giovedì 5 giugno 2008

La paura mangia l'anima

Brigitte Mira (Emmi) ed El Hedi Ben Salem (Ali')

Angst essen Seele auf, Regia: Rainer Werner Fassbinder, Soggetto e Sceneggiatura: R. W. Fassbinder
Interpreti principali: Brigitte Mira (Emmi), El Hedi Ben Salem (Ali'), Barbara Valentin (Barbara, la barista), Irm Hermann (Krista), Gusti Kreissl (Paula), Margit Symo (Hedwig), Marquard Bohm (Gruber), Rudolf Waldemar (Brem), Rainer Werner Fassbinder (Eugen), Peter Gauhe (Bruno), Karl Scheydt (Albert) Montaggio: Thea Eymesz Direttore della fotografia: Jürgen Jurges Scenografia: Rainer Werner Fassbinder, Produzione: Tango Film Production - Filmverlag Der Autoren, Origine: Germania, 1973, Durata: 93 minuti Rating IMDb: 8.1

Gabrilu sul suo blog NonSoloProust

Siamo a Monaco nei primi anni settanta del secolo scorso.
Emmi è una donna non più giovane, poco attraente, dall'aspetto timido e dimesso. Sapremo poi che lavora come donna delle pulizie, che è vedova di un immigrato polacco e che ha figli già grandi e sposati. Scopriremo anche che la sua timidezza è solo gentilezza e che ha un carattere molto forte.

Il film comincia la sera in cui Emmi entra in un bar. Si siede e chiede una coca cola.

Fuori piove, Emmi non sa nemmeno lei perché è entrata (in fondo, abita a due passi) ma dice come scusandosi "Passo qui davanti tutte le sere e sento sempre suonare la musica..." e poi chiede "Ma che lingua parlano in queste canzoni?" Arabo, le risponde la ragazza del bar "Abbiamo anche tante canzoni tedesche e americane, nel juke box, ma sa, loro preferiscono ascoltare questa musica". Il bar infatti è frequentato da "loro", gli immigrati, gli operai arabi che la sera, appena staccano dal lavoro, si ritrovano per bere insieme una birra.


La padrona è tedesca, una donna bionda, belloccia ma un po' volgare. Con lei un'altra ragazza L'arrivo di una come Emmi rappresenta una novità. Strana. Diverte e incuriosisce.

Una delle ragazze spinge uno degli arabi che si trovano al bancone ad invitare a ballare la sessantenne. Per divertirsi un po' alle sue spalle, naturalmente. L'arabo invita Emmi, che si stupisce ma accetta "Non ballo da tanti anni" dice "non so se ne sono ancora capace". Nelle sue parole non si avverte alcuna civetteria. Dice solo quello che davvero sta pensando.

Lui si chiama Ali, è un giovane ed aitante operaio marocchino che come molti si è trasferito in Germania per lavoro. La sera, dopo una dura giornata di officina, si ritrova in questo bar con alcuni colleghi.

La storia prende una piega inaspettata e che stupisce tutti. Emmi e Alì infatti iniziano a vedersi spinti da una comune solitudine, e prende corpo così un rapporto che va al di là della semplice amicizia. In seguito a una serie di circostanze si sposano. Stanno molto bene insieme. Sono felici e si vede.

Ma l'opposizione della famiglia e dell'ambiente in cui vivono non rendono semplice la loro convivenza. Una donna bianca e tedesca (anche se vedova di un immigrato polacco) sposarsi con un immigrato africano e per giunta... di più di vent'anni più giovane di lei?!?

Certo la coppia è piuttosto insolita, e lo è ancora di più in un paese che sino a trent'anni prima in nome della purezza della razza aveva massacrato milioni di persone. Buona parte del film vede lottare Emmi ed Alì perchè la loro felicità non venga distrutta da fattori esterni – pregiudizi, maldicenze: fino a che punto il loro amore potrà resistere all'offensiva dell'opinione pubblica, all'isolamento ed all'emarginazione di cui a poco a poco ma inesorabilmente i due vengono fatti oggetto?

I condomini (soprattutto le donne) del palazzo in cui cui abita Emmi (Alì è andato ad alloggiare a casa sua) tirano fuori squallidi pretesti per chiamare la polizia (che trova però tutto a posto e lascia le pettegole vicine con un palmo di naso).

Protestano con il padrone di casa. Che però quando le arpie gli dicono "non si può far niente, contro questo scandalo?" non fa una piega e risponde: "Perchè? Mi sembrano due persone molto felici".

Le colleghe di Emmi la disprezzano, la evitano, non le parlano.

Il fruttivendolo si rifiuta di servire l'uomo di colore ( "prima impara a parlare bene tedesco, e poi presentati qui" gli urla) e poi mette alla porta persino Emmi, sua cliente da anni.

Per non parlare di come la notizia del matrimonio viene accolta dai figli di Emmi e dal genero alcoolizzato (che, tra parentesi, è interpretato dallo stesso Fassbinder). Uno dei figli le spacca a calci il televisore, un altro le urla "puttana".

R. W. Fassbinder (Eugen), Brigitte Mira (Emmi), Irm Hermann (Krista)


E poi: le ragazze del bar e le vicine di casa sono rose d'invidia. Come avrà fatto una donna non bella e così avanti negli anni come Emmi a conquistare quest'uomo il quale va bene che è un immigrato e pure di colore ma è comunque giovane e prestante?

La situazione è davvero pesante, e la bravura di Fassbinder sta nel riuscire a rendere la tensione quasi intollerabile senza mai ricorrere a scene plateali o di violenza. Il calcio al televisore è l'unico gesto di rabbia esplicita. La violenza è tutta fatta di silenzi, di espressione dei volti, di parole dette a mezza voce, di allusioni.

Certo, l'amore non ha età, si dice. Certo, l'amore è cieco ma... "la paura mangia l'anima", dice ad un certo punto Alì. Qualcosa, all'interno, finisce per spezzarsi. Emmi è sul punto di venire sopraffatta dal pregiudizio che in ogni modo è andata combattendo ed Alì, da parte sua, pur cercando di integrarsi con le abitudini e la cultura tedesche sente la mancanza del non poter parlare la sua lingua, il richiamo della cucina del suo paese d'origine. Sente, da una parte, di non essere un vero tedesco e, dall'altra, di perdere sempre più i contatti con la sua cultura di origine.

Ma ad un certo punto le cose sembrano cambiare. La gente pare accettare la coppia, anche se non per sincera comprensione ma per meri interessi concreti.

E' talmente vero infatti che "nessuno può vivere senza gli altri" (come aveva detto ad Emmi una sua collega mettendola malignamente in guardia contro il pericolo dell'ostracismo), che questo vale non solo per Emmi ma per tutti, anche per coloro che hanno disprezzato la coppia.

Così ecco che, dopo un po' di tempo, succede che una delle condomine-carogne si rende conto di aver bisogno della cantina di Emmi ed è costretta a rivolgersi a lei ed al marito gentilmente. E succede che il figlio di Emmi, quello che aveva spaccato la TV a calci alla notizia del matrimonio ed aveva gratificato la madre dell' appellativo di "puttana", si presenti a lei con la coda tra le gambe (e un assegno per la TV) perché sua moglie deve andare a lavorare, non sanno dove mettere il figlio ed hanno bisogno che nonna Emmi faccia da baby sitter al pargoletto. Succede anche che il droghiere si renda conto che i clienti è bene non perderli, e che una vertenza salariale contro l'impresa di pulizie renda necessaria la presenza di tutte le lavoratrici dunque anche di Emmi e perciò le sue compagne di lavoro la pregano di essere solidale con loro.

Ma un danno è stato ormai fatto. Emmi ed Alì dovranno faticare per chiudere la crepa che "gli altri" hanno causato nel loro rapporto. Ci riusciranno? Non voglio rivelare il finale.

La paura mangia l'anima (so che il film è stato distribuito anche con titolo alternativo più soft Tutti lo chiamano Alì) è un film molto dolce e nello stesso tempo molto amaro e rappresenta a mio parere un qualcosa di particolare nella produzione di Fassbinder.

Fassbinder ci racconta una bella e tenera storia d'amore, Emmi e Alì si comprendono, si rispettano reciprocamente, riescono anche a perdonarsi. Ma questo loro amore deve fare i conti con il tessuto etico di una società in cui le unioni di appartenenti ad etnie diverse e le unioni in cui la donna sia di tanto più anziana del marito non sono cose accettate e risultano incomprensibili. Vicini e parenti riescono a dare un senso a questa unione soltanto bollando lei come "puttana" e " bagascia" e lui come "animale" e "mantenuto". Anche se tutti conoscono la vita integerrima di Emmi e sanno benissimo che Alì lavora, guadagna e contribuisce alla pari a tutte le spese di casa.

Ma Fassbinder non sarebbe il Fassbinder che amo e detesto se a un certo punto, per pareggiare i conti, non scombinasse tutte le carte mettendo in scena, in una sequenza breve ma intensissima e fulminante, l'altra faccia dell'emarginazione.

Perchè ad un certo punto Emmi va a trovare Alì al lavoro nella sua officina ed allora anche lei, Emmi, prova sulla propria carne viva una situazione di discriminazione oggettiva e totalmente indipendente dalla sua volontà: "E chi è quella, Alì, la tua nonna del Marocco? " la sbeffeggiano i colleghi di officina di Alì e tutti (lui incluso) ridono dell'età di Emmi. Esattamente come si riderebbe del colore della pelle.

Il cerchio si chiude, i conti sono pari e il film potrebbe anche finire lì.

Eppure, è a quel punto che Alì e Emmi imboccano la strada per diventare una normale coppia di tedeschi.

La paura mangia l'anima è un film sin dall'inizio molto angosciante, perchè la trama fondamentalmente semplice viene utilizzata per mettere in rilievo un background sociale cupo, moralista, razzista. Come quasi tutti i film di Fassbinder, anche questo è girato tutto in interni, la struttura è molto teatrale, i dialoghi importantissimi e fondamentale l'utilizzo di un cromatismo dai colori violenti e decisi. E poi ci sono gli sguardi, che dicono molto più di tante parole.

E' un film che si presta a svariati livelli di lettura. A Fassbinder interessano i sentimenti che legano i due, ma forse soprattutto è interessato ad esplorare come questi sentimenti si inseriscono in un contesto sociale pesantemente avverso e come interagiscono con questo. E' interessante notare che le difficoltà interne della coppia iniziano proprio quando c'è un miglioramento nei rapporti esterni ed Alì va via di casa quando si accorge di non avere poi molto in comune con gli amici e i parenti di Emmi.

Angst essen Seele auf è il remake di un film americano del 1955 intitolato Secondo amore (All that Heaven Allows) con Rock Hudson, Agnes Moorehead, Charles Drake, Jane Wyman, Virginia Grey del regista Douglas Sirk, molto ammirato da Fassbinder.

Ho rivisto il film in questi giorni. Mi è ancora sembrato molto bello e (purtroppo?) tremendamente attuale.


Rainer Werner Fassbinder nel ruolo di Eugen, il genero di Emmi

8 commenti:

Solimano ha detto...

Gabrilu, grazie, e segnalami qualsiasi errore od omissione.
Fassbinder. Non c'è niente da fare, è un regista di genio affetto personalmente da un profondo autolesionismo. Il fatto è che i due aspetti sono mischiati e quindi tocca rassegnarsi e prenderlo per quello che è.

Non ci trovo proprio niente di male nella risatona che si fanno tutti nell'officina: lì è la differenza di età, oggetto di scherno e beffe verso la persona più in età almeno da Plauto in poi. Ma c'è anche prima, nella Bibbia. Durer rappresenta Aristotele (il maestro di color che sanno) cavalcato dalla giovane Fillide. Questo è del tutto naturale.
Prendo lo spunto per fare un discorso più generale.
Aleggia una specie di oscurantismo di sinistra che mi richiama un po' il Pajetta che diceva che fra verità e rivoluzione sceglieva la rivoluzione. Si è vista, la rivoluzione.
Faccio due esempi che mi stanno sul gozzo e so che dispiacerò alle anime belle del politicamente corretto.
Il caso Ariel Toaff, col suo libro "Pasque di sangue". Gli sono saltati addosso in tanti, nessuno l'ha difeso, ed ha dovuto fare il mea culpa nella seconda edizione.
Non lo so se dice il vero oppure no. Una cosa però mi interessa. Tutti: etnie, nazioni, comunità, famiglie, hanno nella loro storia molte cose di cui vergognarsi, tutti. O vogliamo riciclare la balla tribale del popolo eletto? Non esistono popoli eletti, dirlo significa che si pensa che esistano popoli non eletti.
Poi mi sono letto un patetico articolo di Roberto Mania su la Repubblica del 30 maggio intitolato: "Donne e matematica, questione di potere".
Il caso è quello di Lawrence Summers, il rettore di Harvard che disse nel 2005 che le donne sono biologicamente svantaggiate nel campo scientifico. Fu naturalmente travolto pure lui, come no. Fatto sta che risulta che i maschi vanno statisticamente meglio delle femmine in matematica e le femmine vanno statisticamente meglio dei maschi in letteratura. In tutti i paesi, in modi diversi, ma dappertutto, tranne l'Islanda, che ci saranno femmine vulcaniche.
Sono cose su cui l'atteggiamento di un buon "può darsi" è il più intelligente. Può darsi che nei due emisferi cerebrali le femmine vadano meglio con uno e i maschi con l'altro. Per quello che mi riguarda, Gabrilu, ho capito che in letteratura parto con l'handicap, cercherò di buttarla sulle derivate e sugli integrali...
Non ci vedo nulla di male nella possibile conformazione diversa dei cervelli dei maschi e delle femmine, che ho spesso invidiato perché ho notato che in amore (piccolo argomento!) le femmine sanno sempre qual è la situazione, i maschi no.
Se oscurantismo ha da essere, vado subito nella Cappella di San Gennaro (che non è mai esistito!) e prego il Grande Santo che, seppure inesistente, ha causato i bellissimi affreschi di detta cappella a lui dedicata. Fra un po', Gabrilu, torneremo alla biologia di Lysenko, do you remember? Scusa lo sfogo, ma di una sinistra che gira la testa dall'altra parte in casi come quelli di Ariel Toaff e Lawrence Summers non so proprio che farmene.

grazie Gabrilu e saludos
Solimano

sabrinamanca ha detto...

lo cercherò questo film, il più in fretta possibile.
Ne approfitto per dirti Primo, che hai scelto splendide foto e fatto risaltare i film commentati nel mio post (che del resto non hanno bisogno del mio potere di persuasione...)

Giuliano ha detto...

Detto ancora una volta che Fassbinder è sgradevole ma necessario (ogni tanto una doccia fredda ci vuole, mica possiamo sempre cullarci nelle nostre certezze), posso aggiungere che sarei curioso di vedere il film originale, o almeno di sapere come è fatto (c'è Rock Hudson? allora penso d'aver capito, tutto molto torbido e hollywoodiano) (chi si ricorda quanti anni aveva Gloria Swanson in Viale del tramonto?).

Aggiungo solo che chi volesse vedere un'altra foto di Brigitte Mira, è qui in archivio in L'enigma di Kaspar Hauser (Werner Herzog) dove però fa una parte molto quieta, la governante; e Kaspar le chiede in tutta ingenuità: "ma a che cosa servono le donne?"

gabrilu ha detto...

Solimano non ho ben capito che c'entra il povero Fassbinder con il tuo lungo discorso, ma non ha importanza :-)
Sabrina io l'ho trovato in rete... ;-)
Giuliano Anche a me piacerebbe vedere il primo film americano con Rock Hudson. Anche perchè considerando che Sirk era un mito-modello, per Fassbinder, faccio fatica ad immaginarmi un film patinato e stucchevole come a volte -- magari sbagliando -- ci immaginiamo che debba essere un film solo perchè targato Hollywwod.
Cmq ti copio e incollo quello che ho trovato in rete (dal Morandini)

Ricca vedova s'innamora, ricambiata, del figlio del suo giardiniere, più giovane di lei, suscitando l'ostilità dei due figli e degli amici. Si sacrifica, s'ammala, lo sposa. Il turgore sentimentale delle situazioni e l'improbabilità melodrammatica dei loro sviluppi sono riscattati dall'eleganza della messinscena (con una straordinaria fotografia a colori di Russel Metty), la cura del particolare psicologico, la precisione sociologica nella descrizione del contesto, l'attendibilità degli interpreti. Grande ammiratore di D. Sirk, R.W. Fassbinder lo rifece con La paura mangia l'anima (1973).

Puoi vedere qui
http://tinyurl.com/4hbx3y

Solimano ha detto...

Sabrina, l'ho fatto volentieri, e vedo che hai apprezzato. L'apprezzamento, a parte che fa comunque piacere (un complimento non cade mai per terra), è essenziale in queste collaborazioni che non sono certo dei semplici copia/incolla, e in cui il vantaggio è comune. Alla prossima.
Gabrilu, c'entra il mio lungo discorso. La risatona generale in Fassbinder pare essere uno sfregio alla protagonista, e invece è naturalissima, in un contesto del genere. Mentre una certa sinistra (a cui apparteneva anche Fassbinder) trova il male dovunque, con acribìa sistematica. Ho semplicemente collegato a questo episodio del film due episodi recenti in cui la sinistra sta seduta sulle nuvole facendo finta di niente, mentre dovrebbe accorgersi di come stanno veramente queste cose che non meritano distrazioni o assenze.
A parte la lunghezza, mi andava di dirlo e l'ho detto. Lo rifarei, magari stando un po' più corto. Oppure no, dipende.

saludos
Solimano

gabrilu ha detto...

Solimano il problema non era certo la lunghezza o la cortezza. Il fatto è che non ero sicura di aver ben capito quello che intendevi dire. Ora che mi pare di aver capito, dico che non sono d'accordo sulla tua interpretazione della risata e della frase (perchè c'è anche la frase) "e chi è, la tua nonna del Marocco, Alì?". Non c'è niente di divertente o di liberatorio, in questa risata ed in questa frase. E' solo insultante, ed insultante sia per Emmi che per Alì. Ma Alì ride anche lui, perchè in quel momento tra Emmi e i suoi colleghi preferisce stare dalla parte dei colleghi. Niente di male, eh. E' un essere umano anche lui, e si può comprendere. Ma questo era, secondo me, quello che intendeva sottolineare Fassbinder, e non credo proprio per "acribia di sinistra". Per semplice sensibilità umana.
Posso certamente sbagliare, ma non riesco ad immaginare una qualunque donna che a vedere quella scena la prenda sul ridere. Il fatto è che i due protagonisti sono, per motivi diversi, entrambi "fuori dalle regole". Lui non è bianco e non è tedesco. Lei è una signora non certamente bella e che si può ormai quasi definire anziana che "osa" avere un marito bello e giovane.
E qui mi taccio (non senza ringraziare, cosa che avevo dimenticato di fare), chè sono stata -- io si -- già troppo lunga...

Giuliano ha detto...

Cara Gabrilu, qui il discorso non è se piaccia o meno "l'invenzione poetica" di Fassbinder: quella è una reazione VERA.
Forse è questo che voleva dire Solimano, che noi ci siamo spesso illusi che il mondo fosse migliore di quello che è.
In questi mesi, a Milano, il Cardinal Tettamanzi invita alla carità cristiana, e i "cristiani" gli rispondono "bastardo portateli a casa tua".
Anche questo c'entra solo di striscio con il film, ma penso che ci siamo capiti.
Adesso comincio a capire perché Fassbinder non mi è mai piaciuto: ci vedeva meglio di me, ed era molto più lucido di tutti noi. Troppo lucido per piacere.

gabrilu ha detto...

Tutto vero tutto giusto. Però non è carino stare dalla parte del "Così non è anche se vi parrebbe" o del "Così è anche se non vi pare" a seconda dell'estro del momento. ^__^

Vabbè, adesso vado a cuccia, giuro.

Diceva Luigi XIV (per il momento è con lui, che ce l'ho): "A parlare c'è sempre il rischio di dire troppo".
Ed era uno che di queste cose se intendeva.
Saluti & Baci