domenica 28 giugno 2009

I modi di vedere: Wittgenstein (1)

Wittgenstein (1993) di Derek Jarman Sceneggiatura di Ken Butler, Terry Eagleton, Derek Jarman Con Clancy Chassay (Wittgenstein ragazzo), Jill Balcon (la madre Leopoldine), Jan Latham-Koenig (il fratello Paul), Sally Dexter (la sorella Hermine), Nabil Shaban (il Marziano verde), Karl Johnson (Ludwig Wittgenstein), Michael Gough (Bertrand Russell), Tilda Swinton (Lady Ottoline Morrell), John Quentin (Maynard Keynes), Kevin Collins (Johnny), Lynn Seymour (Lydia Lopokova) Fotografia: James Welland Costumi: Sandy Powell Musica: Jan Latham-Koenig, Johannes Brahms "Intermezzo Opera 19" "Concerto per pianoforte e orchestra Opera 83", César Franck "Sonata per violino e pianoforte", Leóš Janáček, Wolfgang Amadeus Mozart "Rondò K511", Modest Mussorgsky "Quadri da una esposizione", Francis Poulenc "Sonata per flauto e piano, 1957", Eric Satie "Ogives" "Gnossiennes", Robert Schumann "Carnaval" (75 minuti) Rating IMDb: 6.7

Solimano

Nel 1993 Derek Jarman è malato di AIDS da sette anni. Uscirà una intervista il 23 agosto su «Newsweek», con il titolo "Aids without Tears". Morirà il 19 febbraio 1994, quasi cieco. Eppure, il 17 settembre 1993 esce "Wittgenstein" un film a basso budget (300.000 sterline) che gli commissiona Channel Four per una serie dedicata ai grandi filosofi. Il film dura solo 75 minuti e viene girato in 12 giorni. Una impresa folle, affrontare in questo modo la vita di Ludwig Wittgenstein (1889-1951), uno dei più grandi filosofi del Novecento. Una impresa folle e riuscita. Tutto il film è girato in studio con macchina fissa e con lo sfondo di uno schermo nero. Così disse benissimo Alessandra Levantesi su La Stampa:

"Meglio tornare alla travolgente funzionalità delle immagini, vera chiave del discorso di Jarman. Figure vitalissime ritagliate in bei costumi colorati su un immutabile panorama nero, che rappresenta l’intero mondo in cui il protagonista visse, interni ed esterni: da Vienna a Cambridge attraverso i fiordi della Norvegia, il fronte italiano, l’Irlanda e via enumerando. Qui la necessità di girare in studio e in pochi giorni ha dettato la scrittura, il poverismo obbligato si è fatto stile".

Commenterò brevemente le singole immagini, inserendo citazioni dalle opere di Wittgenstein, in particolare dal suo suo Tractatus logico-philosophicus. Perché uno dei segreti di Jarman è che raccontando Wittgenstein racconta se stesso, senza modificare la biografia del filosofo. E' una impresa che segue la stessa logica che seguì Gian Lorenzo Bernini quando fece il baldacchino della Chiesa di San Pietro. Sembrava che fosse impossibile costruire un baldacchino che non avesse l'aria meschina, vista l'immensità delle dimensioni della chiesa. Il Bernini cambiò gioco, e fece un baldacchino di bronzo. Così fa Jarman che riesce ad essere fedele alla biografia ed alla filosofia di Wittgenstein restando completamente se stesso. Lo aiutarono proprio le difficoltà in cui si trovava.

Wittgenstein ragazzo (Clancy Chassay). Si alternano due attori, nella parte di Wittgenstein, ma non c'è un rigoroso filo cronologico né ci sono dei flash-back. Semplicemente, a seconda delle situazioni, Jarman decide se è bene che ci sia il ragazzo o l'adulto. Qui il ragazzo Wittgenstein sta studiando, nella Vienna di fine Ottocento. Appartiene ad una ricchissima famiglia in cui si mischiano le appartenenze religiose: ebraica, cattolica, protestante.

Chi non è certo di nessun dato di fatto, non può neanche esser sicuro del senso delle sue parole.

Chi volesse dubitare di tutto, non arriverebbe neanche a dubitare. Lo stesso giuoco del dubitare presuppone già la certezza.

Dimmi come cerchi e ti dirò cosa cerchi.


Ancora il ragazzo Wittgenstein in costume antico. Nella seconda immagine è con la madre Leopoldine (Jill Balcon).

È così difficile trovare l'inizio. O meglio: è difficile cominciare dall'inizio. E non tentare di andare ancor più indietro.

La vita di conoscenza è la vita che è felice nonostante la miseria del mondo.

Tutto ciò che la filosofia può fare è distruggere idoli. E questo significa non crearne di nuovi.

Parte della famiglia ascolta Paul Wittgenstein (Jan Latham-Koenig) che suona il pianoforte. Paul perderà l'uso della mano destra nella prima guerra mondiale e Ravel comporrà per lui il Concerto per la mano sinistra.

Dopo aver guardato un temporale, alla domanda "quante gocce di pioggia hai visto?" la risposta più adatta è "molte": non che il numero preciso non esista, ma non lo si può conoscere.

Giusto e interessante non è dire: questo è nato da quello, ma questo potrebbe essere nato così.



Il ragazzo Wiitgenstein non vuole ascoltare le tante parole che gli urlano intorno. Nella seconda immagine, uno dei parolai. Mi sono venuti in mente certi quadri di Gesù fra i dottori.

Nella filosofia odierna troviamo tutte le teorie infantili, ma senza quell'aspetto accattivante proprio di ciò che è infantile.

Inventare nuovi usi per le parole, usi talvolta assurdi, per aiutare ad allentare la stretta delle forme abituali del linguaggio.

Sentiamo dire, sempre e continuamente, che il matematico lavora con l'istinto (o magari che non procede meccanicamente, al modo di un giocatore di scacchi) ma non riusciamo a percepire che cosa questo abbia a che fare con la natura della matematica.

Il ragazzo Wittgenstein è un genio che ha un po' di spocchia da primo della classe. Qui sta usando la canna (oggi utilizziamo il cosiddetto pointer) come fosse un fucile.

Un trattato di filosofia potrebbe benissimo essere composto da battute umoristiche.

Vi sconsiglio vivamente di diventare filosofi accademici. Tra loro la tentazione del pensiero fasullo è diffusissima.

Senza un po' di coraggio non si può scrivere nemmeno un'osservazione sensata su se stessi.


Compare un marziano verde (Nabil Shaban), che dialoga piacevolmente col ragazzo Wittgenstein. Può significare l'impossibilità di comprendere cosa succede stando dentro e la necessità di vedere le cose da fuori, ad esempio da un altro pianeta.

Ci sono uomini che sono troppo fragili per andare in frantumi. A questi appartengo anch'io.

La sola cosa di me che forse un giorno si spezzerà, e di questo ho talvolta paura, è il mio intelletto.


Ecco Wittgenstein adulto (Karl Johnson) che per un certo periodo voleva dedicarsi all'aviazione. Ha un'aria un po' da asceta e un po' da ortolano.

Una scoperta non è né grande né piccola; dipende da ciò che essa significa per noi.

Il matematico non scopre: inventa.

Non si può dire, dunque, che la matematica ci insegna a contare? Ma se ci insegna a contare perché non ci insegna anche a confrontare tra loro i colori?



Bertrand Russel (Michael Gough), al Trinity College di Cambridge (1911-1914) è il maestro di Wittgenstein di cui scopre immediatamente la genialità. Nella seconda immagine i due stanno discutendo se nella stanza ci sia un rinoceronte. Russel dice di no, Wittgenstein dice di sì. Alla fine se ne vanno da due parti diverse... e da sotto il tavolo sbuca il ragazzo Wittgenstein col corno da rinoceronte.

Anche i pensieri talvolta cadono immaturi dall'albero.

Anche per il pensiero c'è un tempo per arare e un tempo per mietere.

Chi è soltanto in anticipo sul proprio tempo, dal suo tempo sarà raggiunto.

In chiusura di post, due immagini di Lady Ottoline Morrell (Tilda Swinton) che sta leggendo una lettera . E' l' amante di Bertrand Russel. Ed è, sempre splendidamente, l'attrice feticcio di Derek Jarman.

Come si può per tutta la vita viaggiare nello stesso piccolo paese e credere che non ci sia nulla al di fuori di esso!

Con i miei numerosi segni d'interpunzione in realtà io vorrei rallentare il ritmo della lettura. Perché vorrei essere letto lentamente.

Gli animali vengono verso di noi, se li chiamiamo per nome. Esattamente come gli uomini.



P.S. Un'ora fa, il blog ha superato le 800.000 Pagine Viste, a partire dal 15 maggio 2007. Poco più di due anni fa. Potremmo arrivare anche al milione, chissà... Un grazie sentito a chi mi ha aiutato. (s)

Nessun commento: