martedì 15 gennaio 2008

2046

2046, di Kar Wai Wong (2004) Con Tony Leung, Gong Li, Faye Wong, Ziyi Zhang, Takuya Kimura, Carina Lau, Chen Chang, Maggie Cheung, Wang Sum, Ping Lam Siu Musica: Shigeru Umebayashi, "Siboney" cantata da Connie Francis "Casta Diva" cantata da Angela Gheorghiu Fotografia: Christopher Doyle (129 minuti) Rating IMDb: 7.5
Solimano
A Bologna, quando facevo l'università, conobbi una ragazza indonesiana. Era di religione cattolica ed apparteneva ad una famiglia abbiente che preferiva che studiasse in Italia. Non era un caso isolato, ho conosciuto anche un ragazzo libanese che era in Italia per gli stessi motivi. La chiesa di Roma è una multinazionale che si trova benissimo nel gestire queste opportunità, credo che lo facciano tuttora, è un modo intelligente per rafforzare influenza, identità e appartenenza.
Chiesi un giorno a quella ragazza quale fosse il problema più difficile che aveva incontrato venendo in Italia e mi diede una risposta semplice ma del tutto inattesa: "Distinguere le facce delle persone. Nei primi mesi, sembrate tutti uguali". Basta riflettere un momento per capire come sia inevitabile che succeda così: prevale dapprima la similarità degli appartenenti ad una etnia che non è la nostra, difatti con gli indiani succede molto meno.

Un pregio non secondario del film 2046 è che le tre grandi parti di attrici permettono finalmente di uscire dal cliché dell'attrice orientale: Gong Li, Faye Wong e Ziyi Zhang sono diversissime fra di loro, ed ancor più diversa è Maggie Cheung, la protagonista di In the Mood for Love, che qui ha una piccola parte.
Il regista Kar Wai Wong è uno sradicato (lasciò Shanghai quando aveva cinque anni) ma è al tempo stesso radicatissimo, perché, oltre alla grande cultura cinese -che è impossibile dismettere- c'è la cultura soprattutto cinematografica di Hong Kong e la cultura americana, francese, spagnola, anche italiana, nelle musiche. Potrebbe derivarne un minestrone che non sa di niente, però lo sa in modo pretenzioso, ma Kar Wai Wong è in grado di provvedere col suo stile visivo e il suo gusto musicale che sono in grado di soggiogarci. Poi c'è il singolare procedere per illuminazioni nella costruzione dei film: la sceneggiatura è inesistente, il film si costruisce scena per scena.
Ho esitato un po', prima di vedere questo film, perché temevo di esserne deluso, visto che In the Mood for Love è tra i film che amo di più, ed essendo facile all'entusiasmo mi è successo non di rado con i libri ed i film di essere intristito dalla seconda opera di quell'autore. Difatti qui c'è stata delusione, ma anche compensazione, totale o parziale.

La differenza è nella identificazione con la storia e con i personaggi. La storia di In the Mood for Love è quella di un amore stretto da contraddizioni culturali, familiari, sociali: un amore infelice ma che riesce a non farsi cattivo.
Tutti abbiamo provato l'amore infelice, per ciò stesso l'empatia con i due grandi personaggi di In the Mood for Love scatta immediatamente. In 2046 è ben diverso, anche se, al di là della cronologia filmica, i due film sono facce della stessa idea di Kar Wai Wong (infatti avrebbero dovuto essere realizzati quasi contemporaneamente).

Qui il giornalista Chow Mo Wang (Tony Leung) è uno che fa soldi scrivendo cinicamente romanzi porno o quasi e vivendo una vita di avventure erotiche senza seguito. O meglio, così vorrebbe lui, ma poi deve fare i conti, almeno nel ricordo, con le tre donne: Wang Jing Weng (Faye Wong), Su Li Zhen (Gong Li) e Bai Ling (Ziyi Zhang).
Whang è la figlia del proprietario dell'albergo dove Chow abita la camera 2046, innamorata per anni di un giapponese con cui finalmente riuscirà a sposarsi, superando la pluriennale opposizione del padre. Chow ammira la volontà coerente di Wang, così diversa dalla sua, ma non ci proverà, pur tentato, perché fra l'altro Wang gli dà una mano nello scrivere i libri, che ottengono un vasto successo, vista la tematica.
Su è la giocatrice professionista (con una mano perennemente guantata) che a Singapore con i suoi consigli -probabilmente anche i suoi trucchi- lo salva dalla rovina.
Bai è la donna facile (e difficile) che alloggia nella camera 2047: il rapporto fra Chow e Bai è tenuto volutamente sul meretricio. Chow dà soldi a Bai dopo ogni rapporto, soldi che Bai mette diligentemente in una scatola, conservandoli tutti. Fanno così per non avere problemi reciproci, ma i problemi si presenteranno, verrà il giorno in cui i due si rendono conto di essere innamorati dalla prima volta, ma sarà ormai tardi.

In una storia così, l'identificazione e il coinvolgimento è difficile, anche perché il linguaggio in cui soprattutto Chow e Bai parlano non è intessuto dei silenzi di In the Mood for Love, ma del cinismo intelligente tipico di certi acuminati film americani.
Inoltre, l'uso dei flash back è continuo, e l'inserimento di una storia fantascientifica nel film rende difficile cogliere certi nessi: 2046 è il numero della camera, ma anche l'anno verso cui viaggia il treno senza ritorno, a meno che non si sia riusciti a fare i conti con i ricordi, ed è anche l'anno in cui Hong Kong sarà definitivamente cinese.
Ma la compensazione c'è: anzitutto con l'affrontare di continuo il tema del che fare dei ricordi. Mi sono trovato in dissenso, perché il ragionamento esplicitato dalla voce narrante del protagonista Chow è che tornare indietro è impossibile, i ricordi sono il passato. Ho dovuto investigare il mio personale mondo di ricordi perché mi serviva farlo per poter uscire da una depressione che è durata più di un anno (non mi vergogno a dirlo, può succedere) e con un mio metodo sono giunto ad una convinzione diversa: che i ricordi non sono ombre di fatti, sono fatti veri e propri, perchè vivono nei nostri neuroni nel presente del qui e ora. Diversi sono i discorsi tipo se avessi fatto così invece di fare o dire in quell'altro modo, si tratta solo di scenari mentali che può anche essere divertente aprire e chiudere. Non idoleggio né la nostalgia né la speranza, a differenza di quello che apparentemente è il filo rosso del film, che però, a suo modo, giunge ad una risoluzione che condivido: si può passare dai ricordi al cambiamento. Però è tale la forza delle immagini filmiche che il ricordo non si muta in meta-ricordo, in cui il rischio non è la perdita di senso, ma la perdita di vita (i ricordi sono anche la nostra vita).

Ma Kar Wai Wong ha due armi a disposizione per ottenere un coinvolgimento non emotivo, appassionato, emozionale, bensì lucidamente estetico.
La prima è la scelta delle musiche e del loro collegamento con le situazioni del film. E' una scelta che può essere ancora più felice di quella di In the Mood for Love: a leggerlo non ci si crederebbe, ma provate a sentire due brani lontanissimi, come "Siboney" di Lecuona cantata da Connie Francis e "Casta Diva" di Bellini cantata da Angela Gheorghiu e vedrete la perfezione delle scelte del regista.
La seconda arma è l'immaginazione visiva, tacciata da alcuni di manierismo. La parola, come gotico o barocco, ha assunto una significato negativo del tutto ingiustificato: il manierismo è stato un grande periodo artistico, quindi l'accusa si converte in lode, proprio perché il regista ha nelle corde la sua maniera, così riesce ad esprimere i suoi significati. E' il modo di porre le immagini più che le parole e la storia, che ci chiarisce quello che sta succedendo. Geniale, per fare un esempio fra i tanti, come le due figlie dell'albergatore reagiscano alle costrizioni paterne andando sul terrazzo dell'alberguccio, una con la sigaretta, l'altra col gelato, stagliandosi entrambe contro il cielo -diverso nei due casi- sulla musica del "Casta Diva". Proprio per questo inserisco immagini a prescindere dalla trama: il significato vero del film è nei ritratti, nel modo in cui Kar Wai Wong rappresenta i personaggi.
Un avvertimento che forse può essere utile: gran parte del film, che è del 2004, si svolge negli anni Sessanta dello scorso secolo, proprio come In the Mood for Love.

6 commenti:

Habanera ha detto...

Caro Solimano, ti sorprenderò con effetti speciali: io ho visto questo film! Deludente rispetto allo struggente "In the Mood for Love" ma non privo di fascino. Uscii dal cinema dicendo: "Non sono sicura di avere capito tutto, dovrei rivederlo" e la persona che era con me rispose "Sì, ma non con me!"
Ho una mezza idea che non gli fosse piaciuto...
H.

Solimano ha detto...

Habanera, la partecipazione personale a cui porta In the Mood for Love ha pochi paragoni, ma questo film, ripensandoci a mente fredda, ha molte qualità, fra cui non ho esaltato come avrei dovuto l'interpretazione di Tony Leung, non avrei creduto che sapesse trasformarsi in uno così brillante, seppure appassionato... in certi momenti. Poi, le tre attrici, oltre ad essere belle, hanno tre notevoli personaggi. Si vede che sono passati un po' di anni nel caso di Gong Li, che è stata la prima stella del cinema oriemtale. Infine c'è una forte presenza di erotismo, con gli occhi orientali diversi dai nostri, ma espresso con sottigliezze che vanno a segno.

gtazie, saludos y besos
Solimano

gabrilu ha detto...

Tutto vero, tutto giusto, tutto condivisibile, tutto ineccepibile, caro Solimano.
Belle le immagini, splendide le attrici, azzeccata la scelta delle musiche, bravo lui, meravigliosa la fotografia.
...Però io già al 25' (venticinquesimo) minuto non ne potevo proprio più, e l'ho mollato di brutto.
L'amico di Habanera ha tutta la mia solidarietà.

Solimano ha detto...

Gabrilu, al di là del gusto personale, che ognuno ha il suo e se lo tiene stretto, la faccenda è complessa, perché un libro dotato di una forte storia, tipo Orgoglio e Pregiudizio o La Principessina Mary, lo si legge con mucho gusto anche più volte, quando la storia si conosce già. Per me, la differenza di fondo è che un film dura due ore viste di seguito, un libro dura magari quindici giorni però spezzettato. E se in quelle due ore il film non ti acchiappa c'è poco da fare, fai bene ad uscire. 2046 andrebbe visto come si guarda una pinacoteca corredata pure di musiche, ma la nostra aspettativa abituale nopn ce lo consente, perché è un linguaggio che non ci aspettiamo in un film. Discorso arrischiato, ma credo ci sia del vero. Ma concordo con te: non bisogna farci piacere ciò che non ci piace, anche perché l'alternativa di film che ci piacciono ce l'abbiamo a dismisura.

grazie e saludos
Solimano

gabrilu ha detto...

Solimano, mi stuzzica la tua interessante considerazione a proposito della fruizione di libri e film. Le cose sono un po' cambiate, negli ultimi anni e con le tecnologie che oggi abbiamo a disposizione: io per esempio non entro in un cinema da un sacco di tempo. Non ricordo nemmeno quando ci sono stata l'ultima volta e che film ho visto. Oggi con i DVD, l'home video e soprattutto il computer un film lo si può mollare, interrompere, andare a cena o a farsi una passeggiata, riprenderlo, andare avanti, saltare, tornare indietro... come facciamo con un libro. Anzi, a questo proposito, posso dirti che mi sono talmente abituata a questa modalità di vedere un film che stare seduta in un cinema anche solo per un'ora e mezza oggi come oggi lo sopporto a stento. Io che un tempo andavo al cinema almeno tre volte la settimana.
(Ma questa era solo una considerazione volante, e a margine, che non c'entra ovviamente con il film in questione. Che ho sì mollato, ma che potrei riprendere dalla pancia del mio HD, se ne avessi voglia).

Anonimo ha detto...

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