sabato 7 giugno 2008

Ortone e il mondo dei Chi

Horton Hears a Who! di Jimmy Hayward, Steve Martino (2008) Dal libro del Dr. Seuss Film di Animazione Sceneggiatura di Ken Daurio, Cinco Paul Musica: John Powell e "Can't Fight This Feeling" (88 minuti) Rating IMDb: 7.5

Annarita sul suo blog L'angolo di Annarita

Nata nel lontano 1954 con il titolo "Horton Hears a Who!", la storia di Ortone dei suoi minuscoli amici approda sul grande schermo nella versione dei creatori de "L'era glaciale".
Dilatato nella parte centrale dedicata alla conoscenza del favoloso mondo dei Chi, il film non è un annacquamento della storia, ma un riuscito gioco di incastri che attira tanto il piccolo spettatore quanto l'adulto. Il livello immediato è quello visivo, con la lussureggiante bellezza della giungla e i colori dei personaggi e della vegetazione, ma si intuisce subito che la comunità della giungla siamo noi, la nostra società nella quale spesso chi è dotato di fantasia e di sensibilità come Ortone viene guardato con sospetto e tenuto sotto controllo in quanto potenziale disturbo, proprio come fa la terribile Kangaroo, che non permette nemmeno al figlio Rudy di avventurarsi fuori dal marsupio.

Eppure Ortone è amatissimo dai suoi allievi della giungla proprio per le sue doti di umanità e fantasia, eccessiva a volte e alla quale pone rimedio il topo Morton, suo migliore amico.

Stesse ripercussioni sociali anche nel piccolo mondo dei Chi, nel quale il Sinda-Chi è ritenuto un inetto dal Consiglio Comunale che lo sbeffeggia per la sua fissazione che la città di Chi-Non-So sia in pericolo. Il sindaco è alle prese con i problemi di tutti i giorni, come quello di una famiglia composta di 96 figlie più un figlio, il piccolo dark Jo-Jo che non pronuncia mai una sola parola, temendo di dire qualcosa che possa deludere il padre e fa pensare tanto ai personaggi di Tim Burton.

In parallelo i due essseri tanto diversi, il gigantesco Ortone e il microbico Sinda-Chi, lottano e affrontano ostacoli perché sono corcordi nel ritenere che ogni creatura sia importante nel gioco complesso della vita.
Ben caratterizzati tutti i personaggi, dall'aquila Vlad, improbabile accento transilvanico, che si spaccia per molto più abile e cattiva di quanto sia in realtà, allo scervellato scimmione Yummo, stolido scagnozzo di Kangaroo.
Per non parlare del mondo di Chi-Non-So, con la profonda scienza della dottoressa Mary Lou Larue e con il pragmatismo di Sally O'Malley, l'avveduta consorte del Sinda-Chi, con le sue strutture mirabolanti e il segreto dell'immenso Sinfonofono costruito da Jo-Jo neli locali abbandonati dell'Osservatorio del Brutto Tempo.
Ai minuscoli Chi appartiene anche un altro personaggio del dottor Seuss, quel Grinch verde che aveva in odio il Natale, reso famoso dal film di Ron Howard del 2000, interpretato da Jim Carrey che qui torna in veste di doppiatore e ispiratore, avendo dato voce e fattezze mimiche a Ortone.
Nella versione italiana è Christian De Sica a dare voce a Ortone, scivolando di tanto in tanto nel romanesco, ma in un modo simpatico che non guasta.

La storia molto breve e in rima è nata dalla penna del dr.Seuss, Theodor Seuss Geisel (1904-91), uno degli scrittori americani per l'infanzia più apprezzati. che scelse il proprio nome d'arte nella metà degli anni Venti, alludendo ironicamente alla vana speranza paterna di vederlo laureato a Oxford.
La sua fama è tuttora limitata ai paesi di lingua anglosassone e la maggior parte dei suoi libri sono scritti in rima e in versi, rispettando un metro particolare, il tetrametro anapestico. Infatti uno dei suoi scopi era trasmettere ai piccoli lettori l'amore per il linguaggio appunto attraverso l'uso dei versi e della rima.

Il messaggio di questo libro è stato interpretato in chaive antiabortista, ma la vedova del dr.Seuss non ha esitato un momento a controbatterla, affermandone piuttosto l'universalità che non doveva essere soggetta a strumentalizzazioni di parte.

venerdì 6 giugno 2008

Lo scafandro e la farfalla

Le scaphrandre et le papillon, di Julian Schnabel (2007) Racconto di Jean-Dominique Bauby, Sceneggiatura di Ronal Harwood Con Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner, Marie-Josée Croze, Anne Consigny, Patrick Chesnais, Niels Arestrup, Jean-Pierre Cassel, Marina Hands, Max von Sydow, Isaac De Bankolé, Emma de Caunes, Anne Alvaro Musica: Paul Cantelon , Charles Trenet (La mer), Tom Waits (All The World Is Green), U2 (Ultraviolet) etc Fotografia: Janusz Kaminski (112 minuti) Rating IMDb: 8.1

Giulia sul suo blog Pensare in un'altra luce

Buio, poi una luce bianca accecante, sprazzi di colore, tutto sfocato. Lentamente, il contorno di figure umane, l'eco di voci lontane e poi vicine, voci e figure che sembrano giganti e mostruose, così come il grandangolo di un occhio offeso le percepisce.

I volti sono quelli di medici intorno ad un paziente che si è appena risvegliato dal coma. Apprendiamo insieme a lui, un'informazione alla volta, il suo stato di salute: è paralizzato; è affetto da una sindrome rara e incurabile: “Inutile girarci intorno: lei è paralizzato dalla testa ai piedi” gli dicono alla fine.

Sentiamo una voce chiara di qualcuno che sta vedendo e ascoltando, e interagisce con chi gli parla: quello che crede di dire, realizza presto che gli altri non arrivano a sentirlo. Non può parlare. Immobilizzato su un letto, vivo e vitale solo attraverso l'occhio sinistro con cui osserva tutto e tutti, guidato da una mente lucida e attenta.
Partecipiamo al suo sgomento, alla sua paura, al suo disorientamento… Guardiamo attraverso i suoi occhi, ascoltiamo attraverso le sue orecchie. L’immedesimazione è totale.

Il film racconta la dolorosa e incredibile storia vera di Jean-Domique Bauby irrequieto caporedattore di Elle, vittima della cosiddetta sindrome di lock-in che lo paralizzò nel 1995, a 43 anni.

Eppure Jean-Dominique Bauby, grazie a un metodo ingegnoso messo a punto da una logopedista, riesce a comunicare quello che sente, che prova e vuole.

L'impresa narrativa è decisamente difficile, ma il regista Schnabel, però, ha vinto la sfida seguendo, l'immaginazione del protagonista che col pensiero torna al passato, rivede il suo vecchio padre, la moglie che ha lasciato e i figli, l'amante che lo aveva subito abbandonato, incapace di affrontare la sua malattia, ma riprende con maestria la sua condizione presente attraverso il suo occhio sinistro: ci fa vivere con lui il suo modo di reagire al suo stato, i suoi rapporti con amici e parenti venuti a trovarlo e quelli con le infermiere che gli si fanno attorno: una ortofonista, una fisioterapista e la ragazza, che lo aiuterà con pazienza e amore a scrivere il suo libro dettandoglielo parola per parola.

Nel suo letto prima, e poi su una sedia, Jean-Dominique è prigioniero dei suoi muscoli inerti. Il suo corpo è diventato una sorta di orrido scafandro che lo tiene in un mare e lo esclude da quello che sempre più desidera: la leggerezza, il volo lieve di una farfalla.

Non è un santo, Jean-Dominique, e ancor meno è perfetto. Ma è vivo. Gli sono piaciute le donne, e ancora si stupisce di non poter volar via dalla sua prigione per tornare a sentirle, a toccarle, a goderle.
Insomma, non fugge dal mondo e dalla sua bella carnalità, per quanto niente più gliene sia concessa.

Accetta la fatica della scrittura. Battito di palpebra dopo battito di palpebra, nasce il suo libro. In questo modo si rimpossessa del suo tempo, e suoi tornano a essere gli affetti che lo abitano: le donne, la sua Inès i suoi figli, e la madre dei suoi figli, gli amici.

E poi il suo vecchio padre, una bella figura di vecchio che ama e da cui è amato, di cui si era preso cura e che inutilmente tenta di consolare.
Senza miracoli, torna alla vita. E così lo vede chi gli si avvicina: non come un goffo, inutile corpo immobile, ma come un padre, un figlio, un amante, un amico. Anche il cinema si lascia convincere dal suo coraggio, e accenna ad abbandonare il punto di vista soggettivo. Ogni tanto, appunto, la macchina da presa lo osserva dall'esterno, vivo tra i vivi: mentre "parla" alla sua Inès, per esempio, o mentre lo baciano i figli.

Un film estremo, insomma, così com'è estremo il caso di Bauby che, agitando la palpebra è riuscito a dettare lettera per lettera, adottando un alfabeto particolare, un intero volume, concluso pochi giorni prima del suo decesso e divenuto un bestseller:

Un calvario di 16 mesi (Bauby si spense il 9 marzo 1997, dieci giorni dopo la pubblicazione del volume), ma anche un incredibile inno alla vita, vista e vissuta attraverso quell'occhio capace di esprimere tutta la profonda essenza di un uomo così umiliato e imprigionato, ma libero come una farfalla, nei battiti di quelle palpebre. Un uomo che guarda alla vita in modo diverso e ne scopre pur nella sua terribile invalidità tutto il suo valore.

Ma c'è anche profonda disperazione. Nei suoi monologhi interiori si chiede se quella si possa chiamare vita, che rimpiange cose mai dette, gesti mai compiuti, amore mai dato, la gioia perduta senza però mai perdere, persino, un innato senso dell’umorismo.Un film che non cade mai nel retorico e nel sentimentalismo.

Ho pensato vedendolo al mio amico Roberto che vive seduto sulla carrozzella perché affetto da tatraparesi spastica, a ciò che mi ha raccontato della sua vita. Prima chiuso in istituto, poi, grazie alla sua forza di volontà, libero tra tutti e con tutti.

Lui mi ha fatto capire come sia la società che stabilisce i criteri per dividere in categorie gli uomini.
E tra queste passa una lunga barriera invisibile ma molto solida che divide i “normali” dai cosiddetti “handicappati”; questi in quanto “mancanti di qualcosa” non sono considerati proprio uomini. Essi nella nostra mente vengono così declassati da “persona completa” a persona “segnata, screditata” da quello che Goffman chiama “stigma”.

Partendo da queste premesse si mettono in opera discriminazioni che di fatto riducono le possibilità di vita di chi è considerato “diverso”.

Alla parola «handicap» siamo abituati ad associare altri concetti che relegano ai margini individui di cui pochi hanno voluto scoprire le potenzialità. Queste sono le sbarre, i rigidi confini che non ci permettono di percorrere strade nuove. «II fatto che le persone normali - dice Goffman - sono in grado di muoversi, di vedere, di udire, non vuol dire che vedano o ascoltino». Può capitare però, a volte, che delle sbarre siano spezzate e che i percorsi mentali che prima di allora credevamo obbligati subiscano dei cambiamenti. È questo il momento in cui delle certezze si aprono al dubbio e lasciano intravedere orizzonti diversi.

«Si può vedere - dice Sacks - una stessa persona come irrimediabilmente menomata o così ricca di promesse e di potenziale»

Ed è quello che fa Schnabel, entrando nella storia di ci aiuta a capire che anche se il corpo è paralizzato, l’individuo non è solo corpo: è intelligenza, spirito, affettività, emozioni….è sempre comunque un uomo con cui si può avere scambi e relazioni vere.

Schnabel è al suo terzo film e prima di regista è un pittore.

Gli argonauti (3)

Jason and the Argonauts, di Don Chaffey (1963) Da "Le Argonautiche" di Apollonio Rodio, Sceneggiatura di Jan Read, Beverly Cross Con Todd Armstrong, Nancy Kovack, Gary Raymond, Laurence Naismith, Nial MacGinnis, Michael Gwynn, Douglas Wilmer, Jack Gwillim, Honor Blackman, John Cairney, Patrick Troughton, Andrew Faulds, Nigel Green, Ferdinando Poggi, Davina Taylor Musica: Bernard Herrmann Fotografia Wilkie Cooper Trucchi: Ray Harryhausen (104 minuti) Rating IMDb: 7.3
Solimano
Come si vede nell'immagine sopra il post, Medea (Nancy Kovack), giovane di forte fibra, oltre che di stirpe regale, si è ristabilita rapidamente dagli inconvenienti del naufragio. Sta viaggiando sulla nave Argo verso la Colchide, per nulla preoccupata dall'essere la sola donna fra cento uomini, per di più tutti Eroi. E' l'unica immagine in cui si vede Medea senza il diadema in testa, evidentemente se l'è tolto per mettere a proprio agio il suo salvatore Giasone (Todd Armstrong), verso cui prova per lo meno un sentimento di viva riconoscenza.

Appena giunti nella Colchide, ricomincia l'alta politica, perché il re Eéta (Jack Gwillim) è il padre di Medea e non desidera essere privato del Vello d'Oro, che a parte il valore commerciale, è la protezione del paese contro le sciagure, una specie di portafortuna. L'aspetto di Eéta è indubbiamente autorevole, ma guardategli la barba, riflettendo sui film che avete visto. Una barba fatta in quel modo, nei film ce l'hanno sempre o i mariti traditi o i cattivi di tipo sfigato. Però, viste le guardie del corpo, Eéta una sua figura da Amonasro di provincia la fa. E qui occorrerebbero approfonditi studi geografici, perché la Colchide dovrebbe essere a Nord, verso l'attuale Crimea. Come mai le guardie del corpo sono di tipologia nilotica o etìope? Occorrerà una campagna archeologica per dipanare la matassa.


In qualche modo si raggiunge un provvisorio agreement, anche perché c'è Acasto (Gary Raymond), il figlio di Pelia (Douglas Wilmer), che ciurla nel manico. L'intesa si festeggia con una cerimonia propiziatoria nel tempio della dea Ecate, inventata in Anatolia, e da poco importata nella mitologia greca. Il culto alla dea Ecate era normalmente svolto da sacerdoti eunuchi, mentre nel film, con una inesattezza assai felice, sono delle giovani guidate dalla Grande Sacerdotessa che è appunto Medea. Avrò modo, fra qualche tempo, di illustrare il rito svolto ai piedi dell'altissima statua di Ecate, per il momento credo che bastino due immagini per dare una idea delle liturgie in uso nella Colchide.

Eéta, anche grazie ad una soffiata di Acasto, riesce a conoscere appieno le intenzioni di Giasone e lo imprigiona con alcuni suoi compagni. Ma interviene nottetempo Medea, maestra di inganni, che oltretutto ha anche tutte le chiavi delle celle. Così Giasone è libero, e Medea fa in modo che veda il Vello d'Oro. Sembra una pecora mezza morta mezza sempia, ma il valore è inestimabile, sia per l'oro che per la protezione.



Il Vello d'Oro però è difeso da un terribile drago, un'Idra dalle sette teste. Prima ci prova Acasto, ma viene ucciso dall'Idra. Poi entra in campo Giasone, che se la vede brutta e viene avvolto dalle possenti spire della coda del drago, zigrinata come un Cinturato Pirelli, però, anche per qualche spintarella di Hera (Honor Blackman), che dall'Olimpo continua a proteggere Giasone, l'Idra viene uccisa e Giasone si impadronisce del Vello d'Oro.


Medea, sacerdotessa e maga, le virtù del Vello d'Oro le conosce tutte: si sdraia per terra, Giasone ed Argo le distendono sopra il Vello d'Oro e guardate cosa succede: il vello diventa lucente, manifesta tutta la sua bellezza, oltre a poter curare una serie di affezioni psicosomatiche. Medea porta il Vello d'Oro a bordo della nave Argo, dove c'è la maggior parte degli Eroi, mentre Giasone con altri pochi deve affrontare l'ira del furente Eéta.

I denti del'Idra, che sono tanti, visto che aveva sette teste, possiedono una virtù che Eéta conosce: se vengono seminati, immediatamente da ogni dente sorge uno Scheletro Guerriero. Tutti hanno lo scudo personalizzato, non roba di serie.


Gli Scheletri Guerrieri sono numerosi, ma Giasone e i suoi compagni compiono prodezze inenarrabili. Nella battaglia uno degli scheletri viene decapitato, e questo nel film si vede. Peccato che togliessero il seguito della scena, in cui lo scheletro decapitato cercava il suo teschio per terra. Ma d'altra parte ridussero al minimo la durata di queste scene: nel film sono quattro minuti in tutto, ma a prepararle ci vollero più di quattro mesi.
Nella battaglia finale due compagni di Giasone muoiono, ma non si tratta di Eroi di alta classifica. Giasone, stretto nell'angolo fra un nugolo di scheletri, sceglie di tuffarsi dall'alto nel mare sottostante, diverse decine di metri sotto. Medea gli rende pan per focaccia: è lei a raccoglierlo dal mare, avendo prima stivato con cura il Vello d'Oro. Li vediamo felici, finalmente insieme: stanno navigando verso la Tessaglia, dove Pelia non immagina la sorte che l'aspetta.
Così finisce il film. Quello che succede dopo? I litigi fra Medea e Giasone? Non ci credete, sono tutti pettegolezzi.

giovedì 5 giugno 2008

La paura mangia l'anima

Brigitte Mira (Emmi) ed El Hedi Ben Salem (Ali')

Angst essen Seele auf, Regia: Rainer Werner Fassbinder, Soggetto e Sceneggiatura: R. W. Fassbinder
Interpreti principali: Brigitte Mira (Emmi), El Hedi Ben Salem (Ali'), Barbara Valentin (Barbara, la barista), Irm Hermann (Krista), Gusti Kreissl (Paula), Margit Symo (Hedwig), Marquard Bohm (Gruber), Rudolf Waldemar (Brem), Rainer Werner Fassbinder (Eugen), Peter Gauhe (Bruno), Karl Scheydt (Albert) Montaggio: Thea Eymesz Direttore della fotografia: Jürgen Jurges Scenografia: Rainer Werner Fassbinder, Produzione: Tango Film Production - Filmverlag Der Autoren, Origine: Germania, 1973, Durata: 93 minuti Rating IMDb: 8.1

Gabrilu sul suo blog NonSoloProust

Siamo a Monaco nei primi anni settanta del secolo scorso.
Emmi è una donna non più giovane, poco attraente, dall'aspetto timido e dimesso. Sapremo poi che lavora come donna delle pulizie, che è vedova di un immigrato polacco e che ha figli già grandi e sposati. Scopriremo anche che la sua timidezza è solo gentilezza e che ha un carattere molto forte.

Il film comincia la sera in cui Emmi entra in un bar. Si siede e chiede una coca cola.

Fuori piove, Emmi non sa nemmeno lei perché è entrata (in fondo, abita a due passi) ma dice come scusandosi "Passo qui davanti tutte le sere e sento sempre suonare la musica..." e poi chiede "Ma che lingua parlano in queste canzoni?" Arabo, le risponde la ragazza del bar "Abbiamo anche tante canzoni tedesche e americane, nel juke box, ma sa, loro preferiscono ascoltare questa musica". Il bar infatti è frequentato da "loro", gli immigrati, gli operai arabi che la sera, appena staccano dal lavoro, si ritrovano per bere insieme una birra.


La padrona è tedesca, una donna bionda, belloccia ma un po' volgare. Con lei un'altra ragazza L'arrivo di una come Emmi rappresenta una novità. Strana. Diverte e incuriosisce.

Una delle ragazze spinge uno degli arabi che si trovano al bancone ad invitare a ballare la sessantenne. Per divertirsi un po' alle sue spalle, naturalmente. L'arabo invita Emmi, che si stupisce ma accetta "Non ballo da tanti anni" dice "non so se ne sono ancora capace". Nelle sue parole non si avverte alcuna civetteria. Dice solo quello che davvero sta pensando.

Lui si chiama Ali, è un giovane ed aitante operaio marocchino che come molti si è trasferito in Germania per lavoro. La sera, dopo una dura giornata di officina, si ritrova in questo bar con alcuni colleghi.

La storia prende una piega inaspettata e che stupisce tutti. Emmi e Alì infatti iniziano a vedersi spinti da una comune solitudine, e prende corpo così un rapporto che va al di là della semplice amicizia. In seguito a una serie di circostanze si sposano. Stanno molto bene insieme. Sono felici e si vede.

Ma l'opposizione della famiglia e dell'ambiente in cui vivono non rendono semplice la loro convivenza. Una donna bianca e tedesca (anche se vedova di un immigrato polacco) sposarsi con un immigrato africano e per giunta... di più di vent'anni più giovane di lei?!?

Certo la coppia è piuttosto insolita, e lo è ancora di più in un paese che sino a trent'anni prima in nome della purezza della razza aveva massacrato milioni di persone. Buona parte del film vede lottare Emmi ed Alì perchè la loro felicità non venga distrutta da fattori esterni – pregiudizi, maldicenze: fino a che punto il loro amore potrà resistere all'offensiva dell'opinione pubblica, all'isolamento ed all'emarginazione di cui a poco a poco ma inesorabilmente i due vengono fatti oggetto?

I condomini (soprattutto le donne) del palazzo in cui cui abita Emmi (Alì è andato ad alloggiare a casa sua) tirano fuori squallidi pretesti per chiamare la polizia (che trova però tutto a posto e lascia le pettegole vicine con un palmo di naso).

Protestano con il padrone di casa. Che però quando le arpie gli dicono "non si può far niente, contro questo scandalo?" non fa una piega e risponde: "Perchè? Mi sembrano due persone molto felici".

Le colleghe di Emmi la disprezzano, la evitano, non le parlano.

Il fruttivendolo si rifiuta di servire l'uomo di colore ( "prima impara a parlare bene tedesco, e poi presentati qui" gli urla) e poi mette alla porta persino Emmi, sua cliente da anni.

Per non parlare di come la notizia del matrimonio viene accolta dai figli di Emmi e dal genero alcoolizzato (che, tra parentesi, è interpretato dallo stesso Fassbinder). Uno dei figli le spacca a calci il televisore, un altro le urla "puttana".

R. W. Fassbinder (Eugen), Brigitte Mira (Emmi), Irm Hermann (Krista)


E poi: le ragazze del bar e le vicine di casa sono rose d'invidia. Come avrà fatto una donna non bella e così avanti negli anni come Emmi a conquistare quest'uomo il quale va bene che è un immigrato e pure di colore ma è comunque giovane e prestante?

La situazione è davvero pesante, e la bravura di Fassbinder sta nel riuscire a rendere la tensione quasi intollerabile senza mai ricorrere a scene plateali o di violenza. Il calcio al televisore è l'unico gesto di rabbia esplicita. La violenza è tutta fatta di silenzi, di espressione dei volti, di parole dette a mezza voce, di allusioni.

Certo, l'amore non ha età, si dice. Certo, l'amore è cieco ma... "la paura mangia l'anima", dice ad un certo punto Alì. Qualcosa, all'interno, finisce per spezzarsi. Emmi è sul punto di venire sopraffatta dal pregiudizio che in ogni modo è andata combattendo ed Alì, da parte sua, pur cercando di integrarsi con le abitudini e la cultura tedesche sente la mancanza del non poter parlare la sua lingua, il richiamo della cucina del suo paese d'origine. Sente, da una parte, di non essere un vero tedesco e, dall'altra, di perdere sempre più i contatti con la sua cultura di origine.

Ma ad un certo punto le cose sembrano cambiare. La gente pare accettare la coppia, anche se non per sincera comprensione ma per meri interessi concreti.

E' talmente vero infatti che "nessuno può vivere senza gli altri" (come aveva detto ad Emmi una sua collega mettendola malignamente in guardia contro il pericolo dell'ostracismo), che questo vale non solo per Emmi ma per tutti, anche per coloro che hanno disprezzato la coppia.

Così ecco che, dopo un po' di tempo, succede che una delle condomine-carogne si rende conto di aver bisogno della cantina di Emmi ed è costretta a rivolgersi a lei ed al marito gentilmente. E succede che il figlio di Emmi, quello che aveva spaccato la TV a calci alla notizia del matrimonio ed aveva gratificato la madre dell' appellativo di "puttana", si presenti a lei con la coda tra le gambe (e un assegno per la TV) perché sua moglie deve andare a lavorare, non sanno dove mettere il figlio ed hanno bisogno che nonna Emmi faccia da baby sitter al pargoletto. Succede anche che il droghiere si renda conto che i clienti è bene non perderli, e che una vertenza salariale contro l'impresa di pulizie renda necessaria la presenza di tutte le lavoratrici dunque anche di Emmi e perciò le sue compagne di lavoro la pregano di essere solidale con loro.

Ma un danno è stato ormai fatto. Emmi ed Alì dovranno faticare per chiudere la crepa che "gli altri" hanno causato nel loro rapporto. Ci riusciranno? Non voglio rivelare il finale.

La paura mangia l'anima (so che il film è stato distribuito anche con titolo alternativo più soft Tutti lo chiamano Alì) è un film molto dolce e nello stesso tempo molto amaro e rappresenta a mio parere un qualcosa di particolare nella produzione di Fassbinder.

Fassbinder ci racconta una bella e tenera storia d'amore, Emmi e Alì si comprendono, si rispettano reciprocamente, riescono anche a perdonarsi. Ma questo loro amore deve fare i conti con il tessuto etico di una società in cui le unioni di appartenenti ad etnie diverse e le unioni in cui la donna sia di tanto più anziana del marito non sono cose accettate e risultano incomprensibili. Vicini e parenti riescono a dare un senso a questa unione soltanto bollando lei come "puttana" e " bagascia" e lui come "animale" e "mantenuto". Anche se tutti conoscono la vita integerrima di Emmi e sanno benissimo che Alì lavora, guadagna e contribuisce alla pari a tutte le spese di casa.

Ma Fassbinder non sarebbe il Fassbinder che amo e detesto se a un certo punto, per pareggiare i conti, non scombinasse tutte le carte mettendo in scena, in una sequenza breve ma intensissima e fulminante, l'altra faccia dell'emarginazione.

Perchè ad un certo punto Emmi va a trovare Alì al lavoro nella sua officina ed allora anche lei, Emmi, prova sulla propria carne viva una situazione di discriminazione oggettiva e totalmente indipendente dalla sua volontà: "E chi è quella, Alì, la tua nonna del Marocco? " la sbeffeggiano i colleghi di officina di Alì e tutti (lui incluso) ridono dell'età di Emmi. Esattamente come si riderebbe del colore della pelle.

Il cerchio si chiude, i conti sono pari e il film potrebbe anche finire lì.

Eppure, è a quel punto che Alì e Emmi imboccano la strada per diventare una normale coppia di tedeschi.

La paura mangia l'anima è un film sin dall'inizio molto angosciante, perchè la trama fondamentalmente semplice viene utilizzata per mettere in rilievo un background sociale cupo, moralista, razzista. Come quasi tutti i film di Fassbinder, anche questo è girato tutto in interni, la struttura è molto teatrale, i dialoghi importantissimi e fondamentale l'utilizzo di un cromatismo dai colori violenti e decisi. E poi ci sono gli sguardi, che dicono molto più di tante parole.

E' un film che si presta a svariati livelli di lettura. A Fassbinder interessano i sentimenti che legano i due, ma forse soprattutto è interessato ad esplorare come questi sentimenti si inseriscono in un contesto sociale pesantemente avverso e come interagiscono con questo. E' interessante notare che le difficoltà interne della coppia iniziano proprio quando c'è un miglioramento nei rapporti esterni ed Alì va via di casa quando si accorge di non avere poi molto in comune con gli amici e i parenti di Emmi.

Angst essen Seele auf è il remake di un film americano del 1955 intitolato Secondo amore (All that Heaven Allows) con Rock Hudson, Agnes Moorehead, Charles Drake, Jane Wyman, Virginia Grey del regista Douglas Sirk, molto ammirato da Fassbinder.

Ho rivisto il film in questi giorni. Mi è ancora sembrato molto bello e (purtroppo?) tremendamente attuale.


Rainer Werner Fassbinder nel ruolo di Eugen, il genero di Emmi

mercoledì 4 giugno 2008

Mamma Roma

Mamma Roma, di Pier Paolo Pasolini (1962) Sceneggiatura di Pier Paolo Pasolini Con Anna Magnani, Ettore Garofolo, Franco Citti, Silvana Corsini, Luisa Loiano, Paolo Volponi, Luciano Gonini, Vittorio La Paglia, Piero Morgia, Lanfranco Ceccarelli Fotografia: Tonino Delli Colli Musica: Joselito "Una vez me dormí", Antonio Vivaldi (106 minuti) Rating IMDb: 8.0

Sabrina Manca sul suo blog C'era una volta un re

In Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini Anna Magnani è una prostituta la cui unica ragione di vita è il figlio Ettore. Nella prima sequenza la vediamo cantare e divertirsi al matrimonio dell'ex marito, nonché suo protettore. La donna, finalmente libera, lascia la campagna per Roma, guadagna il tanto da smettere il mestiere e comprare un banco di verdure al mercato, e infine torna a prendere il figlio con sé per realizzare il sogno di farne un piccolo borghese, e attraverso questo progetto, riscattare se stessa.

Il passato però torna sempre e non perdona. L'ex marito ricompare per chiederle del denaro e la donna è costretta a tornare in strada per soddisfare le sue richieste, terrorizzata all'idea che il figlio venga a sapere chi è sua madre. L'uomo le promette che non la importunerà più. Mamma Roma ha in progetto di andare a vivere in un quartiere meno popolare perché il figlio non abbia a frequentare dei buoni a nulla. E riuscirà nel suo intento. Il ragazzo però, non possedendo un'istruzione né avendo mai lavorato, passa il tempo a bighellonare con i coetanei e ad amoreggiare. La madre, gelosa ma soprattutto preoccupata di vedere i sogni che nutre per il figlio infranti, chiede consiglio al prete il quale le ricorda che il ragazzo non sa far nulla e che non può che cominciare da un lavoro umile.

Mamma Roma non si è però sacrificata per vederlo fare il manovale e, aiutata dai suoi vecchi compagni di lavoro, mette in atto un ricatto perché un ristoratore lo prenda come cameriere nella sua trattoria. Ettore vi lavora per qualche settimana prima di ritornare a bighellonare.

L'ex marito riappare dichiarando di voler tornare con lei e di volerla di nuovo al lavoro. “se vuoi che tuo figlio non sappia che batti allora devi andare a battere, te lo dico io”.

Ettore lo viene a sapere comunque ed è a questo punto che, come “I quattrocento colpi” la situazione precipita. Sconvolto dalla rivelazione, Ettore se ne ammala e in preda a una febbre altissima tenta il furto di una radiolina in un ospedale. Colto in flagrante viene messo nell'infermeria della prigione dove le sue convulsioni vengono scambiate per delirio pazzoide. Legato mani e piedi, muore in cella durante la notte.

Il passato, le origini, sono una condanna senza sconto, ci racconta mamma Roma mentre passeggia con un cliente “...lo sai perché mio marito era un farabutto? Perché la madre era una strozzina e il padre un ladrone. E lo sai perché? Perché sue padre era un boia e sua madre un'accattona...ma se avessero avuto i mezzi sarebbero stati tutti delle persone perbene. Allora di chi è la colpa?”


Pier Paolo Pasolini con Anna Magnani