martedì 10 giugno 2008

I libri nel cinema: Piccolo mondo antico (1)

Piccolo mondo antico, di Mario Soldati (1941) Dal romanzo di Antonio Fogazzaro, Sceneggiatura di Mario Bonfantini, Emilio Cecchi, Alberto Lattuada, Mario Soldati Con Alida Valli, Massimo Serato, Ada Dondini, Mariù Pascoli, Giacinto Molteni, Elvira Bonecchi, Enzo Biliotti, Renato Cialente, Adele Garavaglia, Carlo Tamberlani, Giovanni Barrella, Giorgio Costantini, Jone Morino, Anna Carena Musica: Enzo Masetti Fotografia: Arturo Gallea, Carlo Montuori (106 minuti) Rating IMDb: 6.3
Solimano
In questo post, inserisco alcune immagini del film Piccolo mondo antico (1941) di Mario Soldati commentandole con brani del romanzo di Antonio Fogazzaro. Il tema che ho scelto è quello del matrimonio fra Franco Maironi (Massimo Serato) e Luisa Rigey (Alida Valli), osteggiato dalla nonna di Franco, la Marchesa Orsola Maironi (Ada Dondini), che disereda il nipote. Nelle immagini compaiono anche Teresa Rigey (Adele Garavaglia), la mamma di Luisa, la Zio Piero (Annibale Betrone) e il professore Beniamino Gilardoni (Giacinto Molteni).
Una curiosità: nell'immagine sopra al post si vede la cerimonia del matrimonio, che il Fogazzaro non racconta direttamente. Il film è generalmente molto fedele al libro, e si avvale di una sceneggiatura ammirevole, a cui parteciparono anche Emilio Cecchi e Mario Bonfantini. Seguirà un secondo post su questo film con brani del Fogazzaro.

A Luisa

Ove l'aëreo tuo pensile nido
Una balza ventosa incoronando
Ride alla luna ed ai cadenti clivi
Ch'educan uve a la tua mensa e rose
Al capo tuo, purpurëi ciclami
A me, sogni e fragranze, o mia Luisa,
Da l'orror di quest'ombre ti figura
L'amoroso mio cor. Tacita siedi
E da l'alto balcon già non rimiri
Le bianche plaghe d'occidente, i chiari
Monti ed il lago vitrëo, sereno,
Riscintillante a l'astro; ma quest'una
Tenebra esplori, l'aura interrogando
Vocal che va tra i mobili oleandri
De la terrazza e freme il nome mio.

Forse piaceva a Franco d'improvvisar sul piano con questi suoi versi davanti agli occhi. Appassionato per la musica più ancora che per la poesia, se l'era comperato lui, quel piano, per centocinquanta svanziche, dall'organista di Loggio, perché il mediocre piano viennese della nonna, intabarrato e rispettato come un gottoso di famiglia, non gli poteva servire. Lo strumento dell'organista, corso e pesto da due generazioni di zampe incallite sulla marra, non mandava più che una comica vocina nasale sopra un tintinnio sottile come d'infiniti bicchierini minuti e fitti. Ciò era quasi indifferente, per Franco; egli aveva appena posato le mani sullo strumento che la sua immaginazione si accendeva, l'estro del compositore passava in lui e nel calore della passione creatrice gli bastava un fil di suono per veder l'idea musicale e inebbriarsene. Un Erard gli avrebbe dato soggezione, gli avrebbe lasciato minor campo alla fantasia, gli sarebbe stato men caro, insomma, della sua spinetta.

Aveva appena suggellata la lettera quando si bussò all'uscio. La signora marchesa faceva dire a don Franco di scendere per il rosario. In casa Maironi si recitava il rosario tutte le sere fra le sette e le otto, e i servi avevan l'obbligo di assistervi. Lo intuonava la marchesa, troneggiando sul canapè, girando gli occhi sonnolenti sulle schiene e sulle gambe dei fedeli prosternati per diritto e per traverso, quale nella luce più opportuna ad un devoto atteggiamento e quale nell'ombra più propizia ad un sonnellino proibito. Franco entrò in sala mentre la voce nasale diceva le soavi parole «Ave Maria, gratia plena» con quella flemma, con quella untuosità, che sempre gli mettevano in corpo una tentazione indiavolata di farsi turco. Il giovane andò a cacciarsi in un angolo scuro e non aperse mai bocca. Gli era impossibile di rispondere con divozione a quella voce irritante.

«Mi congratulo tanto», cominciò subito la voce sonnacchiosa, «della bella educazione e dei bei sentimenti che ci avete fatto vedere oggi.»
«Accetto», rispose Franco senza levar gli occhi dal giornale.
«Bene, caro», replicò la nonna imperturbata. E soggiunse:
«Ho piacere che quella signorina vi abbia conosciuto; così, se mai sapeva di qualche progetto, sarà ben contenta che non se ne parli più».
«Contenti tutt'e due», disse Franco.
«Voi non sapete niente affatto se sarete contento. Specialmente se avete ancora le idee d'una volta.»
Udito questo, Franco posò il giornale e guardò la nonna in faccia.
«Cosa succederebbe», diss'egli, «se avessi ancora le idee d'una volta?»
Non parlò stavolta in tono di sfida, ma con serietà tranquilla.
«Ecco, bravo», rispose la marchesa. «Spieghiamoci chiaro. Spero e credo bene che un certo caso non succederà mai, ma, se succedesse, non state a credere che alla mia morte ci sarà qualche cosa per voi, perché io ho già pensato in modo che non ci sarà niente.»

Egli era fuori da due o tre minuti, quando la marchesa, già coricata, mandò Carlotta a vedere chi fosse venuto giù correndo dalle scale. Carlotta riferì ch'era stato don Franco e dovette subito ripartire con una seconda missione. «Cosa voleva don Franco?». Stavolta la risposta fu che don Franco era uscito per un momento. Questo momento fu pietosamente aggiunto dal vecchio servitore. La marchesa ordinò a Carlotta di andarsene lasciando il lume acceso. «Ritornate quando suonerò», diss'ella.
Dopo mezz'ora ecco il campanello.
La cameriera corre dalla padrona.
«È ancora fuori don Franco?»
«Sì, signora marchesa.»
«Spegnete il lume, prendete la calza, mettetevi in anticamera e quando sarà rientrato venite a dirmelo.»
Ciò detto la marchesa si girò sul fianco verso la parete, voltando all'attonita e malcontenta cameriera l'enigma bianco, uguale, impenetrabile del suo berretto da notte.

S'inginocchiarono insieme davanti alla mamma, le piegarono il capo in grembo. Luisa faceva ogni sforzo per trattenere il pianto, sapendo bene che bisognava evitare alla mamma ogni emozione troppo forte, ma le spalle la tradivano.
«No, Luisa», disse la mamma, «no, cara, no», e le accarezzava il capo. «Ti ringrazio che sei sempre stata una buona figliuola, sai; tanto buona; quietati; son così contenta; vedrai che starò meglio. Andate dunque; datemi un bacio e poi andate, non fate aspettare il signor curato. Dio ti benedica, Luisa; e anche te, Franco.»
Chiese il suo libro di preghiere, si accostò il lume, fece aprire le finestre e l'uscio della terrazza per respirar meglio e mandò via la fantesca che si preparava a tenerle compagnia. Usciti gli sposi, entrò l'ingegnere per salutar sua sorella prima di andare in chiesa.
«Ciao, neh, Teresa.»
«Addio, Piero. Un altro peso sulle vostre spalle, povero Piero.»
«Amen», rispose pacificamente l'ingegnere.

«Ecco il testamento, adesso», disse il Gilardoni, lugubre, porgendo a Franco un altro foglietto giallognolo. «Ma questo non lo legga ad alta voce.»

Il foglietto diceva:

Io sottoscritto, nobile Franco Maironi, intendo disporre delle mie sostanze, con questo atto d'ultima volontà.
Essendoché donna Orsola Maironi nata marchesa Scremin si è degnata di accettare insieme a molti altri omaggi anche i miei, le lascio in segno di gratitudine lire di Milano diecimila per una volta tanto e il gioiello per lei più prezioso della casa ossia don Alessandro Maironi, debitamente inscritto nei registri della parrocchia della Cattedrale in Brescia come mio figlio.
Lascio al detto mio figlio la porzione legittima che gli spetta della mia facoltà e tre parpagliole al giorno in più, in segno della particolare mia stima.
Lascio al mio agente di Brescia signor Grisi, se si troverà al mio servizio al momento della mia morte, tutto quello che mi ha preso.
Lascio al mio agente di Valsolda, Carlino Gilardoni, colla condizione come sopra, lire di Milano quattro al giorno, sua vita natural durante.
Intendo che sia celebrata nella Cattedrale di Brescia una messa quotidiana finché sarà in vita donna Orsola Maironi Scremin, per la salute dell'anima sua. - Di tutta la restante mia sostanza istituisco e nomino erede il mio nipotino don Franco Maironi di don Alessandro.

Fatto, scritto e sottoscritto il 15 aprile 1828.

Nob. Franco Maironi

Discendendo adagio a fianco di suo marito lo sdrucciolevole ciottolato del sentiero, le sorse improvvisa in mente la visione di un incontro futuro con la marchesa. Si fermò, si eresse, stringendo i pugni; e il suo bel viso intelligente spirò una fierezza tale che se la vecchia signora di marmo l'avesse realmente veduta, realmente incontrata in quel punto, si sarebbe senz'altro, piegata no, impaurita no, ma posta in difesa.

2 commenti:

Giuliano ha detto...

Mi dispiace molto, ma io quando vedo Ada Dondini (la signora anziana con i baffi, donna terribilis) penso subito alla stessa attrice in "Totò sceicco": quando dice "come soffro!!!" e sfonda le sedie mentre Totò fa le smorfie.
Appena finisco di ridere metto un commento più adeguato, e sia lode eterna alla signora Dondini!

Solimano ha detto...

Giuliano, è interessante la situazione anagrafica quando fu fatto il film. Alida Valli, che in realtà si chiamava Alida Maria Laura von Altenburger, aveva solo cent'anni, ma aveva già fatto quasi venti film, il primo è del 1934.
Massimo Serato in realtà si chiamava Giuseppe Segato (evidentemente era veneto) ed aveva 25 anni.
Mario Soldati di anni ne aveva trentacinque ed aveva cominciato a fare il regista nel 1938. Nel film fa anche la comparsa: un soldato austriaco.
Aiuto regista, oltre che uno degli sceneggiatori, fu Alberto Lattuada, che di anni ne aveva ventotto.

saludos
Solimano