mercoledì 10 ottobre 2007
Jesus Christ Superstar
Gosford Park
Gosford Park, di Robert Altman (2001) Idea di Robert Altman e Bob Balaban Sceneggiatura di Julian Fellowes Con Maggie Smith, Michael Gambon, Kristin Scott Thomas, Camilla Rutheford, Tom Hollander, Jeremy Northam, Bob Balaban, Ryan Phillippe, Stephen Fry, Kelly Macdonald, Clive Owen, Helen Mirren, Emily Watson, Alan Bates Musica: Patrick Doyle (ma Jeremy Northam suona e canta diverse sue canzoni) Fotografia: Andrew Sunne Art direction: Sarah Hauldren Set decoration: Anna Pinnock Costumi: Jenny Beavan (137 minuti) Rating IMDb: 7.2
Solimano
Per me si è rivelata una impresa impossibile fare il solito mixing del parlato in inglese e dei sottotitoli in italiano, dopo un quarto d'ora ho messo la lingua italiana togliendo i sottotitoli: i personaggi sono tanti, parlano molto e le voci si sovrappongo. Inoltre l'occhio vuole la sua parte, c'è molto da guardare, come esterni, interni, arredi, vestiti, persone. Anche animali, diversi cani da compagnia e da caccia e molti fagiani, destinati ad una brutta fine, proprio come ne La regola del gioco di Renoir, che è la prima fonte di ispirazione a cui attinge Altman. Ce ne sono anche altre: l'Agata Christie di Dieci piccoli indiani è evidente anche se di superficie, ed in genere i tanti gialli in cui il delitto c'è, e tutti sono sospettabili.
Ma non credo che Altman avesse l'intenzione primaria di fare un film giallo; ha sempre amato sperimentare, quindi, visto che c'era, ha fatto un film giallo vero, condito con l'umoralità di un investigatore che sa un po' di Clouseau e di Hulot. Difatti non risolverà un bel niente, mentre noi capiamo benissimo che cosa è successo e perché. Il centro vero del film è il cinismo nei rapporti fra i personaggi, trenta o più, come Altman aveva fatto in Nashville (1975), in America oggi (1993), in Pret-à-porter (1994). In tal modo noi possiamo giungere a nostre conclusioni dalla sua rappresentazione, impropriamente definita "corale". Non è un coro, sono storie di individui, di coppie, di gruppi che si intersecano fra di loro. Il collegamento non è la sofistica ma prevedibile circolarità della Ronde di Schnitzler e di Ophuls, ma una geometria non euclidea che lascia spazio al caso (il cosiddetto caso) e alle probabilità, non cessando per questo di essere rigorosa e razionale. Gli atti, le frasi, i gesti, le azioni possono essere di per sé scarsi di significato, ma la trama e l'ordito fanno sì che la coerenza del risultato sia più vasta della somma dei singoli addendi.
L'opportunità in Nashville era un perenne festival di musica country, in America oggi qualche giorno di vita a Los Angeles, in Pret-à-porter l'incontro dei modaioli nei momenti della verità delle sfilate, in Gosford Park è l'invito per due giorni novembrini del 1932 presso una lussuosa residenza di campagna, invito rivolto a parenti e conoscenti. Ma i gruppi sono due: padroni ed invitati da una parte, servi dall'altra (cuoche, autisti, valletti, cameriere). Questi due mondi hanno continui contatti fra loro, eppure, da un certo punto di vista, non si incontrano mai o quasi. L'esistenza dei servi viene tranquillamente negata, non hanno una vita loro al di fuori degli atti servili, che consentono la sopravvivenza. Persino il sesso non si sottrae a questa morsa ferrea, e racconto due episodi rivelatori.
I padroni e gli invitati sono seduti a tavola e conversano, attorno ci sono valletti e cameriere, in piedi e silenziosi. La conversazione ha una apparenza gentile, in realtà è fatta di pugnali e veleni. La padrona, Lady Sylvia McCordle (Kristin Scott Thomas) fa una battuta acuminata rivolta al marito, Sir William McCordle (Michael Gambon), che è in momentanea difficoltà nel rispondere. Ad Elsie (Emily Watson), una cameriera che è l'amante di Sir William, sfugge un "Bill!" che vorrebbe essere di soccorso. Lo scandalo è universale: tutti, a partire da Lady Sylvia, sanno che Sir William va a letto con Elsie, ma la ragazza non può parlare, tantomeno per dire "Bill!" e verrà licenziata senza neppure bisogno di dirglielo, Elsie è la prima a rendersi conto della violazione della regola.
La sera prima, con uno scambio di quattro battute, Lady Sylvia si accorda con Henry Denton (Ryan Phillippe) , che è il valletto del cineasta Morris Weissman (Bob Balaban) perché venga a trovarla in camera nottetempo. Lo riceverà anche la sera dopo, poche ore dopo l'assassinio di Sir Williams, così come se prendesse una tisana o si cambiasse la camicia da notte. "E' solo questione di sesso", dice ogni tanto qualcuno nella vita reale. Magari lo fosse, nel film.
Robert Altman aveva 76 anni, ma ancora una forza tale che gli permise di guidare con ferrea ed amorosa dominanza un cast impegnativo. Almeno tre attori erano sulla cresta dell'onda, raggiunta da poco tempo, con tutte le naturali smanie di protagonismo: Kristin Scott Thomas aveva fatto Il paziente inglese nel 1996, Emily Watson, Le onde del destino anche lei nel 1996, Ryan Phillippe, Cruel Intentions nel 1999. Non solo, con Gosford Park sorsero nuovi talenti: Tom Hollander, Clive Owen, Kelly Macdonald. E c'è Maggie Smith, ammirevole in una parte difficile, perché sordida, altro che cameo, io preferisco l'italianissimo cammeo.
Ci sarebbe il confronto col film di Renoir, che nel 1939 fa La regola del gioco, che si svolge più o meno nello stesso anno, mentre Altman fa un film nel 2001 che si svolge nel 1932. Questa è una differenza essenziale, anche se Altman, a chi gli disse che aveva fatto un film in costume, rispose genialmente: "Guardate la mia data di nascita". Renoir rischia il sentimentale, Altman rischia il sarcastico, le illusioni erano possibili per Renoir, non per Altman. E' bene che siano venuti i tempi senza illusioni, si può decidere che fare di sé con più chiarezza, quindi vivere meglio.
Cuore sacro
Giuliano
Nel ripensare questo film sono molto combattuto. Il mio combattimento interiore è tra l’ammirazione per il talento e la personalità del regista turco-romano, e la delusione per i risultati che raggiunge. Lo si direbbe un remake di “Europa 51”, il film di Rossellini dove Ingrid Bergman si accorge di essere troppo ricca e di dover dare qualcosa a chi ha meno di lei, ma che viene fatta internare dai suoi parenti. Un remake senza i manicomi, che non ci sono più; ed è un bel soggetto, ma Ozpetek in “Cuore sacro” si trova a fare i conti con i suoi limiti personali. Che non sono certo né di tecnica né di capacità narrativa, due qualità che Ozpetek possiede in grande misura. Più che altro è un limite di gusto: Ozpetek tende troppo al fotoromanzo, o al teleromanzo. C’è anche una tentazione a virare verso il paranormale, e sembra qua e là di rivedere “Il segno del comando”, con i fantasmi del passato nella Roma misteriosa. E’ un film troppo leccato, che oscilla tra ville sontuose e parrocchie povere, “I Miserabili” senza Jean Valjean, un “tenente Colombo” alla rovescia dove ricchi e poveri si mescolano ma poi torneranno a dividersi, come l’acqua e l’olio, perché ognuno ha il suo mondo ed è giusto che le due razze non si mescolino. Con la giovine manager elegante in carriera che trascina il suo bel faccino pensoso tra matti, barboni, malati, preti giovani e muscolosi; con l’ennesima citazione della piscina da “Il bacio della pantera” (Jacques Tourneur, 1944), e una bella apparizione finale di Elisabetta Pozzi (lei sì grande attrice, ma di teatro) come psichiatra.
Guardo il film un po’ affascinato e un po’ annoiato, a tratti perfino irritato – perché non si può buttar via una storia in questo modo. Mi vengono battute che vorrei reprimere, e invece le metto per iscritto: la drammaturgia della cretina ricca, la poetica della giovane elegante ma tanto compassionevole. Tutto questo ha un suo indubbio fascino, ma è irritante, improbabile, falso, e risaputo nel suo sviluppo. Però – aggiungo subito - Ozpetek ha un suo stile molto personale e toccarlo sarebbe un peccato, non è mica Muccino. Spero proprio che non tenga conto del mio personalissimo parere e vada avanti per la sua strada, che di registi come lui c’è un gran bisogno. (Oggi il miglior regista italiano è un turco, la cosa non può non far pensare...)
martedì 9 ottobre 2007
Troy
Troy, di Wolfgang Petersen (2004) Sceneggiatura di David Benioff (lontanamente ispirata al poema omerico) Con Brad Pitt, Peter O'Toole, Eric Bana, Orlando Bloom, Diane Kruger, Julie Christie Fotografia di Paul Bond e Roger Pratt Musiche di James Homer (sic!) (201 minuti) Rating IMDb: 6,9
L'ingresso di Paride ed Elena a Troia, in apertura, è accolto da una folla festante che lascia cadere su di loro una pioggia di coriandoli candidi, proprio come accade (o accadeva) a Times Square per i presidenti appena eletti o per gli astronauti delle varie missioni Apollo. 
Che altro aggiungere? Chiedo venia all'uditorio, se mi sono fatta trasportare dal... ehm... come si definisce il contrario-dell'-entusiasmo? Ma che volete, assistere ad un tale scempio di quello che per me è quasi un vangelo -l'epos omerico-, vedendolo ridotto ad una soap-opera in unica puntata, mi ha provocato un accesso di ira funesta tale da spingermi ad addurre molti lutti allo star-system made in USA: almeno per quel che mi è possibile fare tramite questo blog!
Dino Buzzati al cinema
GiulianoNon è stato molto fortunato, al cinema, Dino Buzzati. E’ un peccato, perché di storie belle ne ha scritte tante, e molte sarebbero l’ideale per un film, ancora oggi.
Faccio una rapida ricerca su imdb, e trovo poco, i film interessanti li elenco qui sotto:
- Il fischio al naso, 1967, regia e interpretazione di Ugo Tognazzi, dal racconto “Un caso clinico”;
- Il deserto dei Tartari, 1976, regia di Valerio Zurlini;
- Il segreto del bosco vecchio (1993) di Ermanno Olmi e Barnabò delle montagne (1994) di Mario Brenta, allievo e collaboratore di Olmi.
E prima di tutti questi c’era stato “Un amore”, del 1965, regia di Gianni Vernuccio: ma questo film merita un cenno particolare, e ne parlerò per ultimo.
Dino Buzzati è uno dei “miei” autori, e quindi quando uscì il film di Zurlini andai a guardarlo con una certa apprensione. E’ un buon film, girato in Iran in una location memorabile (purtroppo danneggiata dal recente terremoto), ed è anche molto fedele al libro: ma non è che “Il deserto dei Tartari” sia reso al meglio. C’è qualcosa di rigido, di legnoso, in questo film così accurato: avrebbe tutto per essere perfetto, ma non lo è. E, alla fine, devo ammetterlo, sono rimasto deluso.
Molto deludente, sotto tutti i punti di vista, è invece il film di Tognazzi: che non rende nulla della sottile angoscia del racconto, cerca di virare al comico o al grottesco inventandosi un “fischio al naso” che in Buzzati non c’è, e allunga troppo un racconto che ha nella concisione narrativa il suo punto di forza.
Sono invece molto belli i due film di Olmi, che ha saputo cogliere bene lo spirito di Buzzati. Non sono film facili, e non sono nemmeno film per tutti i giorni e tutti i momenti; ma quando si trova lo spirito giusto, vale davvero la pena di cercarli.
Quando uscì “Un amore”, nei primi anni ’60, per i lettori di Buzzati fu uno shock. Buzzati stesso racconta lo stupore, e anche gli insulti, che gli piovvero addosso: perché l’aereo Buzzati questa volta si era immerso per bene nella realtà, raccontando dell’amore di un uomo della sua età per una giovane prostituta, conosciuta in una casa di appuntamenti. Il libro è sincero, di una sincerità disarmante che ha dei precedenti illustri: e vorrei ricordare soprattutto “Senilità” e anche “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo, nei suoi capitoli centrali. Ma Svevo non è così esplicito, pur essendo altrettanto sincero; e poi da un signore come Buzzati questo non se lo aspettava nessuno.
Sarebbe un argomento molto complesso, qui mi limiterò a dire che il film del 1965 l’ho solo guardato di sbieco, tanti anni fa; e che il libro di Buzzati ho cominciato ad amarlo da poco: fin qui gliene avevo preferiti altri, soprattutto i racconti. Ci sono tante cose che mi tengono lontano dal film, e che non mi fanno venire voglia di rivederlo; e la prima è la lista degli attori. I protagonisti sono Rossano Brazzi, un attore molto legnoso e poco adatto alle sfumature necessarie per il personaggio, e la sorella di Catherine Spaak, Agnes, allora diciottenne.
Guardo le foto di Agnes Spaak, molto somigliante alla sorella: le confronto con i mille disegni di Buzzati che ben conosco, e non trovo nulla che la renda adatta all’interpretazione di Laide, la protagonista di “Un amore”. Se devo pensare ad un’attrice adatta per il ruolo, mi viene in mente quasi soltanto Ottavia Piccolo (poco utilizzata dal cinema, eppure bravissima); e per la parte maschile, forse Mastroianni – che però all’epoca era troppo giovane. O magari, spostandoci in America, Wynona Ryder e Dustin Hoffmann...
Ma di Laide abbiamo due ritratti: uno disegnato da Buzzati stesso, e l’altro è la descrizione che troviamo al loro primo incontro, all’inizio del capitolo terzo; ed è con questa descrizione che chiudo il mio ragionamento, non senza aver fatto notare il riferimento a Breughel: tutt’altro che casuale.
(...) Nel salotto, per così dire, c'era un divano ad angolo, un tavolo rotondo, un altro divano lungo, un armadietto, un armadio a muro. Mobili cosiddetti moderni, tipo Svezia, abbastanza semplici, un vago senso di pulizia. Stupiva la presenza, sui muri, di due grandi riproduzioni di Breughel il vecchio: le famose scene di contadini. Chissà come erano capitate là, o erano state scelte.Era là, seduta sul divano lungo. Lui ne ebbe al primo sguardo un'impressione gradevole però niente di straordinario. Un faccino pallido, reso arguto dal naso dritto e prominente, dalla bocca piccola, dagli occhi tondi e attoniti. C'era qualcosa di fresco, di popolaresco, ma non volgare. Guardò, cercando di misurare il piacere che ne sarebbe presto seguito. Si accorse che l'ovale del volto era bellissimo, puro, benché non avesse niente di classico. Ma soprattutto colpivano i capelli neri, lunghi, sciolti giù per le spalle. La bocca formava, muovendosi, delle graziose pieghe. Una bambina.
La bocca aveva labbra sottili ma rilevate non apertamente sensuali, però maliziose. Il labbro inferiore, relativamente, sporgeva un poco, tanto più che il mento era piccolo, stretto e di profilo rientrante. Non aveva rossetto. La bocca era ferma e tesa, molto piccola in proporzione alla faccia, ma importante. Tutta la faccia era compatta per la tensione estrema della giovinezza. Era una faccia decisa, spiritosa, ingenua, furba, pulita, provocante. Lui si ricordò di una Madonna di Antonello da Messina. Il taglio del volto e la bocca erano identici. La Madonna aveva più dolcezza, certo. Ma lo stesso stampo netto e genuino. In questi approcci Dorigo era sempre imbarazzato. Il giudizio segreto di lei lo atterriva. Sapeva di non essere bello. Anzi. La sua faccia gli aveva sempre procurato dispiacere. Ancora da ragazzino, passando davanti alle vetrine dei negozi, gli capitava di guardarsi, trovando sul vetro la propria immagine. Ogni volta era una umiliazione. Che faccia odiosa, che faccia da cretino, a che donna sarebbe mai potuto piacere? (...)
(Dino Buzzati, Un amore, inizio capitolo terzo)
Il club "Milady de Winter"
Lo sappiamo tutti, anche se facciamo finta di niente: c'è club e club, quello che ti sta dietro perché ha bisogno di gente che paghi le quote sociali, e quello in cui vorresti entrare da vent'anni, ma hai paura che ti boccino perché è necessario il gradimento dei soci, che potrebbero sommergerti di palline nere.
E' così anche per i club delle Cattive, in quello della Marchesa Merteuil si fa presto a fare i conti: Jeanne Moreau, Glenn Close, Annette Bening (e vabbè), Sarah Michelle Gellar (oddio!) e mettiamoci pure Catherine Deneuve, però per TV, quindi alloggiamola in foresteria. Il Club "Milady de Winter" è un vero pigia pigia: ci vogliono entrare tutte, prima o poi, e questo post è a rischio esplosione, se dovessi mettere le immagini di tutte le iscritte. Mi contenterò delle più note (anche perché delle meno note non si trova uno straccio di fotografia in rete). 
Lana Turner è socia dal 1948 (The Three Musketeers, di George Sidney), e continua ad essere alle prese con il suo D'Artagnan (Gene Kelly) ma deve stare attenta anche a Richelieu (Vincent Price), è uno pericoloso, se non lo si soddisfa. La Turner sa usare bene il pugnale ed il veleno, ma le sue azioni si basano quasi sempre su argomenti suoi, quelli che permisero di etichettarla definitivamente come vamp. Sono argomenti che funzionano, con moschettieri e cardinali, accademici e regnanti, ma anche con persone che lavorano, e per di più con le mani, il peggio non è mai morto.
Mylène Demongeot è entrata per due volte nel 1961 (Les Trois mousquetaires: Les ferrets de la reine, di Bernard Borderie seguito nello stesso anno da Les Trois mousquetaires: La vengeance de Milady, sempre diretto da Borderie). Qualcuno certamente ricorda le successive prodezze di Borderie: fece almeno cinque film su Angelica, la marchesa degli angeli, la piccola e vispa Michèle Mercier, che era un buon motivo per gli uomini, ma anche le donne avevano il loro motivo: Robert Hossein. Ma che Mylène Demongeot fosse così cattiva non l'avrei mai creduto, a me sembrava un buona ragazza, forse un po' birichina.
Faye Dunaway ha due quote come la Demongeot: nel 1973 (The Three Musketeers, di Richard Lester), e nel 1974 (The Four Musketeers, ancora di Richard Lester). Faye era già da tempo su una brutta strada, Bonnie and Clyde è del 1967.
Vent'anni dopo, nel 1993, Rebecca De Mornay fu la Milady di Walt Disney (The Three Musketeers, di Stephen Herek), che guardandola con attenzione ha l'aria di una donna che poi si pente, difatti così successe nel film, d'altra parte Disney è Disney, i cattivi totali sono malvisti, ancor più le cattive.
Toccò quindi ad Arielle Dombasle nel 2004 (Milady, di Josée Dayan) e a Emmanuelle Béart nel 2005 (D'Artagnan et les trois mousquetaires, di Pierre Aknine). Per le due ammirate attrici fu un bel modo per festeggiare compleanni importanti (diversi nei due casi): la cattiveria evidentemente se la sono coltivata con cura per molto tempo.
Qui si pone il problema dell'età che deve avere Milady de Winter, e nei decenni è successa una cosa interessante, un altro segno di come sono cambiati i tempi. La Milady del film (1921) in cui D'Artagnan è Douglas Fairbanks fu la mitica Barbara La Marr, che allora aveva meno di venticinque anni. Dico mitica, riguardo alla La Marr, perché la sua biografia è impressionante (altro che James Dean!), chi è interessato trova facilmente informazioni in rete. Mi è spiaciuto non essere riuscito a trovare delle immagini di questa attrice come Milady, mentre le immagini di Fairbanks si trovano abbastanza facilmente.
Lana Turner nel 1948 aveva 27 anni, Milène Demongeot ne aveva 26 nel 1961, Faye Dunaway 32 nel 1973, Rebecca De Mornay 34 nel 1993. Anche da questi segni anagrafici si capisce come è cambiato il cinema ed il mondo attorno al cinema. Non finirebbe qui, solo che non posso inserire un numero eccessivo di immagini, perché le Milady sono tante altre, note e meno note. Oltre alla La Marr, ne ricordo due italiane, che non riesco proprio a vedere nella parte di Milady de Winter, per motivi diversi: Yvonne Sanson e Antonella Lualdi. Non metto didascalie sotto le immagini, l'individuazione è facile in quasi tutti i casi: per Rebecca De Mornay basta guardare quella che ha la faccia più commossa, per Milène Demongeot quella che ha la faccia più da bambola; anche nel suo caso... come credere alla cattiveria della sua Milady? Occorrerà un supplemento di indagine, con visione diretta del film, e già che ci sono, sarà bene verificare come si comportano Ariellle - che ho scoperto con Rohmer - ed Emmanuelle - che ho scoperto con Rivette. Delle attrici italiane, chi vedrei oggi a fare Milady de Winter? Forse Francesca Neri o Valeria Golino, ma scoppierebbero a ridere al terzo ciak, è quello che ci frega, non riuscire a fare seriamente le cose divertenti.
lunedì 8 ottobre 2007
Dersu Uzala
Dersu Uzala, di Akira Kurosawa (1975) Dal libro di Vladimir Arseniev, Sceneggiatura di Akira Kurosawa, Yuri Nagibin Con Maksim Munzuk, Yuri Solomin, Svetlana Danilchenko, Dmitri Korshikov, Suimenkul Chokmorov, Vladimir Kremena Musica: Isaak Shvarts Fotografia: Fyodor Dobronravov, Yuri Gantman, Asakazu Nakai (141 minuti) Rating IMDb: 8.1Giuliano
La storia è semplice. Così semplice che si rischia di non capirla, perciò cedo la parola all’autore:
« (...) Più avanti, nel film, c'è una scena in cui Sanshiro va in città e si mette nei guai bevendo e litigando. Allora, il suo maestro Yano Shogoro lo fa chiamare per sgridarlo. Fujita si lamentò che era una crudeltà castigarlo due volte, ma poteva dar la colpa solo a se stesso. Fu bravissimo, in quella scena. Questa scena mi fa venire in mente una cosa che vorrei precisare. Nel film accade questo: in reazione alla lavata di capo che riceve Sanshiro protesta che è disposto a tutto, anche a morire per il maestro, e d'impulso si getta dalla finestra nello stagno sottostante. Pur di non chiedere scusa, è disposto a passare l'intera notte nell'acqua fredda, aggrappato a un palo; ma all'alba assiste a un evento magico: sotto i suoi occhi si schiudono dei fiori di loto con un leggero fruscio. Anni dopo incontrai l'attore Fujita che mi riportò le critiche di un collega: secondo lui i fiori di loto non si aprono di notte e non fanno nessun rumore. Ma io sapevo bene quello che facevo. Nel film è l'alba quando Sanshiro osserva lo strano fenomeno dei fiori che si aprono, non la notte. Quanto al misterioso fruscio dei petali, ne avevo sentito parlare: così una mattina mi ero alzato prima dell'alba ed ero andato a fare un giro nello stagno di Shinobazu, a Ueno. Quel rumore meraviglioso - un sorta di esplosione in miniatura - l'avevo sentito per davvero.
Un vecchio stagno
Una rana si tuffa
Rumore dell'acqua.
Se uno lo legge e pensa: «Be', è naturale che se una rana salta nello stagno fa un rumore», semplicemente non ha sensibilità per gli haiku. La stessa cosa vale per la scena del mio film: se uno trova strano che Sanshiro senta un suono meraviglioso quando si schiudono i fiori di loto, semplicemente non capisce il cinema. C'è della gente così anche tra i critici. A volte dicono delle cose talmente a sproposito da dare l'impressione di essere posseduti da qualche demone. Per i critici immagino non ci sia niente da fare, ma trovare gente simile tra i cineasti sarebbe davvero il colmo.
(Akira Kurosawa, Quasi una biografia: L’ultimo samurai, ed. Baldini Castoldi, pag.170)
La storia è semplice: siamo nel 1902, sul confine tra Russia e Cina, nel distretto del fiume Ussuri. Un capitano dell’esercito russo sta facendo rilievi topografici, e si imbatte in un ometto che da quel momento in poi gli farà da guida; tra i due nasce una forte amicizia e, quando l’ometto sarà troppo vecchio per continuare la sua vita di cacciatore, il capitano lo porterà a vivere a casa sua, in città, con sua moglie e suo figlio; e ci sta bene, ma continuerà a sognare la vita che faceva prima.
Ecco, tutto qui. L’ometto – un piccolo cacciatore di stirpe mongola, della tribù dei Golt, di età indefinibile – si chiama Dersu Uzala; è lui il protagonista del film. Dersu è stato descritto dal vero capitano Arseniev in un libro di memorie, e da questo libro è stato tratto il film.
Dersu indica il sole al tramonto: “Questo è omo forte”; poi indica la luna: “Ecco altro omo forte”. Ma “òmini” sono anche il fuoco, il vento, l’acqua: sono òmini cattivi, se si arrabbiano fanno molto male. E “òmini” sono anche la volpe, il tasso, gli animali della foresta: “Ma per te sono tutti uomini?” gli chiedono ridendo i soldati. Probabilmente è solo un problema di passaggio da una lingua all’altra (Dersu traduce con “uomo” ogni singolo essere vivente, forse nella sua lingua è normale), ma c’è molto di più, c’è l’elemento animista. Ogni cosa ha la sua anima, per il piccolo uomo della taiga; e la sua idea di caccia è ben lontana da quella dei signori delle nostre parti, ed è molto simile a quella dei nostri vecchi di quell’epoca, quelli che nel 1902 andavano ancora a caccia con rispetto, e solo per bisogno. Infatti, quando è costretto a sparare alla tigre Amba, Dersu si sente perduto. Ora interverrà lo spirito Kanga, e arriverà altra Amba a portarlo via... Ma non è Amba che arriva, è la vecchiaia, letale per un cacciatore che vive nella taiga: o forse è la stessa cosa, solo che noi le chiamiamo con nomi diversi
Ottimi gli attori, che ruotano tutti attorno al Dersu di Maksim Munzuk; e Juri Solomin è il Capitano che gli fa da spalla. E una parola va spesa per il doppiatore di Dersu Uzala: pensavo che fosse stato scelto uno straniero, per via dell’accento particolare e delle invenzioni linguistiche, e invece è italiano: si chiama Antonio Piovanelli e una menzione se la merita di sicuro, menzione con lode.
Il diavolo è femmina
Sylvia Scarlett, di George Cukor (1935) Racconto di Compton MacKenzie, Sceneggiatura di Gladys Unger, John Collier, Mortimer Offner Con Katharine Hepburn, Cary Grant, Brian Aherne, Edmund Gwenn, Dennie Moore, Natalie Paley Musica: Roy Webb, "Hello! Hello!", "Who wants a kiss from me?", "Who's your lady friend?", "I do like to be beside the seaside" Fotografia: Joseph H. August (95 minuti) Rating IMDb:6.2Solimano
Fra i DVD della biblioteca di Lissone cercavo tutt'altro, ma me ne è capitato fra le mani uno con una copertina curiosa, e l'immagine la metto cima al post: si tratta di una Katharine Hepburn un po' singolare, ed era strano anche il titolo del film: "Il diavolo è femmina", frase verissima, la mia esperienza di vita può attestarlo. Quando ho letto che era un film di George Cukor del 1935, ho deciso di vederlo, perché so di averlo un po' trascurato. Non l'avessi mai fatto. Il DVD era un po' difettato, e non sono riuscito a seguirlo in inglese con i sottotitoli in italiano, come mio solito, e passi. Poi, i primi venti minuti del film erano da bel film del 1935, e sono passati settant'anni e più. Infine, il DVD si è piantato, non andava né avanti né indietro, e solo con una acrobazia sono riuscito a superare il guaio. Ma sono stato premiato: l'ultima mezz'ora è da standing ovation, e qui cerco di dire il perché.
I quattro hanno cercato anche di imbrogliarsi fra di loro, ma hanno fatto pace, e mettono su uno spettacolino di Pierrots vicino al mare: Monkley suona il piano, gli altri cantano, specie Maudie, che aspira a far carriera in teatro. Solo che non è il loro mestiere, e si vede, ammesso che un mestiere ce l'abbiano, e la gente ride e deride, specie un gruppo attorno a Michel Fane (Brian Aherne), un pittore giovane, bello e credo anche ricco. Sylvester (Sylvia) gliene dice quattro dal palcoscenico e lo sfida a salirci. Tutto normale fin qui, solo che Michel accetta la sfida, e lì comincia il tourbillon dell'ultima mezz'ora del film, fin lì una commedia discreta. Entrano in gioco due signori importanti il cui nome è Amore e Dolore, e il film li deve accettare, restando anche commedia: una impresa difficile.
Perché dietro la scorza del maschiaccio Sylvester c'è la ragazza Sylvia, che si innamora del pittore Michel, mentre prima credeva di avere una simpatia per Monckley. E che fa, Sylvia? Ruba un vestituccio da donna ed un cappello di paglia ad una bagnante, così Sylvester è sparito ed è Sylvia che va a casa di Michel per sorprenderlo e farlo innamorare, visto che lei lo è già. Michel, a vederla così, scoppia a ridere, però le carte di Sylvia sono buone, c'è odore di primo bacio nell'aria, ma arriva Lily Levetsky (Natalie Paley), russa, eccentrica, ricca e amante di Michel, e Sylvia deve arretrare.
I guai non finiscono qui: nella notte fugge Maudie, che si è stancata di Henry ed imbroglierà per conto suo sparendo dal film. Henry la cerca sotto la pioggia finendo annegato, lo troveranno Sylvia e Monckley al mattino. Sembra che l'unica cosa da fare sia che Monckley e Sylvia si mettano insieme, i due cercano di autoconvincersene, ma nella notte successiva si sente il grido "Michel! Michel!". E' Lily, la russa, che nel frattempo aveva lasciato Michel per Monckley, però si è pentita e vuole ritornare con Michel, che non la vuole più. Allora la russa decide di annegarsi (certe russe son fatte così) però Sylvia la salva perchè sa nuotare bene, la lascia in custodia a Monckley e va per avvertire Michel.
Il giorno dopo sono tutti e due nello scompartimento di un treno perché proseguono l'inseguimento, debbono trovare Monckley e Lily, è acclarato, hanno deciso così. Adesso Sylvester non c'è più, è tornata Sylvia. Finisce che Sylvia li trova, quei due, sullo stesso treno, ma si nasconde, finge di non averli trovati. E la stessa cosa succede a Michel nel vagone ristorante, anche lui finge di non averli trovati. Bugiardissimi entrambi, chissà perché. Ma infine Lily e Monckley si mettono tre scompartimenti più in là e litigano ad alta voce. Non c'è niente da fare, adesso se ne sono accorti insieme, debbono andare da loro. Ma a metà dei dieci passi Michel si ferma e guarda Sylvia sperduto, e Sylvia gli sbatte sul muso la più bella dichiarazione di amore che donna abbia fatto ad uomo. Che fare, il treno corre, ma Cukor nel frattempo si è comprato il macchinista ed il treno rallenta, quasi si ferma: Sylvia e Michel oplà! saltano giù dal treno e si incamminano abbracciati in mezzo al bosco, si fermano un momento per baciarsi con comodo (è difficile baciarsi bene camminando). Dal finestrino li vede Monckley, mentre sta litigando con Lily, che non sa decidere se a Parigi debbono scendere al Ritz o al Claridge, mentre lui ha solo una gran voglia di giocare alle corse dei cavalli. Monckley, quando vede quei due che si baciano nel bosco, quei due inseguitori falsi e bugiardi, scoppia in una risata su cui finisce il film. Forse si è capito che mi è piaciuto, e che lo rivedrò una terza volta, ieri sera è stata la prima, stamattina la seconda, finalmente in inglese con sottotitoli in italiano. Assicuratevi solo che il DVD non sia difettato.
domenica 7 ottobre 2007
La musica al cinema: Barry Lyndon e la Follia di Spagna
GiulianoChi ha visto i film di Stanley Kubrick sa quanto importante sia in essi la musica, sia dal punto di vista del commento che da quello narrativo. E, da questo punto di vista, cioè della musica che sorregge e accompagna la narrazione, il film esemplare, il punto più alto, è “Barry Lyndon”. C’è molta musica in “Barry Lyndon”, ed è difficile entrare nel dettaglio; ma si possono distinguere tre fasi principali. Nella prima, all’inizio (la giovinezza di Barry Lyndon) predomina la musica folk dei Chieftains. I Chieftains sono un gruppo famoso, fondamentale, attivo da più di mezzo secolo: cornamuse, zampogne, uilleann pipes, percussioni, melodie tipiche dell’Irlanda, della Scozia e dell’Inghilterra; Kubrick pesca a man bassa dal loro repertorio e ha solo l’imbarazzo della scelta. Ci sono poi le marce militari e le fanfare: la “Hohenfriedberger March” dei prussiani, ma anche (nel primo arruolamento di Barry) il “Lillaburlero”, che da lettore di Sterne e del Tristram Shandy non posso passare sotto silenzio.
La seconda parte, quella centrale del film con l’ascesa di Barry fino al rango di gentiluomo, è dominata da Schubert: per la precisione, l’Andante (secondo movimento) dal Trio in mi bemolle maggiore per violino, violoncello e pianoforte D929. Su questo brano, e su questo momento del film di Kubrick, sono state scritte molte pagine: vi invito ad andarle a cercare, i libri su Kubrick sono tanti e quasi tutti molto belli e ben informati. Da parte mia, mi limito a sottolineare – ancora una volta – come Kubrick costruisca le sequenze, fotogramma per fotogramma, sul Trio di Schubert: contando le battute, e andando a tempo come farebbe un musicista.Poi ci sono delle piccole curiosità, come l’aria del Barbiere di Siviglia che si ascolta come sottofondo a una delle tante partite a carte: ovviamente non è Rossini, è Giovanni Paisiello (1782: il Figaro di Rossini fu un remake di successo, andato in scena nel 1816). In questo film c’è così tanta musica che sono costretto a sorvolare sul Concerto in mi minore per violoncello di Vivaldi, su Purcell e su Mozart (marcia dall’opera “Idomeneo”), e perfino sul “Concerto per due clavicembali” di Johann Sebastian Bach; non sorvolerò invece sulla musica che accompagna la scena dell’illusionista, il mago che diverte il bambino figlio di Barry. Si tratta ancora di Schubert, e delle sue “Danze tedesche”: Schubert fece arrangiamenti di diverse danze, dal valzer al minuetto, ed è un ascolto così bello e piacevole che posso solo raccomandarvi di cercare un disco che le contenga tutte. Di Schubert ascoltiamo anche (ma solo per un attimo) l’Improvviso op.90 n.1, per pianoforte.
Ma a questo punto inizia la terza parte, ed è l’inizio della fase discendente nella carriera del libertino, e cominciamo ad ascoltare un nuovo tema conduttore: è il tema che verrà ripreso nei titoli di coda, alla grande, e che rimane in testa per un bel po’ dopo la fine del film. Su questo tema musicale, i titoli di coda sono piuttosto reticenti. Sì, è vero: è la sarabanda (cioè un tempo lento e solenne) dalla Suite XI per clavicembalo di Georg Friedrich Haendel. Ma c’è sotto un arrangiamento (magnifico, bisogna dirlo) di Leonard Rosenman, musicista nato nel 1924, che fu allievo di Schoenberg. E, soprattutto, sotto questo tema musicale riecheggia uno dei grandi cavalli di battaglia di tutta la storia della musica: il tema della “Follia di Spagna”.La “follia” era una danza che fu popolarissima, attestata a partire dal secolo XVI. Come molte altre danze dell’epoca, si presume una sua origine americana; e del resto le composizioni musicali, con Johann Sebastian Bach in testa, sono ricche di nomi di danze: ciaccona, sarabanda, allemanda, giga, gavotta, minuetto, corrente...Ma il tema della follia, così come quello de “L’homme armé” nel ‘400 e ‘500, è forse quello che ha ispirato la maggior parte di compositori, anche in secoli diversi.
L’elenco è lunghissimo: il primo a scrivere delle variazioni sulla “Follia di Spagna” fu Arcangelo Corelli, a Roma, verso la fine del ‘600; ne circolavano molte versioni diverse, ma la sua “Sonata in re minore op.5 n..12 per violino e basso continuo” è da considerarsi la versione di riferimento. A Corelli seguirono Geminiani, Vivaldi, Lully, Marin Marais (due volte, per organici diversi), Mauro Giuliani, Carl Philipp Emmanuel Bach, e tanti altri fino a Rachmaninov, ormai nel Novecento.
La “follia” è citata anche da Mozart e Lorenzo Da Ponte, nel “Don Giovanni”: “Senza alcun ordine la danza sia / chi il minuetto, chi la follia, chi l’allemanda / farai ballar...”; dall’elenco mi manca Beethoven, ed è un peccato. Ma Beethoven scrive dopo il 1789, non è più tempo di follia, di follia ce ne è già stata a sufficienza, verrebbe da dire – ma sarebbe una battuta troppo facile.
Preferisco invece ricorrere ad uno dei miei maestri, un Maestro che conosco solo per le conversazioni radiofoniche (in realtà, vere e proprie lezioni universitarie, sotto forma di chiacchierata). Si tratta di Paolo Terni, che su Radiotre ha parlato spesso di questi temi; e spero di non farlo troppo arrabbiare con questa sintesi. La danza ha origini religiose, antichissime: musica e danza erano uno dei mezzi per entrare in contatto con l’aldilà, così come hanno fatto per secoli gli sciamani, e come fanno ancora oggi, nel mondo sufi, i “dervisci rotanti”. Danzare fino allo stordimento, e anche allo svenimento: era tipico dei riti orfici e dionisiaci, ed è qualcosa che davvero si può definire “follia”. Tutto questo è ben presente anche nelle forme più ordinate di musica, in Beethoven e Haydn così come nel canto gregoriano. Ma la danza, e la musica, nascono anche (o soprattutto?) dai ritmi del lavoro. Il lavoro del fabbro, o quello del seminatore, richiedono ritmo. L’andare a tempo è indispensabile, e lo è anche (e soprattutto) per i lavori che vanno fatti insieme. Anche questa è una forma di stordimento, di follia: ordine e stordimento, in questo caso, vanno finalmente d’accordo.Con il lavoro non va molto d’accordo, invece, il povero Barry Lyndon: è forse il suo difetto principale. Gli è stato insegnato di tutto, ma non questo: conosce l’onore, la violenza, i trucchi, i giochi d’azzardo e gli assi nella manica; non conosce il lavoro duro e paziente, e non so se questa sia davvero la lettura giusta del film – ma è la mia lettura, e – bisognerà pur dirlo prima di finire - il film di Kubrick è meraviglioso da qualsiasi parte lo si guardi, o lo si ascolti. Non è importante la mia lettura, ma la vostra. (E spero di non aver fatto troppi errori: l’argomento è davvero complesso).
PS: Per chi volesse approfondire, sulla “Musica secondo Stanley Kubrick” esiste un libro intero: l’ha scritto Sergio Bassetti per le edizioni Lindau, e mi è stato prezioso per alcune cose che mi erano sfuggite. (Passi per la “Hohenfriedberger March”, ma che mi sfugga qualcosa dell’Idomeneo di Mozart è davvero grave...).
Amore e guerra
Love and death, di Woody Allen (1975) Con Woody Allen, Diane Keaton, Féodor Atkine, Olga Georges-Picot, Ives Barsacq, Harold Gould, James Tolkan Musica: "Il flauto magico" di Mozart, "Aleksander Nevsky" e "L'amore delle tre melarance" di Prokofiev Fotografia: Ghislain Cloquet (85 minuti) Rating IMDb: 7.7Solimano
Esistono in rete siti che fanno collezione di battute cinematografiche, quindi possono andare avanti per anni ed anni, visto che si tratta di un oceano sconfinato. Se ci capito, per quindici minuti mi diverto, poi mi stufo e vado da un'altra parte: cominciano a sembrarmi ripetitive, le parole saranno diverse, ma sempre con la stessa musica. Il gioco diventa stucchevole. Il caso di Woody Allen è diverso, e cercherò di chiarirmi il perché.
Negli 85 minuti di "Amore e guerra", che non sono poi molti, è un continuo crepitare di battute, fra le tante ne scelgo quattro come esempi:
Contessa Alexandrovna: You are the greatest lover I've ever had.
Boris: Well, I practice a lot when I'm alone.
Anton: Grushenko? Isn't he the young coward all St. Petersburg is talking about?
Boris: I'm not so young. I'm thirty-five.
Sonja: Judgment of any system, or a priori relationship or phenomenon exists in an irrational, or metaphysical, or at least epistemological contradiction to an abstract empirical concept such as being, or to be, or to occur in the thing itself, or of the thing itself.
Boris: Yes, I've said that many times.
Padre: Remember that nice boy next door, Raskolnikov?
Boris: Yeah.
Padre: He killed two ladies.
Boris: What a nasty story.
Padre: Bobak told it to me. He heard it from one of the Karamazov brothers.
Le battute normalmente presenti nei film sembrano un brodo ristretto e sapido del regista o della storia o dell'attore, sono dei biglietti da visita ben fatti, ma che adempiono sempre la stessa funzione, ci fanno capire con chi abbiamo a che fare: nome, cognome, indirizzo, preferenze e così via, come il Profilo Utente che ci portiamo dietro da un blog all'altro.
Woody Allen è tutta un'altra cosa, lui non sintetizza, ma amplia. Può farlo perché è vasto, e i quattro esempi lo testimoniano, sono diversi sia gli argomenti che i livelli. Allen era certamente molto curioso nel 1975 (forse dopo lo fu di meno) e faceva così: si imbatteva in qualcosa che aveva cercato o da cui era stato sorpreso, e per apprezzarlo meglio ne prendeva le distanze. Fa così con il sesso, con la politica, con le ideologie, con la letteratura, sempre seguendo il filo dei quattro esempi. Non solo, anche nella struttura del film opera allo stesso modo: è affascinato da Ingmar Bergman, quindi importa la Morte del Settimo sigillo, e, con una ultima piroetta - la fine è la stessa - la Morte si porta via Boris come aveva fatto col cavaliere Antonius Blok, però lo fa danzando. Non c'è solo il Settimo sigillo, c'è anche Persona; c'è però una cosa in cui Allen è infedele a Bergman: i suoi personaggi si rivolgono spesso alla macchina da presa, per ciò stesso non sono mai soli.
Come musica, aveva deciso di mettere Stravinsky, ma non ne era persuaso, finché capì che era Prokofiev a fare al caso suo, oltre al Mozart del Flauto magico, pronubo al corteggiamento da palco a palco di Boris alla contessa Alexandrovna (la ammirabile Olga Georges-Picot). Prende anche in giro gli spettatori ed i critici, di cui qualcuno attribuisce a Tolstoj quello che è di Dostoevskj, come nelle battute che si scambiano Boris ed il padre, sul loro vicino di casa Raskolnikov e su quei chiacchieroni dei fratelli Karamazov.
Dostoevskj era ben presente ad Allen, che ne rovescia accuratamente la storia: Dostoevskj nella vita reale viene graziato quando è già davanti al plotone di esecuzione mentre Boris, che è sicuro di salvarsi, riceve pallottole del tutto inaspettate, come Cavaradossi (chissà cosa pensa Allen di Puccini...)Questa è una delle pochissime volte che Woody Allen non gira a New York, il film fu girato in Ungheria e a Parigi. Allen avrebbe fatto bene ad uscire di casa qualche volta di più. Qui fa l'ultimo film di questo tipo, negli anni successivi cambia notevolmente, migrando su storie più strutturate. Si era forse seccato di sentirsi appioppare il geniale ma sgangherato, e pensò di salire dalla farsa alla commedia, a volte anche drammatica. La causa è la sempre imperante gerarchia di valori che i pedanti impongono dall'invenzione dell'alfabeto in poi. Sono quelli che comandano, terrorizzando con i loro libroni che nessuno legge e che tutti citano. Una storia d'amore (magari più sublimato che sublime) per loro è comunque più in alto di un film in cui si ride (e si sorride e si pensa). Il raccordo tenue o inesistente fra le varie parti del film non danneggia, aiuta, perché lascia aperte, quindi percorribili, tante possibilità. Allen nel 1975 compiva quarant'anni, e decise cosa avrebbe fatto da grande: tanti film spesso buoni, qualcuno ottimo, ma quando si rivedono quelli del primo periodo, fra cui Amore e guerra è l'ultimo e forse il migliore, a me verrebbe voglia che Allen, da grande, avesse continuato a fare quello che da ragazzo faceva così bene. Una continuità c'è: la felice problematicità del rapporto con le donne, felice perché, in un modo o nell'altro, pur tra abbandoni, tradimenti e disperazioni piccole e grandi, il personaggio-Allen un suo ubi consistam confortevole durante il film lo trova, qui lo fornisce la contessa Alexandrovna, grande amatrice, anche se Boris rischia, dovendo affrontare in duello il gelosissimo Anton Inbedkov, ma è anche Sonja, che ha l'aria ingenua della Diane Keaton di allora, ma prima preferisce al colto Boris l'ignorantissimo fratello, poi sposa Léon Voskovec, un mercante di aringhe, e si prende molte libertà che racconta proprio a Boris:
Sonja: Oh, Boris, I'm so unhappy.
Boris: Oh, I wish you weren't.
Sonja: Voskovec and I quarrel frequently. I've become a scandal.
Boris: Poor Sonja.
Sonja: For the past weeks, I've visited Seretski in his room...
Boris: Why? What's in his room? Oh...
Sonja: And before Seretski, Aleksei, and before Aleksei, Alegorian, and before Alegorian, Asimov, and...
Boris: Okay!
Sonja: Wait, I'm still on the A:s.
Boris: How many lovers do you have?
Sonja: In the mid-town area?
Però Boris riuscirà a sposare Sonja, rimasta vedova del mercante di aringhe, si vede che era proprio la donna della sua vita, visto che nella lista degli amanti aveva avuto la discrezione di dirgli solo quelli il cui nome comincia con la lettera A. Però Sonja, quando suona il piano, ha un'aria eterea, la vita è proprio complicata.
sabato 6 ottobre 2007
Il primo cavaliere
First knight, di Jerry Zucker (1995) Sceneggiatura di Lorne Cameron e David Hoselton Con Sean Connery, Richard Gere, Julia Ormond, Ben Cross, John Gielgud Fotografia di Adam Greenberg Musiche di Jerry Goldsmith (134 minuti) Rating IMDb: 5,5
venerdì 5 ottobre 2007
Tess
Solimano
Sharon Tate lesse "Tess of the d'Urbervilles" di Thomas Hardy e pensò che suo marito Roman Polanski avrebbe potuto fare un grande film ispirandosi a quel libro. Per questo glielo diede prima di ripartire per gli Stati Uniti, e fu l'ultima volta che si videro. Dieci anni dopo Polanski fece il film, che inizia con una dedica: "For Sharon".
Thomas Hardy è meno frequentato dai registi di Joseph Conrad e di Henry James, ma si dà il caso che per ognuno dei suoi quattro romanzi più importanti: "Far from the Madding Crowd", "The Major of Casterbridge", "Tess of the d'Urbervilles" e "Jude the Obscure" c'è almeno un film importante. Perché Thomas Hardy è meno frequentato? Anzitutto perché è meno noto, ma anche perché i suoi libri non hanno nulla di consolatorio: il lieto fine, o qualcosa del genere, è quasi del tutto ignorato. Non perché Hardy fosse un costruttore di storie tragiche che avevano (ed hanno) un buon pubblico di lettori, ma perché era tragica la sua visione dell'esistenza umana. La espresse sempre, anche nelle poesie a cui si dedicò negli ultimi anni, con una forte ambientazione in un luogo mitico ma esistente, il Wessex, che era poi il Dorset. Vi trascorse tutta la vita, in un rapporto con la natura che prevale su quello con i personaggi, una natura che è indifferente all'uomo, ma esprime i segni del suo destino in modo più concreto che idealizzato.
Il film di Polanski, che vinse molti premi, fra cui tre Oscar, è stato generalmente più criticato che lodato. Ritengo che sia un film da vedere e da rivedere, però parto dalle critiche perché non si può discernere con agevolezza il brutto dal bello, che in questo film sono mischiati in modo quasi inscindibile.
Prima di tutto il film è troppo lungo (190 minuti nell'edizione originale, 172 sul DVD), ed è vero, la storia si poteva raccontare con quasi un'ora in meno, ma la lunghezza, che porta all'iterazione di temi e comportamenti, esprime l'ineluttabilità delle sorti, per quanti siano i tentativi che Tess Durbeyfield (Natassja Kinski), ma anche Angel Clare (Peter Firth) e Alec d'Urbervilles (Leigh Lawson) fanno per sottrarsi al destino che hanno scelto senza esserne coscienti e che coerentemente perseguono.
Poi c'è chi dice che "Tess" è un film privo di sensualità, strana cosa, visto che ci sono Polanski e la Kinski. Ma il tema di Hardy e di Polanski qui non è la sensualità, Tess è sottomessa da un mezzo parente mascalzone e ricco come Alec, e va bene l'ellissi di Polanski per non mostrare lo stupro; per Tess e per Angel il sesso proviene da un amore putroppo più totalizzante che totale, altrimenti serve solo per comprarsi la sopravvivenza, evitando il lavoraccio della trebbiatrice. Immagino la delusione degli spettatori attratti da Nastassja Kinski nel cast, per di più in un film di Polanski, che come malizie sessuali non conosce maestri, fin da "Il coltello nell'acqua" e da "Che?", un suo film cancellato dalla memoria dei critici, che si vergognerebbero a parlarne, preferirebbero, se del caso, raccontare di qualche giovannona o di infermiere e collegiali, ma dell'irrisione coinvolta di Polanski in "Che?" è meglio far finta di niente.La natura: a quasi tutti è piaciuta, con qualche definizione di estetizzante. Difatti è vero Wessex, solo che Polanski l'ha trovato in Normandia e in Bretagna, non nel Dorset. La natura in "Tess" è spesso bella, ma sa essere bruttissima, di nebbia, di fango, di freddo, di mani gelate, di cortilacci disordinati e pollai, di oscurità, di plein air perchè un posto al coperto non ce l'hai. Preferisco la natura di "Tess" a quelle troppo a modo di Ivory, anche a quella troppa romantica ma splendida di Schlesinger in Far from the Madding Crowd (1967) che sicuramente Polanski ha guardato e riguardato. E' difficile abbinare qualche pittore a questa natura, ottocentesca ma all'inizio della modernità, ogni tanto irrompono le macchine agricole ed i treni. Sono i registi, a volte, a suggerire la natura ai pittori, così è, oltre che per Polanski, per Bertolucci in Novecento e per Cimino in I cancelli del cielo. Una natura che la modernità rende un po' sordida, come le persone che la percorrono: così vedeva il mondo Thomas Hardy, in cui le persone e la natura sono spesso peggiorate, non migliorate, dall'essere in stretto rapporto.
Questo è forse il film più antireligioso che io abbia mai visto: nella scena di Tess, che ha battezzato personalmente nella notte il figlioletto che le muore la mattina, e che racconta tutto al pastore. Ma questi nega la sepoltura in terra consacrata perché la gente non approverebbe. Religiosa è Tess - purtroppo per lei - il pastore è solo un laido a prediche pagate, che non può credere al Dio che propaganda.
Nei 172 minuti che dura il film a volte capita di sbadigliare, forse di intristirsi, perché la rappresentazione della fatica bieca del lavoro nei campi e dell'accudire alle vacche (altro che Arcadia!) ce la riparmieremmo, siamo tutti per la primavera odorosa, ma non c'è spesso. Abbiamo un vantaggio, rispetto a quando scriveva Hardy: che sappiamo leggere in filigrana gli eventi, la nostra mancanza di illusioni è una forza che ci impedisce di cadere nella trappola del dover essere e della valle di lacrime - da cui c'erano comunque gli esenti per censo o perché si erano comprati il titolo. Malgrado un po' di manica larga di Polanski ma anche della fotografia a volte bella in eccesso, e della musica spesso di dolcezza crudele, il film l'ho visto volentieri, continuando a tifare per Tess malgrado la storia la sapessi già tutta. I motivi per cui finisce male sono quasi tutti dipendenti dall'orgoglio di Tess, da quella sua inesorabile "pulsione alla infelicità".


