Tito Ciotta, Roberto Citran, Niccolò Gremmo, Alessandra Ierse, Evelina Lissoni, Maddalena Maggi, Ernesto Mahieux, Vincenza Merseglia, marco Marzocca, Michele Nani, Lucia Ocone, Davide Paniate, Paolo Pierobon, Giancarlo Previati, Nicoletta ramorino, Simone Ricciardi, Enrico Salimbeni, Andrea Santonastaso, Nicola Specchio, Claudio Sterpone, Nicola Stravalaci, Augusto Zucchi Musica: Paolo Jannacci, Daniele Moretto (100 minuti) Rating IMDb: 6.9
Laura
Questo è un film in cui mi sono imbattuta per caso e con molto scetticismo. Non sono una patita dei comici, non sono nemmeno una dalla risata facile. Per questo motivo trasmissioni come Zelig, con me, male attecchiscono. Però, devo riconoscere che in questo film ho apprezzato due tipi come Ale e Franz. Forse proprio perché non fanno ridere. Anzi, sono serissimi, bravi ad assecondare quel detto che recita "Ridi quando da ridere, non c'è."
La storia mi è sembrata carina per quella sua buona percentuale di probabilità nella vita reale, quella che vede quotidianamente carriere di impiegati saltare in aria per tagli al personale e destini di disoccupati che rimangono tali - o quasi - grazie a offerte di lavoro con stipendi da fame e contratti ballerini.


Alessandro Besentini (Ale) è uno che, mancato il diploma di maturità, è un capace bidonista, un artista delle piccole truffe ai danni di chi gli capita a tiro ma che vorrebbe dare una raddrizzata alla propria vita, prendere il diploma da privatista, trovarsi un lavoro e sistemarsi seriamente con Susanna (Lucia Ocone). Chiede troppo? Purtroppo questo non è possibile, almeno fino a quando non avrà restituito i cinquecento euro a quello strozzino di Kappadue (Ernesto Mahieux) e che raddoppiano a vista d'occhio.
Poi c'è Francesco (Franz), o meglio, il dottor Villa, un manager che da due mesi ha perso il suo prestigioso impiego presso la multinazionale per cui lavorava, a causa dei tagli al personale. Il dottor Villa continua a fingere di andare a lavorare ogni mattina nel solito imponente palazzone per proteggere le certezze della moglie Veronica (Maddalena Maggi) e dei figli dall' amara verità. Francesco sostiene nuovi colloqui ma risulta essere troppo qualificato per quei posti a tempo determinato. L'amara verità è che il dottor Villa la mattina fa il benzinaio e nel pomeriggio consegna casse d'acqua minerale a domicilio. Fa, come si dice spesso in gergo "l'omino dell'acqua." Nonostante l'eccellente curriculum, a Francesco, un giapponesino piccolo così ha tolto la poltrona da sotto il sedere. Una vita a studiare per il posto dei suoi sogni. Chiedeva troppo? Ecco che i must della vita dorata, a mantenerli per il bene di Veronica e dei figli, diventano improvvisamente cappi al collo.
E' proprio vero che per comprendere certe dinamiche e certi stati d'animo bisogna vivere determinate condizioni. E' facendo "l'omino dell'acqua" (impareggiabile il discorsetto che Francesco fa a sua moglie, a tavola) che egli capisce come sia dura la vita per qualcuno che non può portare a casa uno stipendio strepitoso come quello a cui lui ha abituato sé e la sua famiglia. Così, davanti ad un barista sprezzante a cui fa una consegna, Francesco, per la prima volta in vita sua, decide che è venuto il momento di dare qualche fregatura. Oltre a gabbarlo sul resto di cinquanta euro, gli si presenta l'occasione d'intascare l'importo della consegna e lo fa con una naturalezza che rimane impunita. Gli dice bene, sì, se non fosse che a prendere il caffè allo stesso bancone c'è proprio Alessandro, testimone oculare del raggiro. Alessandro gli offre di dividere il malloppo, di inscenare un furto, ma Francesco è troppo disperato: deve assicurare a sua moglie quella cospicua somma, altrimenti lei mangerà la foglia.
Non sa però che Alessandro è più disperato di lui perché Kappadue gliele ha promesse di santa ragione. Alessandro vuole tirarsi fuori da questa vita d'imbrogli mentre Francesco, un po' per necessità, un po' perché in tanta disperazione ha trovato un gioco divertente ed eccitante, è assolutamente disposto ad entrarvi.
Andata. E' questione di perfezionare tattiche e parti da recitare. Ora il palo, ora la spalla, tutti e due si trovano a formare una sincronizzata coppia di truffatori mettendo a frutto, sul campo, le reciproche esperienze e conoscenze. Si parte così dal trucco de " Le nove regine " fino ad arrivare al colpo di genio, quello ai danni della multinazionale tramite il capo di Francesco, il dottor Aleotti (Roberto Citran), colui che in un battibaleno l'aveva liquidato seguendo il protocollo di licenziamento.


Nel frattempo però, di cose ne succedono. Eh, sì, perché anche se Francesco e Alessandro, ufficialmente né si conoscono né si frequentano, salta fuori che le rispettive compagne si conoscono eccome! Erano compagne al liceo. Quando si dice fortuna...
Ormai divenuti delle vere manine leste, Francesco e Alessandro non solo possono permettersi televisori da capogiro (per guardarci dentro cosa, vi divertirete a scoprirlo con una fitta allo stomaco) ma persino il lusso, in un mestieraccio come il loro, di considerarsi l'uno il miglior amico dell'altro. Dal bidone per tirar su la spesona all' ipermecato alla truffa da icsmilaeuro: come dire dalla flebo alla TV al plasma da 42 pollici. Dunque, si potrebbe continuare a vivere felicemente così, no?
No, perché Alessandro farà a Francesco un bidone colossale. Ma come, in una coppia così, la fiducia non è tutto? E non erano forse amici per la pelle? Certo che sì. E del perché, ve ne accorgerete.
"Tantovale che mi metta a rubare anch'io!" Quante volte abbiamo sentito o detto questa frase, arrabbiati con la vita, pensando di passare la fregatura a qualcun altro per sbarazzarsi almeno dieci secondi della cocente ingiustizia subita. Rubare sì, rubare no. Una volta bastava pensare che fosse una questione di buona o cattiva coscienza. Oggi, sinceramente, non so.


Penso a quei pensionati sorpresi a intascare piccoli salumi al supermercato e non ce li vedo ad essere criminali. Penso che esiste un momento in cui uno giustifica una scelta, seppur eticamente sbagliata, secondo un registro di necessità primarie, nuove e insospettate e, di conseguenza, modifica i propri princìpi. Attenzione, non mi metto dalla parte di Villa o Besentini: il primo doveva fare una bella chiacchierata con la moglie per decidere alla svelta sul da farsi, e il secondo poteva iniziare col fare l'omino dell'acqua - che omino non è, nossignore - ché forse, uno come Kappadue non lo avrebbe incontrato. Forse. Perché, quanta gente normale combattendo con i casi della vita (salvare la salute, salvare casa, salvare il negozio) finisce proprio nelle loro grinfie?
Il lavoro nobilita l'uomo. Sì, ma quale tipo di lavoro, oggi? E quale tipo d'uomo, chi comanda o chi subisce? Qualsiasi lavoro, qualsiasi uomo purché sia onesto, si direbbe quasi a pappagallo. Il punto è che a fare lavori onesti, nel nostro Paese, si riesce ad arrivare a stento alla fine del mese. E la fiducia si perde presto, come i soldi. Chi perde il lavoro o salta da uno all'altro è costretto a fare i conti con un nuovo tipo di disagio, una moderna variazione sul tema della vergogna. E, nei casi peggiori, con la solitudine e l'emarginazione. Mai come in quest'epoca, credo, la cosa più precaria sia proprio la nostra identità.
Questo film regala a tutti, nel finale, un nuovo insegnamento, cioè quello di aiutarsi tra deboli ma in maniera assolutamente legittima e lecita. Suggerisce una bella soluzione che, a pensarci, non sarebbe neppure così complicata né inarrivabile, se non fosse che ormai siamo presi solo esclusivamente da noi stessi.
Ale e Franz sono bravi a evitare la risata facile. E dedicano questo film ad Alberto. Chissà chi è, e chissà per quale motivo. "Sarebbe carino saperlo" pensavo tra me e me fantasticando, amplificando i risvolti della storia. No, non allarmatevi, ho già scritto troppo. Questo sequel del film, partorito interamente dalla mia testa, lo tengo per me.

5 commenti:

Roby ha detto...

Piccolissima notazione personale in margine al bel post di Laura: non credevo che esistesse ancora in commercio l'ACQUA FRISIA, di cui si vede il marchio sul camioncino di Franz!!! Ricordo bene quei cestelli di bottiglie, consegnati a domicilio dall'"omino dell'acqua" e collocati dalla mamma in bell'ordine sulla terrazza di cucina, almeno quarantacinque anni fa. E ricordo anche che, in una notte d'inverno freddissima (allora come oggi), l'acqua gelò, e le bottiglie si ruppero tutte.

Saluti e baci

Roby

Solimano ha detto...

Un mio cliente era un produttore piuttosto noto di acqua minerale e mi raccontò una cosa che mi colpì, al tempo delle consegne a domicilio tipo acqua Frisia: che chi comprava da loro, che avevano prezzi un po' maggiorati rispetto a quelli dei super, non erano generalmente i borghesi, ma i proletari, era divenuto un piccolo status symbol avere la consegna d'acqua a casa. Non ci avrei mai pensato.
Nel film che racconta Laura ho constatato che ci sono almeno due cose frequenti nella realtà: la difficoltà di parlare in casa (specie con la moglie, e non per orgoglio, per incomprensione) dei problemi di lavoro, e il frequente piccolo taccheggio nei super (non fatto da cleptomani!). Come è molto vero che tutto quello che è successo ad esempio a livello classe politica ha portato un cambiamento del confine fra lecito e illecito, fra morale e no. Molti sono indignati per i continui discorsi moralistici a cui corrispondono sistematicamente comportamenti del tutto diversi.

saludos
Solimano

Brianzolitudine ha detto...

Confermo Solimano. Aver l'acqua in casa è il "vorrei ma non posso" della povera gente. Io ho un amico padroncino che fa il rivenditore a domicilio con camioncino per acqua B..... (una fonte della bergamasca, non dico il nome per non tradirlo, semmai una sua cliente passi di qua :) ), lui si fa anche 5-6 piani a piedi a portare acqua a vecchine in certe vecchie case in cui non c'è ascensore e si spaccia per il faticatore-dipendente. La vecchina si impietosisce e gli dà la mancia anche cospicua, e lui sostiene che l'acuqa gli da il pane, ma il companatico dei suoi ricavi viene proprio dalle mance. Se lo sapessero che è titolare e non dipendente, sarebbe fregato!

Laura ha detto...

Roby, arcano svelato! Dunque, l'acqua Frisia esiste! E io che mi chiedevo quale famosissima marca si sarebbe aggiudicata la pubblicità occulta! Quando ho letto "Frisia" ho pensato "beh, almeno hanno giocato..." Invece, mica tanto. Però mi fa simpatia che abbiano tirato fuori una marca passata.
Solimano, non avrei pensato neppure io che certi proletari avessero di questi hobbyes.
Brian, quel tuo amico ha qualcosa di Besentini nel sangue, ahiahi...

Un caro saluto
Laura

Habanera ha detto...

Solimano e Brian, le vostre testimonianze sono certo attendibili ma, per quanto ne so io, l'acqua Frisia l'abbiamo presa in tanti, almeno per un breve periodo.
Non c'era ancora la possibilità che abbiamo adesso di fare la spesa online e dal momento che le confezioni di minerale sono piuttosto pesanti ed ingombranti era molto comodo riceverle a domicilio.
Inoltre avevano escogitato un ottimo sistema di propaganda, sia con volantini pubblicitari (nella casella della posta), sia con telefonate molto convincenti. Così, per qualche tempo, ho usufruito anch'io di questo sistema forse artigianale ma che funzionava benissimo. Non era necessario essere in casa al momento della consegna, io lasciavo fuori dalla porta il cestello con i vuoti e tra le bottiglie mettevo una busta con i soldi e l'ordinazione per la settimana seguente. Al ritorno trovavo il cestello con le nuove bottiglie e l'importo della cifra da lasciare per la prossima consegna. Ho smesso quando sono partita per le vacanze estive anche perchè, nel frattempo, mi ero resa conto che, comodità a parte, a noi l'acqua Frisia in fondo non piaceva.
In ogni caso erano altri tempi, chi si fiderebbe oggi a lasciare una busta con dei soldi fuori la porta di casa?
H.