lunedì 29 dicembre 2008

Ritratti di signore: Giulietta Masina

La strada, di Federico Fellini (1954) Sceneggiatura di Federico Fellini, Ennio Flaiano, Tullio Pinelli Con Anthony Quinn, Giulietta Masina, Richard Basehart, Aldo Silvani, Marcella Rovere, Livia Venturini, Gustavo Giorgi, Yami Kamadeva, Mario Passante, Anna Primula Musica: Nino Rota Fotografia: Otello Martelli, Carlo Carlini (108 minuti) Rating IMDb: 8.1

Silvia del blog Passaggi casuali su Stanze all'aria

La strada è un film la cui naturale proiezione sarebbe dentro una palla di vetro in cui, una volta capovolta, magicamente, da un improbabile cielo cade una fitta neve. Anche se è agosto.
Come in un sogno.
Tra brutalità e poesia, fisicità e pensiero, due anime contrapposte, legate da una vita in comune priva di gentilezze, Zampanò la concretezza, Gelsomina il sentimento, sono talmente rappresentativi da ergersi a simboli: il male e il bene.


Giulietta Masina, trentaquattrenne, tratteggia con estrema naturalezza, a volte un po’ maldestra, un personaggio incantato e incantevole, spaventato e indifeso da sembrare un cucciolo malgrado in alcuni fermo immagine trapeli un’espressione di donna così vissuta da trattenere in sé tutte le verità del mondo.
Sono momenti fugaci, quasi impercettibili che affiorano malgrado lo sguardo candido, come non dovessero appartenere a questo esserino privo di femminilità ma grazioso, spesso buffo che ricorda a tratti Marcellino o addirittura Pinocchio.
Il linguaggio onirico e grottesco che Fellini predilige nella narrazione, obbliga la moglie ad indossare una maschera clownesca, cosa che pare naturale alla brava Masina, per spogliarla così di ogni riferimento terreno e mantenerla in un limbo simbolico e universalmente riconoscibile.
Gli elementi circensi, tanto amati dal Maestro, sono già presenti in questo splendido film in cui Zampanò è il crudele Augusto, il capo avvolto da cieca ottusità e presunzione, e il Matto, “il filosofo”, il funambolo, il Grillo parlante, colui che saprà stare in equilibrio sulla corda tesa tra due mondi così diversi: terreno, pragmatico, pieno di bruta fisicità per Zampanò e quello altrettanto ingenuo, informe, spirituale e umano di Gelsomina.




Lei rappresenta la figura marginale un po' ridicola, già ha la faccia da carciofo, le dice il Matto, prendendola in giro, ma un po' è vero, truccata per far sorridere i bambini, col risultato che questo volto dai pomelli rossi e i capelli color polenta, risulta di una tristezza infinita.
E non può che essere così.
Venduta per diecimila lire dalla madre a questo saltimbanco gretto e primitivo, Gelsomina accetta di seguirlo in giro per un'Italia distrutta dalla guerra, su un improbabile carrozzone a tre ruote ricavato da un sidecar infestato di pulci, dove l'igiene e il docoro non sono di casa. Viene trattata come un animale, perfino percossa, ma nel suo intimo anela ad un riconoscimento del suo sentire che la elevi ad essere umano. Non cerca il lusso, non cerca il successo, sempre servile, sempre obbediente, riconoscente come un cane al padrone, ritorna a Zampanò, convinta che lui malgrado tutto le voglia bene e soprattutto che solo lei lo possa amare per quel che è. Lei lo guarda con gli occhi di chi vuole e sa guardare oltre o forse con l'igenuità dei matti o degli idealisti o di coloro che vogliono semplicemente essere amati e basta.
Colei che riesce a dimenticare le angustie della vita perdendosi in una tana di un grillo, o seguendo saltellante dei musici sghangerati, da sembrare Charlot, vuole capire qual' è lo scopo della sua vita.
Zampanò nemmeno se le pone certe domande. Lui sa tutto ciò che deve sapere, dalla tenuta di strada del suo sidecar, all'ampiezza del suo torace, dalla capacità di chiamare a raccolta il pubblico, alla tenuta della catena che deve spezzare con al potenza dei suoi muscoli.



Da questa forma d’amore impari e ingrata, da questo rapporto che non lascia spazio alla comprensione alcuna, scaturirà la tragedia con epilogo di dolore e solitudine.
E pentimento.
Sì perchè la morale alla fine c'è, e insegna che la verità non è solo ciò che si vede.
Lo capirà perfino il rozzo Zampanò, che una volta abbandonata Gelsomina al ciglio di una strada dimenticandosi di lei, condurrà però un'esistenza sempre più gretta e misera, fino a quando verrà a sapere che Gelsomina è morta e questo come per incanto spezzerà la pietra che gli attagnaglia il cuore donandogli un barlume di umanità.
Allora il pentimento, mai provato prima, mai riconosciuto, farà di Zampanò un uomo in lacrime e redento. Il bravissimo Quinn alzerà il volto al cielo, quasi avesse una rivelazione divina nel vedere per la prima volta il firmamento, prima di crollare in un pianto dirotto e sconsolato.
Criticato aspramente dalla sinistra di allora per la rappresentazione di una condizione femminile svilita e svilente e per lesa realtà la critica maggiore che viene mossa al Maestro è la mancanza di rispondenze storiche e geografiche che collochino la storia in una contesto reale. La caparbietà con la quale rimane ancorato ad una ricerca interiore troppo vincolata all'autobiografia, ad linguaggio esageratamente simbolico ed allegorico con cui racconta le sue paure e i suoi tormenti giovanili, regala sì un sogno, che non ha però alcun riscontro culturale e ideologico. Il male di cui viene accusato è la nostalgia che rappresenta in ogni pellicola, amata dal pubblico perchè si riconosce, ma che trasuda un'indulgenza e una leggerezza che stridono non poco con le splendide pellicole del neorealismo italiano. Tuttavia, contemporaneamente proprio questi "difetti" tracciano un nuovo percorso cinematografico, una nuova dimensione trascendente e rappresentativa perchè affondano nell'immaginario e nel ricordo collettivo proprio con la potenza di essere fuori dalla realtà . Raccontano così di ciò che avrebbe potuto essere, di ciò che sarebbe stato, di ciò che si ricorda sia stato, di ciò che si sarebbe desiderato che fosse.


Giulietta Anna Masina, laureata in lettere e filosofia cominciò a recitare in teatro all'età di 21 anni dove si esibì come ballerina, cantante, e attrice. E fu in radio che conobbe Fellini redattore umorista di una rivista satirica. Lo sposò il 30 ottobre del 1943. Reciterà in teatro fino al '51. Nel '46 comincia la sua carriera cinamatografica in Paisà di Rossellini, prosegue con Lattuada in Senza pietà, (Nastro d'Argento) col marito nel '50 in Luci del varietà (Nastro d'Argento) nel '51 nè Lo sceicco bianco, ma è nel '54 che raggiunge la notorietà a livello mondiale con il ruolo di Gelsomina nel film La strada.
Nel '57 raggiunge l'apice della carriera col ruolo interpretato in modo magistrale di Cabiria in Le notti di Cabiria. Anche questo ruolo le valse il Nastro d'Argento e premio come migliore attrice al Festival di Cannes dello stesso anno. Altro Nastro per Ginger e Fred del 1986 e il David di Donatello per Giulietta degli spiriti 1965/66.
Giulietta Masina è la rappresentazione vivente della grande donna in ombra al grande uomo. Non dotata di un fisico particolarmente prorompente si è ha sempre avuto la sensazione che se non avesse deciso di dedicarsi al marito avrebbe ottenuto molto di più dalla sua carriera cinematografica perchè era un'attrice di altissima sensibilità e con uno sguardo tutto particolare che io associo per peculiarità alla Magnani. Donne di grande temperamento anche se la Masina al contrario dell'amica è sempre apparsa mite e dolce, ma con una determinazione e una capacità di tener testa al volubile marito degna di un'imperatrice. Per questo ho ritenuto un bel gesto, quello del Maestro Fellini di dedicarle l'Oscar alla carriera, riconosciutogli nel 1993, che lei accettò, commossa.


P.S. Il film "La strada" di Federico Fellini fu molto amato. Il titolo non fu tradotto in nessun'altra lingua e la fantasia ingenua e vivace dei disegnatori si sbzzarrì nei manifesti. Inserisco qui sotto due esempi. (s)


domenica 28 dicembre 2008

Napoli nel cinema: L'oro di Napoli

L'oro di Napoli, di Vittorio De Sica (1954) Dal libro di Giuseppe Marotta, Sceneggiatura di Vittorio De Sica, Giuseppe Marotta, Cesare Zavattini Con Silvana Mangano, Sophia Loren, Eduardo De Filippo, Paolo Stoppa, Erno Crisa, Totò, Lianella Carell, Giacomo Furia, Tina Pica, Alberto Farnese, Tecla Scarano, Mario Passante, Pierino Bilancioni, Lars Borgström, Gianni Crosio, Nino Imparato, Ubaldo Maestri, Vittorio De Sica, Roberto De Simone, Teresa De Vita, Irene Montaldo Musica: Alessandro Cicognini, Fotografia: Carlo Montuori (131 minuti) Rating IMDb: 7.5
Solimano
Ho già scritto cinque post sul film L'oro di Napoli, ma mi sembra giusto scrivere il sesto sul personaggio più importante del film: la città di Napoli, così presente in tanti aspetti diversi. Sono stato a Napoli solo due volte, quindi mi sarebbe impossibile riconoscere le piazze, le vie e i vicoli. Chi conosce Napoli meglio di me potrà darmi segnalazioni di cui terrò conto. Ma anche chi non conosce Napoli si fa una idea precisa di come fosse Napoli agli inizi degli anni Cinquanta. Sarebbe interessante rendersi conto dei cambiamenti che sono intervenuti, ma ho la sensazione che molti posti siano riconoscibili anche oggi.
Seguo l'ordine dei sei episodi del film, ed inizio con l'episodio Il guappo. Nell'immagine di apertura del post si vede la piazza davanti alla casa di Saverio Petrillo (Totò). C'è sua moglie Carolina (Lianella Carell) con i figli, e i suonatori che accompagneranno Saverio che farà il pazzariello, per l'inaugurazione di un negozio.

Qui Saverio è in una piazza. Siamo nei giorni prossimi al Natale, e Saverio sta ascoltando dei suonatori di cornamusa.


Ecco Saverio nell'esercizio del suo mestiere di pazzariello, davanti al negozio di cui si festeggia l'inaugurazione. Inserisco anche una immagine della folla che sta attorno, perché L'oro di Napoli è un film corale, e la gente è parte essenziale del paesaggio napoletano. Specialmente i bambini.

Ancora Carolina con i figli, nella piazzetta sotto casa. Stanno guardando Saverio che butta dalla finestra un baule del guappo Don Carmine (Pasquale Cennamo) che ha appena scacciato di casa.

Don Carmine si aggira disperato di notte per i vicoli di Napoli: crede di avere una grave malattia al cuore.

Pizze a credito è il secondo episodio. Sofia la pizzaiola (Sophia Loren) è appena uscita dalla chiesa sullo sfondo. E' andata in chiesa per farsi vedere e crearsi un alibi. Prima era stata dal suo amante Alfredo (Alberto Farnese).

Nel vicolo dove c'è la pizzeria passa un carrettiere. E' uno dei tanti ammiratori di Sofia (potrebbe essere Roberto De Simone agli inizi della carriera).

E' iniziata la caccia all'anello smarrito (che in realtà Sofia ha scordato a casa dell'amante). Un piccolo corteo di curiosi segue Sofia e suo marito Rosario (Giacomo Furia).

Don Peppino il vedovo (Paolo Stoppa) cerca di commettere il gesto insano di buttarsi di sotto, ma viene trattenuto in tempo dagli amici.



Il funeralino è il terzo episodio. Le prime immagini si riferiscono all'inizio del funerale. Arrivano i bambini con la suora e il corteo funebre percorre alcuni vicoli, davanti c'è la mamma (Teresa De Vita).




La mamma decide che il funerale deve passare per la strada grande. I cavalli sbucano dal vicolo e il corteo percorre la strada che costeggia il mare.



Alla fine, quando il corteo è ormai vicino alla chiesa, la mamma getta i confetti e gli scugnizzi fanno a gara a chi ne prende di più. Questo è l'episodio in cui Napoli compare sempre.

Il quarto episodio, Il giocatore, è quasi tutto in interni. Nell'immagine c'è il portiere (Lars Borgström) che conduce il figlio Gennarino (Pierino Bilancioni), che dovrà giocare a carte con il conte Prospero (Vittorio De Sica). Il bambino è riluttante, preferirebbe continuare a giocare per strada.



Anche il quinto episodio, Teresa, è prevalentemente in interni.
Vicino a Piazza del Plebiscito Teresa (Silvana Mangano), incontrerà l'emissario di Don Nicola (Erno Crisa) che ha deciso di sposarla.
Teresa, dalla finestra della camera da letto, vede la zona borghese di Napoli in cui abiterà.
Teresa se n'è andata di casa, e sta decidendo cosa fare in una Napoli notturna.


Sesto episodio: Il professore. Il vicolo dove Don Ersilio (Eduardo De Filippo) vende saggezza. L'agitazione nel vicolo: deve passare l'automobile di Alfonso Maria di Sant'Agata dei Fornai (Gianni Crosio) e gli abitanti sono contretti a disfare tutte le bancarelle.

In chiusura di post, l'auto di Alfonso Maria di Sant'Agata dei Fornai percorre il vicolo e l'espressione del nobiluomo nell'udire il pernacchio che Don Ersilio ha insegnato agli abitanti del vicolo.


sabato 27 dicembre 2008

Un bacio appassionato

Ae Fond Kiss di Ken Loach (2004) Sceneggiatura di Paul Laverty Con Atta Yaqub, Eva Birthistle, Ahmad Riaz, Shamshad Akhtar, Shabana Akhtar Bakhsh, Ghizala Avan, David McKay, Raymond Mearns, Gary Lewis, Shy Ramsan, Emma Friel, Karen Fraser, John Yule, Ruth McGhie Musica: George Fenton Fotografia: Barry Ackroyd (104 minuti) Rating IMDb: 7.3

Giulia sul suo blog Pensare in un'altra luce

“Io sono io”, dice Tahara (Shabana Bakhsh), una ragazzina, all’inizio di Un bacio appassionato di Ken Loach e continua affermando di non essere né una pakistana né una musulmana, di essere invece una giovane donna, con un viso e questo corpo, unica e irripetibile, ed esige che la sua vita sia solo sua e che nessuno la definisca con degli stereotipi o decida per lei.
Tahara è figlia di pakistani e di fronte a un’intera scuola di Glasgow rivendica di essere vista per quello che lei è come persona.

La reazione di alcuni dei suoi compagni non è come lei vorrebbe che fosse: la insultano, le sputano addosso, le rinfacciano le sue origini, offendono la sua femminilità e il suo corpo. Tahara scappa e trova rifugio e difesa nella sua insegnante di musica di fronte a cui i ragazzi si ritirano in silenzio.
E’ lì che Casim, il fratello Tahara incontra e si innamora della professoressa, la bionda irlandese e cattolica Roisin (Eva Birthistle)
Da questo momento saranno anche loro a cercare se stessi, a lottare contro i pregiudizi e le loro reciproche culture chiuse una all’altra.



Per quanto si cerchi di andare al di là delle “appartenenze”, i conti si fanno sempre con la propria storia e la propria cultura, sia che questo rapporto sia di adesione, di conflitto o addirittura di rifiuto. Il conflitto è sì con il gruppo di appartenenza, ma è anche conflitto interiore: si oscilla tra il desiderio della propria autonomia che però apre porte sconosciute e senza garanzie e la sicurezza dei confini delle comunità abbarbicate a tradizioni ataviche in cui si è abituati a muoversi.


I genitori di Casim vivono in Occidente da quarant’anni ma non si sono mai integrati completamente. Costringono, così, se stessi e i loro figli a vivere nel recinto chiuso delle loro usanze, senza accettare alcun compromesso. Casim è destinato a sposare una cugina fatta venire apposta dal paese natio.
Vivono nella speranza di poter ricreare il loro pezzettino di Pakistan in un paese che li ha accolti ma che ha altre regole e altri sistemi di relazioni sociali. I figli però non sono nati in Pakistan e non l’hanno mai conosciuto, se non attraverso i racconti, sono nati in Occidente e cresciuti a contatto con ragazzi e stile di vita occidentali. Sono orgogliosi di essere musulmani, rispettano e osservano la loro religione ma sono anche cittadini europei, con uno sguardo più aperto a quello che il resto del mondo può offrire.

Roisin, insegnante di musica in una scuola cattolica, rischia di perdere il posto ricattata da un prete intransigente, il quale per controfirmare la sua assunzione in pianta stabile esige l'annullamento del suo precedente matrimonio, la conversione del fidanzato mussulmano, nuove nozze e l'assicurazione che gli eventuali figli saranno battezzati.

Casim tenta di ribellarsi ai suoi partendo con la donna amata per una vacanza clandestina in Spagna, ma viene tosto richiamato a casa dalla mamma: se manda a monte il fidanzamento già combinato, la sorella maggiore vedrà sfumare il matrimonio con un connazionale; e intanto la sorella piccola affronta il babbo che le ha proibito di accettare una borsa di studio all'università di Edinburgo.

Casim e Roisin si amano, e questo sentimento si dimostra forte e tenace anche se con alti e bassi.
Il conflitto allora diventa conflitto tra testa e cuore, tra libertà e tradizione, tra famiglia ed emancipazione.
Il regista dice in un’intervista che ha realizzato il film perché “negli anni sessanta in Scozia c'è stata una forte immigrazione di Pakistani; le seconde generazioni vivono in maniera molto contraddittoria, fra due culture, quella d'origine e quella acquisita, dentro e fuori la tradizione familiare. Questo crea situazioni non facili e un processo di integrazione razziale "a sbalzi”

“Abbiamo fatto delle anteprime per la comunità pakistana e il film è piaciuto, soprattutto ai più giovani che dicevano "Dovrebbero vederlo i nostri parenti, i nostri zii e le nostre zie per capire cosa dobbiamo sopportare!".
Gli anziani invece sono stati più critici, soprattutto per le scene intime fra i protagonisti.
Peccato che nel doppiaggio si perda la forza e l'originalità della lingua degli immigrati, che parlano un mix di panjabi, scozzese e dialetto di Glasgow

Pellicola abbastanza diversa questa di Ken Loach. "Ae Fond Kiss" prende il titolo da una canzone del poeta dialettale scozzese Robert Burns che racconta di due amanti obbligati a separarsi, dopo un ultimo bacio appassionato.


E in effetti i due si uniscono, poi si lasciano e poi si riuniscono...
E' un film, rispetto ai precedenti di Loach, in cui la storia d'amore ha un ruolo centrale, in cui l'aspetto sentimentale prende decisamente il sopravvento rispetto all'analisi socio-politica, un film, a mio avviso, non del tutto riuscito ma godibile e tutto sommato interessante.

Gli spunti che la pellicola sono tanti, ma affrontati con un po’ di quella superficialità e quegli stereotipi che non ci si aspetta da Loach.
E a chi lo critica per il lieto fine risponde:
«la forza di un profondo sentimento, quello di un ragazzo musulmano e di una giovane cattolica sullo sfondo della città industriale scozzese di Glasgow, molto lacerata nelle sue comunità più integraliste inclusa quella cattolica, va contro qualsiasi pregiudizio: avvicina culture, annulla gli sradicamenti di chi cerca la propria identità nella differenza dell’ incontro e smaschera ogni bugia nascosta, spesso anche per interessi economici, nel privato come nel pubblico».

Loach non prende posizione, ma mostra allo spettatore la complessità della situazione e le ragioni del singolo, invitando a riflettere sul perché sono difese con tanto accanimento. In particolare quelle del padre di Casim, il quale, come immigrato, ribadisce ogni giorno la propria identità attraverso le uniche pratiche quotidiane possibili: la lingua, il punjabi, parlato da tutta la sua famiglia (e tristemente sparito nella versione doppiata italiana) e l'osservanza dei precetti religiosi.

Comunque il film svela quel «fondamentalismo» delle società sia religiose che laiche che possono rovinare la vita personale per il rispetto di precetti arcaici. Anche solo per questo Un bacio appassionato va visto, per capire che la chiusura è a doppia mandata e il pregiudizio divora gli uni come gli altri.

«In questo senso, il pakistano Casim e la determinata, ma vulnerabile Roisin, sono trasgressivi, rompono le tradizione, come fecero Romeo e Giulietta». «Entrambi lottano contro chi osteggia un futuro che i giovani vogliono autonomo nelle scelte sentimentali, libero da ogni coercitivo legame suggerito per rispetto alle tradizioni d’ origine».