martedì 10 marzo 2009

Il vento ci porterà via


Il vento ci porterà via: Titolo originale: Le vent nous emportera. Regia e sceneggiatura: Abbas Kiarosta­mi. Soggetto: da un’idea di Mahmoud Aye­din. Fotografia: Mahmoud Kalari. Mon­taggio: Abbas Kiarostami. Musica: Pey­man Yazdanian. Interpreti: Behzad Dou­rani e gli abitanti del villaggio di Siah Dareh. Durata: 118’. Origine: Francia/Iran, 1999 Rating IMDb: 7.3

Giulia




Una jeep attraversa lentamente il paesaggio maestoso della campagna del Kurdistan. Una lunga striscia di terra battuta sale e scende, bianca e netta, per le linee curve d’una terra che è il vero, grande protagonista del prologo di Il vento ci porterà via.




I nostri occhi si perdono nell’azzurro del cielo, nei gialli e nei verdi e nei marroni delle colline e dei campi. Intanto, le voci degli uomini nell’auto lontana ci arrivano in primo piano.
Chi sono, questi uomini? Che cosa cercano? Abbas Kiarostami non ha fretta d’informarci. E l’attesa sembra voler sollecitare la nostra attenzione a guardare indugiando. Non è necessario che qualcosa succeda, perché il nostro sguardo sappia vedere e godere di ciò che vede. Abituati come siamo a veder scorrere immagini veloci, a volte quasi inafferrabili facciamo fatica a seguire questo ritmo lento in cui nulla sembra accadere, ma in realtà tutto accade.
A bordo di un auto da Teheran arriva un gruppo di uomini che stanno cercando un villaggio isolato.
Trovare la strada che li porti a destinazione è difficile: unica indicazione chiara è che ad un certo punto si troverà su una collina un albero solitario. Ma dopo questo albero solitario, dove andare?



Li aiuterà una contadina intenta a lavorare i campi e poi un bambino che li accompagna a destinazione a cui raccontano, mentendo, che stanno cercando un tesoro nel cimitero, in cima alla collina.




Arriveranno in un paesino che sembra sospeso nel tempo, quasi un luogo magico e irreale, incantato e immerso nel silenzio.


Un regista di Teheran che tutti chiamano “ingegnere” è stato mandato in questo villaggio del Kurdistan iraniano insieme alla sua troupe, con il compito di girare del materiale sul rituale funebre del luogo: piccolo problema, non c’è ancora il morto! Anzi, la morta: si aspetta infatti da un momento all’altro la dipartita di una vecchissima signora che, secondo il nipotino, avrebbe addirittura più di un secolo di vita. Ma lei sembra non volerne sapere di andarsene ed il regista con i suoi ragazzi è costretto ad un'attesa non prevista.
Non c’è nel film una trama solida, tracciata a tavolino, studiata."Il vento ci porterà via" è una pellicola che ha una vera e propria moltiplicazione dei soggetti.
Il film parla innanzitutto della morte, di una morte che non si vede, ma di cui si intravedono i segnali. Ma il film ci parla di riflesso della vita.
La cinepresa riprende i personaggi, ma a tratti, non ne coglie tutto lo spessore, né può raccontarci chi veramente sono o fanno. Ce li indica, ce li fa vedere e poi lascia allo spettatore la possibilità di continuare a pensare, a immaginare la trama di cui è intessuto il racconto di ogni vita.
L’occhio del regista ci porta a guardare lo scorrere della vita così come avviene senza finzioni o interpretazioni.






Il regista percorre con il bambino che lo accompagna le strade del paese ed incontra la gente del posto che lo saluta cordialmente, ma con distacco.



Vediamo le case, ma la macchina da presa ci lascerà fuori dalla porta



Il regista andrà a prendere un the dalla padrona di un poverissimo bar per pochi clienti.
La donna parlerà con lui, ma intuiremo il suo animo indurito, stanco.




Assistiamo ad un battibecco tra lei ed il marito sul lavoro dell'uomo e della donna e sui loro rispettivi ruoli: una diatriba da sempre destinata a rimanere su posizioni antitetiche nel mondo contadino.







E il paese è un continuo andare e venire di donne che preparano il pane fresco, che si muovono su e giù per scalini e gradoni di fango e pietra, che portano il cibo ai loro vecchi.
Di questo paese non vedremo alcun interno, non entreremo in nessuna delle case che intuiamo esserci al di là di porte e finestre. Lo stesso sarà per le vite degli uomini e delle donne che, via via, incontreremo. Chi sono e che cosa fanno ci sarà suggerito, e niente più.




Vedremo dall'esterno anche la casa dove abita l'ingegnere. Si fa la barba sul terrazzo e parla con la donna di fronte che presto partorirà il decimo figlio (cinque maschi e cinque femmine)

Non vedremo mai la vecchia di cui s’attende la morte: l’immaginiamo al di là d’una finestra bordata d’azzurro. E ne immaginiamo i figli, che la sua agonia ha riunito. Eppure, il film non ce ne rivela mai non solo il volto, ma neppure il nome.



Immaginiamo anche l’uomo che, in cima alla collina del cimitero, scava una buca. Lì, lo sentiamo dire, ci metteranno un palo per i telefoni. Oltre a questo, di lui niente altro ci è svelato. Kiarostami ha cura di tenerlo ben nascosto nella sua buca. Lo seppellirà una frana da cui lo tireranno fuori. E tuttavia il massimo che la cinepresa ce ne scoprirà saranno i piedi: la suola della scarpa destra e la pianta del piede sinistro. Sarà proprio il tempestivo intervento dell'"ingegnere" a salvarlo.


D’altra parte, neppure del protagonista sappiamo molto di più.
Particolari della sua vita emergono da poche telefonate: dovrà, però, continuamente correre verso la collina per poter prendere il segnale. Per il resto, anche lui è osservato da fuori: non ne conosciamo il nome, non vediamo la stanza in cui dorme, ci sfuggono i lineamenti dei suoi compagni (tenuti sempre sullo sfondo dell’inquadratura o ai suoi margini).






Finalmente entreremo in una casa e incontreremo una giovane donna a cui il protagonista ha chiesto del latte, ma Kiarostami ci tiene più al buio: a illuminare l’immagine non c’è che una lampada fioca e del tutto impotente a svelare il volto della ragazza gentile a cui il regista reciterà una poesia.





Ci sono alcuni volti su cui la macchina da presa si sofferma: quelli del piccolo Fahrzad con cui il regista si intratterrà a lungo e che ancora una volta dimostra quanto nel cinema di Kiarostami siano importanti i bambini.
E vedremo il volto del suo insegnante che a proposito dei riti durante i funerali gli racconta “Sul viso di mia mamma ci sono due segni: uno se l’è fatto graffiandosi alla morte di mia zia, la sorella di mio padre per fargli piacere; l’altro per compiacere il direttore della fabbrica sempre di mio padre a cui era morto un parente lontano. Con le unghie si è graffiata il viso perché sperava che mio padre non fosse licenziato in un periodo di poco lavoro e molta concorrenza… Ecco quando le pressioni sono molto forti non esiste più umanità. Voi queste cose le trovate interessanti perché venite dal di fuori e non sapete i veri motivi per cui accadono”.



In questo film il regista attraversandone in moto il “paesaggio”, girando di collina in collina e di casa in casa, ci insegna ad assaporarne la sua luce, a riempirsi gli occhi, a guardarne lo splendore. Ci accosta ad ogni personaggio per farci intendere quanto è inadeguata la cinepresa anche nei suoi primi piani a raccontarcelo davvero nel profondo. E alla fine trionferanno di nuovo le immagini del paesaggio, delle sue linee, delle sue curve, dei suoi colori. Tutto il resto non avrà importanza.
Forse a molti apparirà un film povero, noioso, senza trama; oppure qualcuno vedrà qualcosa di diverso: ma bisogna avere pazienza, bisogna essere disposti ad uscire dai propri schemi visivi, condizionati come siamo da una vita che conosce, anche nello sguardo, solo la velocità, che non sa assaporare la lentezza che indugia e che lei sola può permetterci di catturare l’atmosfera di un luogo e di un’ambiente lontani dal proprio.
Come ha detto Kiarostami, "le mie immagini non sono il risultato del mio amore per la fotografia, ma del mio amore per la natura. È qualcosa di simile a un regalo o a un ricordo". "Per me è come un calmante, ha su di me un effetto terapeutico magico" dice ancora Kiarostami
Un argomento centrale del film è la distanza tra due modi di vivere il tempo; due modi che difficilmente si parlano. Un tempo lento in cui però ogni istante acquista il suo significato ed il suo senso, un tempo veloce in cui si è sempre in attesa di quello che avverrà dopo e tutto sfugge ai nostri occhi.




E alla fine anche l'ingegnere se ne andrà, proprio quando la donna è finalmente morta e lui potrebbe riprendere le immagini che tanto aveva atteso. Si accontenterà di scattare delle fotografie delle donne che si preparano al funerale

Nella mia piccola notte il vento, e le foglie si ritrovano.
Nella mia piccola notte la paura, è distruzione.
Ascolta, senti il frusciar dell'oscurità?
Io guardo meravigliato, questa felicità Del mio pessimismo, son dipendente.
Ascolta, senti il frusciar dell'oscurità?
Ora nella notte qualcosa sta passando, e la luna rossa è in allarme.
Su questo letto, che ogni attimo teme il crollo, le nuvole, come un popolo in lutto,
attendono il momento della pioggia.
Un momento e subito dopo... nulla più.
Dietro questa finestra la notte trema e la terra arresta il suo girare.
Oltre la finestra, un estraneo si preoccupa di me e di te.
Oh corpo rigoglioso...le tue mani come doloroso ricordo, poggia tra le mie innamorate.
E le tue labbra, come una sensazione calda di vita, lasciale carezzare le mie labbra innamorate.
Il vento ci porterà via.
di Forugh Farrokhzad (traduzione Babak Karimi)


5 commenti:

annarita ha detto...

Conosco Kiarostami solo di nome, non ho visto nessuno dei suoi film, ma il tuo bel post ha reso efficacemnte l'idea dell'atmosfera che pervade quest'opera e mi ha incuriosita. con tutti i libri che vorrei leggere e tutti i film che vorrei vedere avrei bisogno delle proverbiali sette vite di un gatto :-)
Salutissimi, Annarita.

Giuliano ha detto...

Kiarostami è una delle mie grandi passioni: ci vuole una gran pazienza ma si è sempre ripagati.
Nelle interviste dice sempre di dovere moltissimo a De Sica e a Rossellini, e sono i momenti in cui sono contento di essere italiano...
Però questo film non l'ho ancora visto, ne ho di arretrati!

giulia ha detto...

Annarita, come dice Giuliano, ci vuole pazienza a guardare questi film, bisogna entrare nel suo linguaggio che sembra semplice, ma non lo è. Io ho imparato ad amarlo molto.
Giuliano è vero che lui deve molto a De Sica e Rossellini, ma è ancora diverso e con pochi elemementi, come dice lui, ti fa entrare veramente nell'ambiente e sei poi tu a dover immaginare, e vivere il film.
Grazie e un caro saluto, Giulia

Arfasatto ha detto...

Kiarostami è un regista che amo molto, anche se non è facile; secondo me, bisogna entrarci pian piano, nel suo mondo, nel suo stile narrativo, nel suo modo di filmare, spesso fermo nei primi piani. Ricordo con emozione "Il sapore della ciliegia": bellissimo.

giulia ha detto...

Elena, sono d'accordo con te. Kiarostami non è facile, ma quando ci entri ti prende molto. Più lo guardo poi e più mi piace. Ma richiede pazienza, qualla pazienza che dovrebbe esserci nei rapporti e non solo anche quando si entra in un luogo che non conosci, ma che vuoi conoscere.