mercoledì 11 giugno 2008

I libri nel cinema: Piccolo mondo antico (2)

Piccolo mondo antico, di Mario Soldati (1941) Dal romanzo di Antonio Fogazzaro, Sceneggiatura di Mario Bonfantini, Emilio Cecchi, Alberto Lattuada, Mario Soldati Con Alida Valli, Massimo Serato, Ada Dondini, Mariù Pascoli, Giacinto Molteni, Elvira Bonecchi, Enzo Biliotti, Renato Cialente, Adele Garavaglia, Carlo Tamberlani, Giovanni Barrella, Giorgio Costantini, Jone Morino, Anna Carena Musica: Enzo Masetti Fotografia: Arturo Gallea, Carlo Montuori (106 minuti) Rating IMDb: 6.3
Solimano
Inserisco nel blog l'episodio più tragico e famoso del romanzo Piccolo mondo antico: Luisa (Alida Valli), decide di affrontare la marchesa Maironi (Ada Dondini) ma nel frattempo la figlia Maria detta Ombretta (Mariù Pascoli) cade nel lago durante il temporale, per giocare con la barchetta che le ha regalato la signora Barborin Pasotti (Elvira Bonecchi).

Luisa ascoltò attentissimamente ogni cosa, in silenzio. Prima di andarsene, la Pasotti le disse che sarebbe stata felice di baciare quel caro amore della Maria ma che temeva non sapesse poi tacere. Qui la buona donna si cacciò mezzo il braccio sinistro in tasca, ne cavò una barchetta di metallo, pregò Luisa di darla alla sua figliuola nel nome di un'altra vecchia barca sdruscita che non voleva essere nominata. Poi scappò giù per le scale e scomparve.

Il pranzo fu triste anche perché la Cia fece un'osservazione inopportuna sulla mancanza di formaggio nella minestra che così non poteva piacere al suo padrone; e il suo padrone s'arrabbiò, le disse ch'era una fatua e che se la minestra era senza formaggio, lei era senza sale. «Già», mormorò la Cia, «s'arrabbia solo con me.» L'argomento suggeriva tante cose amare e inutili a dire che nessuno parlò più. Solo Maria uscì, dopo qualche minuto, a osservare con una piccola aria di sapienza: «Perché non abbiamo denari, non è vero, mamma, non bisogna mettere il formaggio nella minestra?». Sua madre la baciò e le disse di tacere. La piccina tacque, contenta di se stessa.

Quindi si rimise a copiare per il notaio di Porlezza. Maria non era contenta di tanto scrivere che faceva la mamma; però, quando la mamma le disse che scriveva per mettere il formaggio nella minestra dello zio, s'affrettò a dire: «e anche nella mia, non è vero, mamma?». Appena fu posta a letto, vedendo che la mamma tornava a scrivere, le venne in mente di chiedere se la nonna di Cressogno avesse il formaggio nella minestra. «Ne ha troppo», rispose Luisa, «e bisogna cavarglielo perché non le faccia male.»
«Oh no, cavarglielo, poveretta!»
«Taci, dormi.»



Luisa, che ormai durava fatica a star ferma, uscì per la terza volta sulla terrazza, guardò col cannocchiale. Il cuore le diede un balzo; la gondola spuntava al Tentiòn.
Erano le due e un quarto.

La piccina se n'andò, con la sua barchetta, nella camera dell'alcova, impettita e seria, come se in quel momento la salvezza della Valsolda dipendesse da lei. La preghiera, per lei, era sempre una cosa solenne, era un contatto col mistero, che le faceva prendere un'aria grave e attenta come certe storie d'incantesimi e di magie. Ella salì sopra una sedia, disse le poche orazioni che sapeva e poi si atteggiò come vedeva atteggiarsi in chiesa le più devote del paese, si mise a muover le labbra com'esse, a dire una preghiera senza parole.


Luisa corse sulla terrazza. La gondola era in faccia a S. Mamette e veniva dritta alla Calcinera. Si vedevano benissimo i barcaiuoli far forza di remi. Mentre Luisa posava il cannocchiale, il primo colpo di vento strepitò per la loggia sbattendo usci, vetri e imposte. Atterrita all'idea di indugiarsi troppo, Luisa chiuse in fretta e in furia, passò correndo per la sala, tolse l'ombrello, uscì senz'avvertir nessuno, senza chiuder la porta di casa e prese la via di Albogasio Inferiore. Passato il cimitero, nel luogo che chiamano Mainè, incontrò Ismaele.
«Dove la va, sciora Lüisa, con sto temp?»


La furia della pioggia la colse nelle viuzze scure d'Albogasio. Non pensò a riparar dentro una porta, andò avanti imperterrita. Incontrò una frotta di ragazzi che scappavano dalla pioggia dopo aver inutilmente atteso sul sagrato dell'Annunciata il passaggio della marchesa in portantina. Nel breve tratto di via ch'è tra la casa comunale di Albogasio e la chiesa, il vento le rovesciò l'ombrello. Ella si mise a correre, raggiunse quella lista di sagrato che guarda, dietro la chiesa, sulla cala della Calcinera. Là, protetta dalla chiesa contro l'impeto della pioggia e del vento, raddrizzò alla meglio l'ombrello e si affacciò al parapetto.


La portantina toccava allora il piede della scalinata. Luisa si mosse.
Aveva l'occhio freddo, la persona eretta. Raccolta in un solo pensiero, disprezzò la pioggia scrosciante che le batteva sul capo e sulle spalle, che la cingeva d'un torbido velo e di strepito. Le piaceva, forse, quella passione delle cose intorno alla sua propria. Discendeva lenta lenta, con l'ombrello chiuso, stringendone forte il manico, come fosse stato la impugnatura d'un'arma. La scalinata è un po' tortuosa, bisogna scendere alquanti scalini prima di vederne il fondo. Giunta sulla svolta, scorse la portantina, ferma. I due barcaiuoli pigliavano il posto di due portatori. Luisa discese fin dove si spandono sopra la scalinata i rami d'un gran noce.


In quel momento partirono dall'alto del sagrato acute, disperate grida: «Sciora Lüisa! Sciora Lüisa!». Luisa non udì. Pasotti aveva irosamente gridato ai portatori «avanti!» e i portatori riprendevano le stanghe.
«Avanti pure!», diss'ella, risoluta di mettersi a fianco della portantina. «Non ho a dire che due parole.»
Se Pasotti e la vecchia marchesa avevano prima immaginato lagrime e suppliche, dovettero attendersi allora dal fiero viso e dalla vibrante voce ben altro.
«Parole, adesso?», fece Pasotti avanzandosi quasi minaccioso.
«Sciora Lüisa! Sciora Luisa!», si gridò da vicino con accento di strazio; e venne con le grida un rumor di passi precipitosi. Ma Luisa non parve udir niente. «Sì, adesso!», rispose a Pasotti con alterezza inesprimibile. «Io avverto, per mia bontà, questa signora...»
«Sciora Lüisa!»
Ella dovette pure interrompersi e voltarsi. Due, tre, quattro donne le furono addosso, stravolte, scarmigliate, singhiozzanti: «Che La vegna a cà subet! Che La vegna a cà subet!». Le facce, i pianti, le voci la strapparon d'un colpo fuori della sua passione, del suo proposito.
Si avventò fra quelle donne esclamando: «Cosa c'è?». Ed esse sapevano solo ripetere con gli occhi schizzanti dall'orbita: «Che La vegna a cà! Che La vegna a cà!».
«Ma cosa c'è, stupide?»
«La Soa tosa, la Soa tosa!»
Ella gridò come pazza: «La Maria? La Maria? Cosa? Cosa?», udì fra i singhiozzi nominar il lago, cacciò uno strido e, apertasi la via come una fiera, si slanciò su per la scalinata. Quelle donne non poterono tenerle dietro, ma sul sagrato ce ne erano altre, malgrado la pioggia, che strillavano e piangevano.


2 commenti:

Giuliano ha detto...

Questo film non lo vedo da tanti anni ma me lo ricordo ancora bene, soprattutto Alida Valli, la suocera terribile, e le scene della bambina col nonno, il "Mississipì" e dintorni.

Però poi mi chiedo: ma è normale che sia tutto così scuro? Ho provato anche a ritoccare le immagini, ma non ci riesco: è proprio così. Chissà se era un problema tecnico delle pellicole di quel periodo.
Il problema opposto c'è in "La corona di ferro" di Blasetti, troppo chiaro.
Mi sembra strano, bravi tecnici ne abbiamo sempre avuti anche noi, e col bianco e nero già nel 1922 facevano miracoli (vedi Lang, Wiene, l'espressionismo tedesco...)

Anonimo ha detto...

Gran bel film.